Book ^ / '
DELLA CRUSCAN
COLLECTION
VOLGARIZZAMENTO
. DEI
TRATTATI MORALI DI ALRERTANO
GIUDICE DI BRESCIA
IDA S®IF1FÌE!&1D]I !£)1IL (glEÀ^Hii
KOTARO PISTOIESE
FATTO INNANZI AL 1278.
TROVATO
DA SEBASTIANO CIAaiPI
IN TJN CODICE SCRITTO NELl'aNNO PREDETTO
ED ORA DA LUI PUBBLICATO LA PRIMA VOLTA CON ILLUSTRAZIONI È LA GIUNTA
DEL TESTAMENTO IN LINGUA VOLGARE
di donna beatrice contessa da capra ja
dell'Anno 1278.
tì
FIREIVZE
PER L. ALLEGRINI, E GIO. MAZZONI
STAMPATORI ARCIVESCOVILI ALLA CROCE ROSSA
MDCCCXXXII.
3\
7-
Omnes tnm fere qui nec extra urbem Lane vixerant, nec
eos alìqua barbaries domestica infuscaverat recte loque-
bantur .... aetatìs illias ista fuit laas, tamqaam inuo-
centiae^ sic latine loqaendi.
Cicerone nel Bruto,
Vìtìum vel maximam sit a vulgari genere orationìs atque
a consnetadìne comanis sensas abhorrere.
Cic. delV Orat, lib. L
1914 ^
A SUA ECCELLENZA
IL SIGNOR PRINCIPE
GREGORIO GAGARIN
CAVALIERE GRAN CROCE DI PIÙ ORDINL INVIATO
STRAORDINARIO E MINISTRO PLENIPOTENZIARIO
DI S- M. L' IMPERATORE DI TUTTE LE RUSSIE
RE DI POLONIA ec. eg. ec.
N,
Oli faccia maraviglia all' Eccellenza Vo-
stra che io Le consacri un'Opera tutta Italiana, e che
a prima vista converrebbe piuttosto ad Illustre
personaggio Italiano. Potrei beu acidume per suf-
ficiente motivo l'amore che l'Eccellenza Vostra
porta alla Italia , e che ne parla e scrive la lingua
da poterne esser onoratissima l'istessa Italia. Ma
tal pregio sarebbe comune anche a personaggi di-
stintissimi d'altre Nazioni. All'Eccellenza Vostra
debbesi specialmente da me consacrare questo li-
bro perchè Italia nel sublime carattere di Vostra
Eccellenza vede rappresentato quell'Augusto Mo-
narca, il quale con avermi onoralo di missione
letteraria in Italia per cercare Antichi Monumenti
scritti 5 o stampati della Storia antica del Regno
di Polonia e d'altre Provincie Slave del suo Va-
stissimo Impero, mi ha conceduta l'occasione di
essere benemerito non solamente di quella illu-
IV
Sire Nazione, ma pure della medesima Italia, per
avere in mezzo a tali ricerche trovati moltissimi
monumenti di Scienze, Lettere, ed Arti Italiane
protette per più secoli in Russia ed in Polonia, e
per avermi data l'opportunità di pubblicare ed
illustrare il più considerabile antico ed autentico
monumento scritto della lingua Italiana, da me già
scoperto nei 1808. e dopo il suo smarrimenio ri-
trovato nel mio ritorno in Italia ; e di scuopri-
re r unico MS. Autografo di Giovanni Boccaccio
pieno di notizie importantissime della vita di lui,
e de' suoi studj , e finalmente di restituire allo
stesso Boccaccio e pubblicai e le pregiatissime let-
tere sue che anonime giaceano dimentiche e quasi
ignorate. Prego dunque l'Eccellenza Vostra a de-
gnarsi d'essere presso l'Imperiale e Real Maestà del
suo e mio Augusto Sovrano Monarca non meno
l'interpeire della gratitudine delle buone lettere
Italiane e mia, quanto di accettare questa offerta
qual pubblica dimostrazione della mia riconoscen-
za verso r Eccellenza Vostra per le tante prove
della cura che si degna prendere di me, e de'miei
studj, mentre nella Ilducia della continuazione della
sua grazia ho 1' onore di protestarmi devotamente
Firenze i. Settembre i832.
Umiliss. De^, Obhl. Servitore
SEBASTIANO CIAMPI
I. R, Corrispondente Attivo di Scienze e Lettere
in Italia del Regno di Polonia,
CAPITOLO T.
Antichità della lingua Yolgare
poi denominata Italiana, molto anteriore
al secolo XII.
JLje ricerche degli Eruditi intorno all' antichità ed alV uso
della lingua volgare^oggi chiamata lingua italiana^incomin'
ci arano sino dal secolo XF. Il Fossi nelT. \. della Biblioteca Ma-
gi iabechiana p a g, Syo. registra i nomi di coloro che nel così det-
to secolo del quattrocento Sostennero\^arie opinioni suquesV ar-
gomento ; e fra gli altri Leonardo Aretino^ e Flavio Biondo
da Forlì, che scrissero: questi, il trattato JeLocntioneRomanff,
V altro, una lettera contro V opinione del Biondo, Il celebre
cav. Morelli Bibliotecario della Marciana di Venezia con sua
degli II. Giugno 1817. mi avvertiva che,, resta sconosciuta
una lunghissima lettera di Guarino Veronese a Lionello da
Este su questo argomento. Io [soggiunge a) non V ho veduta a
stampa^ ma bensì manoscritta in una biblioteca di Frati an-
data in dispersione ; e notai che era del i449' ?>
Celso Cittadini nel secolo XVI. si distinse a sostegno
dell' opinione d' una lingua volgare presso i Romani. Tra i
più vicini , e tra i nostri contemporanei hanno trattato con
varie opinioni lo stesso argomento i dottissimi Lodovico Mu^
ratori , Girolamo Tiraboschi , Scipione Maffei : il primo in
una dissertazione de Origine linguae itaiicae nella sua grand'o-
pera delle Antichità italiane ( Diss. 82. ); il secondo nella Sto-
ria della letteratura Italiana yz7 terzo iiella Yerona illustrata.
Anch'io tentai di rientrare in tali ricerche con una Disserta-
zione intitolata Acroasis de usu linguae itaiicae saltera a saeculo
quinto Rep. Sai. Pisis 1817. 4- Posteriormente V eruditissimo
Sig. Ab. Domenico Barsocchini pubblicò una Memoria sullo
stato della lingua in Lucca avanti il mille. [Lucca iS3o.) Rimet-
tendo alle opere sopraddette i curiosi di conoscere le opinioni
del Cittadini, del Tiraboschi, e del Maffei, mi limito a ripor-
tar qui le seguenti parole del Muratori prese dalla citata dis-
seriazione XXXII. delle Antichità italiane „ Quaeri ergo pò-
)( a X
test num his temporibus ( saeculo Vili. ) populus loqueretur
ut notarii scribcbant , Inter tot tenebras antiquitatis mihi
certuni, imo certi ssinium , videtur jam turn a notariorum ser~
mone longe diversam fuisse wulgi linguam in Italia ; quod in
Galli a factum videmus ex jurtjurando Ludovici regis anno
DCCCXLII, {\)id quod in Italia contigisse par credere est; et
sicut in Gallia, Germania, /Inglia tabelliones non bulgari sed
latina lingua utebantur in conscribendis carthis, parcm quo-
que in Italia morein servatuni fuisse merito putandum est,
quando et ipsum continuatum per plura saecula intuemur ,
quibus nemo dubitet quin jam lingua italica in populo vige^
ret , Cum vero granimatices expertes, et ineruditi notarii fo-»
rtnt y nil mirum si a materna lingua idetUideni mutuabantur
verba ac modos dicendi , quoties nempe meliorem non suppe~
ditabat exigua in eis latini sermonis supellev . Quare spar*
sani in corum carihis linguam introspicere possumus , et inde
ali qua ex parte agnoscere qualis apud ipsum vulgus esset ma-
terna eorum lingua ,, ,
Il fatto certamente era quale dal Muratori è provato con
esempii, direi, quasi innumerabili da esso riferiti, o citati, ed
esistituti negli strumenti notariali dal secolo VII. al XII,
delVera cristiana. Quelli die si trovano nei secoli XII. e XIII.
ci j anno indubitatamente supporre che il simile succedesse o
potesse accadere nel secolo precedente , e così retrocedendo
anche più indietro, perchè innumer abili voci non s'introduco-
no ntlV uso volgare tutte insieme nel corso d'una sola genera-
zione. Ma qui non mi propongo di cercare V origine prima del-
la Ungila, che da que' monumenti si deduce essere stata nella
bocca del popolo sin d* allora . Imperciocché quanto all' ori-
gine d'una lingua bisogna entrare nelle ricerche istoriche de'po-
poli, che la parlano; nell' analisi radicale delle voci ; nelle cause
dell' allerazione de' vocaboli, che non per questa cambiano di na-
tura ; bisogna distinguere le voci d' una medesima genealogia , e
famiglia dalle ibrid^, ed intruse ,• esaminare quali sono le costi-
tuenti l'essenziale della lingua : conoscerne la storia; distinguer-
ne le variazioni accidentali ; ne, se anclie vi siano mescolate mol-
tissime voci solitarie d'una , o più lingue straniere, sene debbe
ripeter la derivazione da queste ; perchè la natura d'un linguag-
gio non è costituita dalla maggiorità delle voci, ma bensì dall'in-
4ok propria, che lo distingue essenzialmente dalli altri; perlo
)C 3 X
elle in una lingua possono essere moltissime voci d' una , o di
altre diversissime lingue, senza che la lingua, in cui s' introdus-
sero muti l'origine, e le sue qualità naturali. Dal non aver fat^
te queste necessarissime osservazioni , e distinzioni^ e dall' 65-
sersi appagati del solo fatto molti scrittori antichi, e moderni
hanno variamente giudicato dell origine ^e dell indoU dellalin^
glia italiana derivandola ora dallaWn^inx latina cultti, corrotta
poi e mescolata con quelle dei Settentrionali invasori del medi o
evo, ora da più antiche lingueintrodotte sin da tempi imniemo^
bili in Itali a; senz'avvedersi che nella lingua italiana, sebbene
innumerabili voci straniere si trovino , pur non dimeno la liìU
gua esiste originaria, avendo da contrapporre le voci sue na-
turali a quasi tutte le pellegrine , tranne quelle che per V aC"
cresciniento de' bisogni e delle cognizioni scientifiche o delle
arti, e delle costumanze d^ una in un'altra lingua passano a
proporzione delle comunicazioni scientifiche a commerciali ,
o politiche delle nazioni.
j\Ja qui , dico , non mi proposi di entrare nelle ricerche
del V origine del parlare oggi detto Italiano/ lo che riserbo ad
altr* opera mia di già molto inoltrata verso la fine,
I. Perora mostrerò solamente come questa lingua non deb-
ba reputarsi nata dopo V anno millesimo dell' era Cristiana ,
e molto meno dal termine incirca del secolo duodecimo alla
fine del decimo terzo,
II. Come nel secolo XIII, incominciasse ad essere scritta
principalmente per V uso volgare.
Dico dunque che la lingua scritta nelle Carte notariali
dal secolo VII. sino alla fine del XII, non fosse la comune ^
ma un gergone convenzionale per gli affari legali, o forensi
dei privati, ed anche per gli atti pubblici di qualunque specie
si fossero, principalmente del.' Rogito notariale; gergone che
dal parlare del volgo, anzi dal generalmente adoperato per
le bisogne della vita privata slontanavasi col fare un mescu-
glio di parole latine e volgari , or quelle scrivendo non secon-
do grammatica , ma secondo la pronunzia del volgo; or queste
secondo la desinenza grammaticale, overo corrotta del culto
latino scritte e mescolate con quelle ; inflettendo i nomi ed i
verbi talora alla maniera latina, tal' altra per via di pre»
posizioni distinguendo i casi, come de ferro, de liorriine,ad ferrum
ad hominem , a ferro ab homine invece di ferri , liomiuis ecc.
)(4)(
scanihì arido i generi, e talvolta i casi, e distinguendo ilnumeret
del più ora per declinazioni latine , ora per vocali aggiunte o
mutate nel nominativo singolare ecc. con cento altre variazioni
nei nomi e liei verbi, le quali variazioni , frasi, e maniere, e scani"
bianienti di lettere ecc. nel mio libro delV origine e delV uso
antichissimo della lingua oggi delta italiana mostrerò essere
quanto discordi dalla grammatica latina, sebbene alcune di
quelle maniere anche nel buon latino ricevute , come direm»
mo per idiotismi, altrettanto in generale non erano voci e ma^
niere capricciose ed arbitrarie, ma dipendeano da cause cO"
stanti di pratiche, e di pronunzie antichissime immemorabili,
e venute e mantenute sino ai dì nostri, e costituenti il carattere
della lingua oggi detta italiana.
Per dare ai meno pratici nella conoscenza di quelle carte
notariali un saggio della lingua in esse adoperata , eccone alm
cuni esempjy che applicati alle migliaja e mi glia ja d'altri d'o^
gni maniera, serviranno a far conoscere quanto sia fondata
V opinione del Muratori, che pure è la mia.
Alle pag. 98. delle Memorie e Docuaienti lucchesi per servi-
re alla storia del ducato di Lucca si legge in data del 762. , , Por-
co uno valente tremisse uno , et uno pullo et quinque ovas et
camisia una valente tremisse uno ; uno animale in mense mar-^
tio, valente tremisse uno ; vinum et laborem secunduni consue^
tudineni ipsei case , et angaria secundum consuetudinem de
ipsa casa .,. In queste parole si vedeun mescuglio di pronunzia
volgare^ e di desinenze grammaticali ; di maniera che se tut»
to mettasi in pronunzia volgare avremo in italiano le stesse
parole così : „ porco uno valente tremisse uno, e cinque ova, e
camisia una valente tremisse uno , un animale in mese mar^
tio valente tremisse uno , vino e lavoro secondo consuetudine
d' essa casa , e Angaria secondo consuetudine d essa casa „.
Notisi che cinque per quinque era già in uso volgare, come le
lapidi ci fanno sapere; ipsei per ipsi era per la ragione che
dirò fra poco.
Alle pag. 191. delle dette Memorie è uno strumento no-
tariale dell' anno ^00. avanti il mille dove ( tra le altre cose )
leggesi il seguente periodo: „ Ursum bisavius meus a funda^
mento construcxi una casa mea massaricia in loco qui di"
citur vitriano ubi benenatulo resede, „ . Queste parole da
far inorridire un grammatico latinista , e che ogni italiano
)( 5)(
hen parlante, ed erudito riguarderà come mostruose , in la-
tino, e più nella lint^ua italiana diventeranno regolari con
poche mutazioni non arbitrarie; ma fondate sopra regole
costanti, ed antichissime per le quali da tempo immemorabile
avati la venuta in Italia de' Settentrionali del medio evo si
costumava di pronunziare dal popolo, prima^ ed anche dopo
l'ordinamento della lingua già Laziale, e poi detta latina, e
finalmente romana o de' Romani, che la sparsero più o meno
per tutto V Impero di Roma ; non altrimenti che detta fu Un*
gua volgare, quindi toscana ( ed in particolare fiorentina ) e
finalmente italiana la poi dispersa per tutta Italia, non già
con armi e con dominazione dai Toscani, ma con avere essi
prima e maglio scritto, per le ragioni che dirò poi, l'antichis-
simo dialetto popolare romano costituito specialmente dal
modo della pronunzi a d' uno stesso linguaggio , il latino , che
gli eruditi ordinarono e scrissero e forse pronunziarono ( ipiu
cruscanti diremmo noi) coerentemente alla scrittura gram^
maticale , ma il popolo pronunziav alo nel modo che in parte
ci mostrano le antichissime iscrizioni, e le più basse, e come ci
confermano moltissimi esempj che sono in Plauto, in Terenzio
ed in altri più moderni autori, non esclusi i così detti Gram-
matici. A conferma di che sappiamo da Svetonio (in Augusto)
che gli eruditi dissentivano tra loro, cioè, se dovesse la scrit^
tura seguitare la pronunzia , o la pronunzia la scrittura y
quelli che stavano per la prima opinione si appoggiavano al
principio che le lettere, ossialascrittura, è destinata a mante-
nere il suono naturale delle parole„Orthographiam, idest for"
mulam rationemque scribendi a Grammaticis institutam non
adeo custodivit ( Augustus^, ac vide tur eorum sequi potius opi-
nionem, qui perinde scrihendum ac loquendum exisiiniant „ .
Or se si paragonino i monumenti scritti della più antica lin-
gua latina , come V iscrizioni a' sepolcri delli Scipioni , e le
commedie dì Plauto ecc. co' monumenti del medio evo, e poi
colla nostra scrittura, che risponde alla lingua pronunziata,
troveremo [proporzionatamente ai diversi stati della medesi"
ma lingua ) una mirabile uniformità di pronunzia , che non
s^ accorda con la lingua grammaticale adoperata dagli scrit-
tori, yeggiamo dunque la metamorfosi delle sopra riferite pa^'
role , che certamente dal popolo erano pronunziate in modo
poco più , poco meno, equivalente a questa scrittura : „ Orso
)( 6 )(
bisavio meo a fondamento costrusse una casa mea massaricia
in loco eli è dicto Vitriano , ove Benenatulo resede „ parole
che per redole costanti dì pronunzia corrispondono alla ^ram^
maticale latina scrittura così: Ursus bisavius meus a fun~
damento construxit unam casam meam massariciam in lO"
co (jai est dictus Vitrianus [i) ubi Denenatulus resedit „
^^a l' ignorante notaro, che non sapea y o non curatasi di
conseri>are r ortografia grammaticale, era contento di dare
alla volgar lingua una qualche impronta diversa dall' uso
comune per sembrare di mantenere la formalità di non ado"
perare il linguaggio volgare; è bensì vero che questa lingua
scritta convenzionale era più o meno barbara a proporzione
della conoscenza del latino che aveano ed il notaro , e le
parti concorrenti all' atto che stipulavano. Infatti nel docu"
mento 109 lucchese dell' anno 798 alle pag. 181. delle sud-
dette Memorie si vede in generale più mantenuto il sistema
grammaticale, eccettuati alcuni scambi di lettere come la
e, e la'xy e la soppressione d' alcune lettere finali de' casi ^ e
de verbi , nel resto procede il notaro con sufficiente inerenza
all' andamento della lingua , dirò , letteraria , quale p. e. sì
trova in questo periodo: ,, et volo, ut semper omni tempore per
singulas ebdomadas pascantur ad mensam pauperes septem
abentes tria pulmentaria per singulos, qaartam panis^ quat-
tuor calìces vini, ec.
Al contrario in altra carta lucchese del ^^^ riferita dal
Muratori j dove è data una consimile disposizione, il notaro si
esprime così „ prandiuni eorum tali sit per omne septimanax
scaphilo grano uno , pane cocio, et duo congia vino , et duo
congia de pul menta rio , faba e panico mixto , bene spisso et
condicto de uncto aut de oleo ,,. Queste parole mettendole in
scrittura più regolare direbbero „ prandium eorum tale [3)
sit per omnem septimanam (4) scaphilus (de) grano unus (5) y
panis coctus et duo congia (de) vino et duo congia de pulmen'
tarlo, faba et panico mixto , bene spixo et condito de uncto
aut de oleo : che in italiano così tornano secondo la pronunzia
volgare antichissima ,, prandio loro (illoram) tale sia {6): sca^
figlio di grano, uno ; pane cocto (7) e due (8) congia vino, e
due congia de pulmento [^) fava [io) e panico misto, bene spesso
e condito d' unto, o d' olio, „ Ma il non meno degno di atten-
zione sì è, che in tutti gli atti notariali dal secolo VI al XII
)( 7 )(
quando già la lìngua italiana era in uso nelle bocche de^li
uomini, e nella scrittura, si trovano nelle confinnzioni citati
e scritti i nomi deHuoghi, e dichiarati già in uso comune tuli
quali si pronunziano in italiano , e molti durano tutta via
letteralmente li stessi d' allora» Eccone alcuni cscnipii tratti
dalle Memorie lucchesi.
anno jìS. pag. 65.
„ Basilica beati sanati Prosperi sita in loco qui dicitur In-
tracule; ed a pag. i5i an. ']^6 Interachule oggi kulrsccoW {forse
da Inter aquulas) come a pag. 82 an. 754. in fine de aqne albule.
725. pag. 4« i^^ loco qui vocatur Capannule. TVe/ 1099* P^?,'
6. castello da Capannule .... prope Camullianum. Oggi Cu-
pannoli e Caraulliano.
'j6i. pag. 9y. Rasignano; og^i Rasignano,
ij64' P^g- io3. Deusdede de Lunata , oggi Lunata.
767. pag. 1 13. in loco Nobule, oggi Nuvola.
769. (Ecclesia) Sancii Frigdiani de Lanata.
770. pag. i3. Tanulo, et Teudulo .... ahitatores in Pater-
no; molti sono i luoghi denominati tutta via Paterno.
jf^G. pag. ì5i in loco Cicina oggi Cecina.
— -pag. i55. in loco Padule oggi Padule e Paule,
786. pag. ì5i. in loco Quarto ad Rotta; anch'oggi son varj
i luoghi detti la Rotta,
lo credo che prendendosi la cura di riscontrare le deno^
minazioni de* luoghi che sono rammentate nelle carte nota-
riali di que' secoli, la maggior parte si troverebbero le mede^
sime che mantengonsi a tempo nostro , ma tutti sono certa-
mente d'una tal natura, da corrispondere per V indole e per
la pronunzia più alla lingua italiana, che alla latina \ tali
p. e. sono, fra i moltissimi,
JJ anno 729. p. ^\, ex terra nostra ad Runclio de Casale.
753. in loco qui noniinatur Tasciano e Lasciano.
754. pag. 82. in loco qui dicitur ad munte, ao^Panchu le.
762. pag 96 de campo ad piro gibbo.
765. in loco Terinca, tuttora Terrinca»
766. pag. 109 in loco Cornino ubi vocatur ad Chuzia.
pag 110. In loco Capinistello, ef ad hrtìo — ad Ra-
nule. prato meo ad Fossa Petrosala.
— - In loco liOngize.
766. Guntulo massario nostro resede in loco Vetusiano et
parte mea de C afa già nostro in loco Monaciatico.
)( 3 )(
767. una casa mea massaricia in loco Quesa (ora Quo sa) ,
¥Ìco ubi dicilur Piniano, oia Pignano.
770. pag, 1 19. in loco vocabuli Gastelione.
771. pag. 121 portionem meam de re illa quem niihi obs^e'
flit da quondam Luccio de Fosciana- — in loco Farnita.
'j'ji.in loco Runclio. Anch'oggi si trovano luoghi chiamati
il Rorjco.
772; pag. 124 loco Cappiano (ora Cappiano) vico ubi vocatur
Orbilaticcia. — vineani post casa ad ¥ omùno fine fiorentina; oggi
Fognano vicino a Prato verso Firenze»
1^^, pag. 14B Paterno Majore ed a/^roi'e Paterno Magno ,
Paterno Minore- — 'Paterno.
789. in loco Arsicciole.
Queste ed innumerabili altre denominazioni locali ^le quali
erano date negli anni sopra notati, dovettero essere molto
ben antiche, giacche i vocaboli, specialmente locali, sono, per
così dire, antichi quanto i luoghi medesimi; ed è osservabile
che non erano chiamati latinamente p. e, Monaciaticus , Pi"
nianus, Tuccianus, Luscianus, Runcus ecc, ma Locus qui di-
citur, ovvero nominatur Tucciano, Lusciano, Vetusiano, Mona--
ciatico, Pinicgfio ecc. Lo che mostra che la pronunzia volga^
re era come la nostra. Lo stesso mostrano gli esempj del Se-
colo XI. citati dal Muratori con più V aggiunta delV Articolo;
Come air anno 1029: prope looo qui dici tur le grotte.
798. Monasteriolum Sancii Quirici in loco la Ferrarla
( Zaccaria Anecd, Medii aevi ) ( 1 1 )
884* Fossatum de la vite.
io3i. Prope loco qui nominatur ad la Rivolta.
io4i. Alla Rivolta.
1061. In loco et finibus ad la Leuna.
1075. e II 18. Alla Leuna.
1078. In loco et finibus Colignole Campo de 1' Arno.
1084* ^^ rebus illis que videntur esse ine la plebe di Ra-
dicata.
1098. In loco Colognola ( fior se da Coìonìola.) ubi dicitur
Castagno et dicitur all'Orto; oggi Colo ^no\e.
Né solamente i nomi de'luoghi si trovano scritti e pronuri"
ziati al modo italiano , ma quelli pure degli uomini e delle
cose. Nelle citate Memorie lucchesi alV anno'j^i» doc. 5^. si
leggono i seguenti, che bastino per esempio degli innumerabili
che si possono vedere in tutte le carte notariali di quelle età;
)(9X
Alpergula ^eZfl/Ti^r/ (12) Gunderadula qui est in casa Ba-
ronaci cum due jilie sue , Teudolo de Monacciatico , consuLo
de Serbano.. . Unojilio ed unafilia nomine Visilinda, Ratper-
tulo de Tramonte, Gaudoi^erio pistrinario , Liutperto ifestora-
r/o, Maaripertolo Caballario, Martinulo Clerico, Gudaldo cuo-
che, Barulo porcario , Ratc.nusulo Vaccario ; e poco dopo:
Varnipertulo ne;oore Teuduli de Lamari, Aarulu russu ; Ne^
potè Vivaldi da Quosa, dua consubrine Dulciari de Colonia^
la Nt'pote Bonusuli de Roselle, Aunifridulo de Cinturia ecc.
og^i Cintoia, nome di luogo vicino a Firenze e di altri in To'
scana.
In (guanto poi a* nomi delle cose, ed ai verbi non la finirei
più se cominciassi a raccoglierne esempii. Bastino i seguenti:
in uno strumento di donazione del y8o. dal noi aro dovendosi
esprimere V obbligo di provvedere al mantenimento d'un tale,
né sapendosi esprimere in latino , dice tra le altre cose, che
dovea essere calsato, e vestito (l3). All'anno jjS. donna per
domna. 839. desti per dedisti. 873. nera per nigra. 865. Ca-
stagno per Castaneum. 910. arabile per arabìlis. 985. A-lter-
cazlone per altercatio. 993. kper est» 731. offerse /;er obtulit.
729. sia per sit.
fj^Q, resede per resedit > ivi emettere per emittere, ,- ivi
obvìeoe per ohvenit.; ivi pertene per pertinet; ivi demettere
per dimittere ec. 992. misurato per mensurato. ó/oi. sunnomi-
nato per supernominato. 902. compresa per comprehensa. 1 000.
coprire per cooperire. 1074. rena yoer arena, renaio /per rena-
rio ( Barsocclaini 1. e. pag. aS. e seq. dove possono vedersi le ci-
tazioni relative (i4) ).
Il medesimo sistema vedesi praticato dai Fiot ari anche nel
tempo in cui s' incominciò a scrivere la lingua volgare. Per
esempio: neW Archivio di S, Croce in Lucca si conserva un
contratto del iiS^. , dove leggonsi queste parole „ Prima qua-
rum peti ar uni terrarum dicti poderis est vinca cum olivis et
cum aliis arboribus et cum domo partim salariata et partini
terrestri; et cum fumo et solita, et cellario, et oxtato cum qua"
fuor buttibus , et sex tinis , scilicet quatuor magnis ,et duobus
parvis, et duobus soneis, et una archipr adola, et unatrogade
castaneo, et duobus coppis oleatis, et unp saccone , et una cui-
tre, et uno piumaccio et quatuor linteaminibus, et uno coper-
torio , et ferranientis necessariis ad tcrram laborandam, et
b
)( 'o )(
Ugna facienda, et cuni paiolo et padella^ et catena, et maila,
et do^is cuni Labulis clai^atis,et cum singulìs aliis massariciis
quae sunt etc. eie. „ Se non fosse ormai cosa certa che allora
parlatasi e scri<^easL la lingua volgare^ giudi citeremmo di que-^
sta scrittura notariale come sinadora fu giudicato dell'altre^
Non e questo il luogo da diffondermi nel presentare mag-
gior copia di questi esempii, i quali possono ampiamente ve^
dersi nelle Antichità italiane del Muratori ^ ed in perticolare
nella citata dissertazione XXXII. del T. I; nelli Aneddoti del
medio evo del P. Zaccaria; nelle Memorie e Documenti per
sentire all' istoria del Ducato di Lucca; nella mia Acroasis de
usu linguae italice saltem a sacculo quinto, Pisis 1817; nella
Memoria dello stato della lingua in Lucca avanti il mille
dell' Ab. Domenico Barsocchini , Lucca i83o.y e nella immi-
ìiente pubblicazione del Dizionario Storico-Fisico-Geografico
della Toscana di Emanuel Repetti, dove saranno rintrac-^
ciati i nomi antichi a confronto dei moderni di tutti i luo-
ghi geografici della Toscana. Dalla lettura de' quali docu^
menti si deduce 1. che la mescolanza di vocaboli volgari
d' ogni maniera non mostra una lin^^ua ìiascente da que^
sta confusione y ma bensì già formata , e quantunque rozza
ed irregolare, adoperata nelV uso comune del popolo. II. Che
siccome è mantenuta la stessa meniera di scrivere le carte
notariali e om' erano già in uso ne' secoli precedenti al mil^
Icy anche nei secoli XII, XIII. XIV. etc. quando già la lin-^
gua italiana sparsa in quelle scritture anteriori al mille ,
non solo parlavasi, ma comunemente scriveasi: cosi è forza di
credere die la mancanza d' altra specie di scritture nei secoli
VII. Vili. IX. X. XI. non derivasse dal non esistere la Un"
gua in modo da poter esser meglio o peggio messa in iserittura
coni' era universalmente parlata, ma dal trovarsi pochissimi
di q uè' che sapessero scrivere, fuori de' Letterati e dei Notariy
i quali dispregiando la lingua volgare non si degnavano di
adoperarla nella scrittura e servivansi, i primi, della lingua
latina propriamente detta più o meno elegante, e che studia-
vanla nelle scuole come facciamo noi ; i secondi talvolta per
ignoranza totale del latino culto, tal' altra per farsi capire
dalle parti interessate nelle stipulazioni delle carte daessi ro^-
.gate scriveano quel gtrgone latino barbaro-volgare, purché sod-
disfacessero alla forma di nQn scrivere il dialetto voi gare [i5).
K li )(
CAPITOLO II.
Monumenti più antichi, o per tali riguardati sinora
della lingua volgare seritta j quando e percliè si cominciò
a scriverla generalmente in Italia.
/>,
ne , come già dissi, erano le (juestioniy cìì ìii mi pro^
ponea di mettere in più chiaro lume;
' i. L'uso in bocca del popolo, secoli innanzi di mille,
d^una lingua, che meglio ordinata poi nella sintassi, e nella,
scrittura fu detta lingua italiana.
•2. Di stabilire, secondo i monumenti che ci rimangono,
il tempo nel quale cominciò ad essere scritta.
Della prima parte a sufficienza parlai nel capitolo an-
tecedente, ed ho mostrato i fonti da poter soddisfare alla
curiosità di chi ne volesse vedere il di più ; vengo dunque
alla seconda.
Che nel secolo undecimo e duodecimo propriamente si
scrivesse la lingua volgare non abbiamo prove sicure da po-
terlo affermare.
Se cene staremo al Qiamhullari, nel Gello, al Crescimbeni
nella storia della poesia volgare, al Bottari nella prefazione
alle Lettere di fra Guittone, e ad altri, non mancano in buon-
dato poesie e prose scritte sino dal secolo XIL e ci sfilano
una seguenza di rime scritte siciliane e toscane della fine
del secolo XIL e del ccmìnciamento del XllL Ma io non mi
oppongo alla possibilità della affermazione di loro: chiedo
solamente che mi sia provata V autenticità e la genuinità
di quelle cantilene , o rime scritte nei tempi predetti , siano
scritte in carte , od in pietra scolpite. Poterono esser le rime
per del tempo cantate, e passate di bocca in bocca senza scrit-
tura , come d' altri popoli , che eran@ senza scrittura della
lingua volgare, furono poi raccolte in iscritto, ed ordinate in
tempi migliori le Cantilene.
Tra le più antiche iscrizioni in pietra conosciute, per
quanto si pretende, in addietro, o che tuttavia si posson ve-
dere sono quelle che qui passo ad esporre.
Alessandro da Morrona ne referisce alcune nella sua Pisa
)( 12 )(
illustrata ecc. A pag, 3o3. della prima edizione parla di una
che òta\fa nella Fortezza della Verruca dove , egli dice,, un
marmo nella muraglia sotto al cordone del bastione occi'
dentale situato ( e che di presente da una nobile famiglia si
consenta) ne segna l' epoca memorabile con queste parole cu-
bitali e ben formate, come da noi si videro. „
A DI DODICI GVGNO
MCIIL
Il dottor ab. Tempesti nel suo discorso Accademico ripot"
tandola si espresse così : Ecco un' iscrizione che ad onore di Pi-
sa rispettata dagli anni forma il più antico, e prezioso pubblico
monumento della lingua italiana „
Io non impugno , il ripeto , la possibilità di quella Iscri-
zione nel iio3. dacché molto prima del mille, cioè nel 762»
si legge : de proprio meo dedi pertica una de latitudine ecc»
( docum. lucch. L e. pag. 87. )
Nel rj^ij. „ Guntulo massario nostro resede in loco Vetusta^
no. — terra qui capu tene in ipsoAuserclo (serchio), et alio capit
tene in terra de Jilii quondam Buriche,,e nel io84« j? ine la.
plebe di Radicata,,; molto più al principio del secolo XII. pO"
teasi scrivere a dì dodici gugnoy essendo noto che sino dall' età
di Quintiliano diceasi due, e tre (16); nelle lapidi sepolcrali leg-
gesih'v'sÀi annos tres, menses undec'i, dies dodici in pace {presso
il Bosio ) e tra le Iscrizioni alhane pubblicate dal charissimo
Gaetano Marini a pag. 193, N.° 169. Irene defuncta est anno-
rum decedocto et menses septem decima.
Lo scrivere gugno per giugno è un errore comunissimo non
solamente nelle scritture del secolo XIII. ma pure a' di nostri
gli imperiti scrivono gustizia, gocondo e simili, considerando
come inerente alla lettera g V i che fa parte del nome di queU
la lettera.
Esempio ben pia convincente , e pisano esso pure, e dello
stesso secolo XII, quantunque meno antico, è una iscrizione da
me osservata la prima volta in un Sarcofago ,0 Cassone sepol-
crale nel Camposanto pisano, che dice: nella prima parte
\BIDVINVS MAIS TER FECITHANC TFMBAM AD
DÒJSM GIRATIVM.
X i3K
Nella seconda,
t HORE VAI: P VIA : PREGA DO DELL ANIMA MIA
SI COME TV SE EGO EVI: SICVM EGO SF TV DEI
ESSERE.
Ed in scrittura comune
„ Biduinus maisterfecit liane tumham ad dominumGiratium,
„ Hore (17) vai per via predando delV anima mia : sì come tu,
sé'iofui : sì cum' (come) ego{iS}sum (19) tu dei essere „ In que-
sta Iscrizione non è propriamente indicalo l^ anno in cui fu
scolpita; ma è certo che V artefice Biduino operava nel 1180.
come rilevasi dalla iscrizione che è nella facciala della chie^
sa di S. Cassiano a distanza di circa sei miglia da Pisa, ed
è questa
Hoc opus quod cerni s Biduinus docte peregit
Unddcies centum et octoginta post anni
Tempore quo deus est , fluxerant de virgine natus ( anni
I180. )(20).
Si noti che i nomi e delV artefice , e della persona per la
quale fu lavorata la tomba sono in latino, perchè quella no-
tizia non riguardava direltamente il popolo , ma piuttosto le
persone eulte j V altra iscrizione poi era comune ad esse ed al
popolo, perchè principalmente serviva a rammentare a tutti
V avver timento che vi si contiene.
Ma passiamo ad un^ altra Iscrizione in lingua volgare
eolla data del ii84' Primo a pubblicarla fu Vincenzio Bor~
ghini nella parte seconda dt' suoi discorsi stampati in Firen-
ze dai Giunti V Anno i585. per cura dei Deputati alla corre-
zione del Decamerone. Nel i588. Gio. Batista TJbaldini la ri~
stampò nella storia di questa famiglia [Firenze pel Sermar-
telli ) . Il Borghini a prova fondamentale delV autenticità di
questa iscrizione ragiona così:,, Alcuni particolari accidenti
„ possono aver data origine a qualcun' arme, ma queste sa-
5, ranno poche di numero, e d'esse sarà molto difficile V haver
„ certa e sicura notizia : perchè questi per lo più non sono di
„ quelli avvenimenti di cui parlano le storie , et il credere
5, senz'altro riscontro ai dL<cesi del medesimo sangue, trattan-
„ dosi del proprio loro interesse ^è cosa da riuscire spesso falla-
„ ce. Ma da simil rispetto si può a buona ragione giudicare lon-
y, tano l'origine dell' Arme della nobilissima e potente fami-
y, glia degli Ubalbini, che ci ha conservato un marmo molto
)( i4 )(
„ antico^ il quale fu da una delle loro molte Tenute e CasteU
,5 la ch'ebbero nell'Alpi condotto in Firenze da Piero Ubaldi-
,; ni e conservato da lui con molla diligenza nella sua casa;
„ r Insegna loro come ognun sa, è le Corna d'un cervio, ma onde
jy ciò sia avvenuto lo dichiarano le parole dello inserto Marmo
De favore iste Gratias refero dir iste Factus in festo serene
Sanctae Marie magdalene.
Ipsa peculiariter adori A Deano prò me peccatori.
Con Lo Meo Cantare Dallo Vero Vero Narrare Nullo Ne
Diparto
Anno Millesimo Chrìsti Salute CentesiraoOctuagesimo Quarto
Cacciato Da Veltri A Furore Per Quindi Eltri Mugellani
Cespi Un Cervo
Per Li Corni Olio Fermato Ubaldino Genio Anticato Allo S.
Imperio Servo
U Co Piedi ad Avacciarmi Et Co le Mani aggrapparmi Allì
Corni Suoi Dun Tracto
Lo Magno sir Federico Che Scorgeo Lon Tralcico E Corso Lo
Svenò di Facto.
Però MI Feo Don Della
Cornata Fronte Bella
Et Per Le Remora Degna
Et Vuole Che La Sia
Della Prosapia Mia
Gradiuta insegna.
a»t>
Lo Meo Padre è U gicio
E Guarento Avo Mio
Già d'UgicioGiad'Azi
Dello già Ubaldino
Dello già Gotichino
Dello già Luconazzo
{DaW istoria della Casa Ubaldini a pag, i5.)
„ Io ho decto che qui non è verisimilmente da sospettare
d' inganno, per ciò che questa famiglia , che non ha hiso*>
gno di simili finzioni, havendo da mostrar chiaramente pro-
ve molto più antiche della sua nobiltà e grandezza , et azio-
ni molto più illustri et honorate che questa non è. La for-
)( «5 )(
ma del marmo mostra essere assai antica , e le parole so^
Ko di que^ tempi , e le rime s^ usai^ano quasi in tutte le is-
crizioni così fare (21). Ma quello che non meno importa alla
verità di questo marmo , conservasi un contratto fatto l'an~
HO i4i4« dove n è menzione come di cosa tenuta mollo ca-
ra dagli Uomini di quella famiglia, che viveano allora „.
Tutto questo brano del Borghini V ho trascritto dalla storia
della famiglia Ubaldini dove è riportato dalV autore di essa
Gio. Batista Ubaldini; e di lì parimente ho trascritta anche
la iscrizione, che differisce alcun poco da quella stampata nei
discorsi del Borghini, non già nelV essenziale d^ alcuna paro^
la, come dirò di sotto y ma in tali diversità che mostrano
la poca diligenza del copiatore. V Ubaldini promette di pub-
blicare il contratto suddetto del i4i4' ^^^ quarto libro della
sua Storia, che sembra non essere stato poi ne da lui, ne da al-
tri stampato, né so che ms. si trovi in alcuna Biblioteca.
Il detto Gio. Batista dunque a rinforzo di quanto scrisse il
Borghini soggiunse „ Autentico testimonio, a giudizio mio, è
questo di don Vincenzio Borghini accuratissimo scrittore, e di-
ligentissimo , e per tale conosciuto in tutta la Città nostra , e
spezialmente in quelle scritture se non era più che certissimo,
e se ( come dice ) con mano non toccava le autorità, per cosa
del mondo non harebbe ardito, ancor che ajutato da grandis'
sime conghietture, di scrivere veruna cosa in questi suoi libri,
ne' quali non solamente di questo marmo, ma di molte altre
cose appartenenti alla mia famiglia, chi pia antiche e chi me»
no si ritmavano in più d'un luogo. Et i Giunti di Firenze ha-
vendo Juor del predetto libro stampate le parole del Marmo
nella guisa mostrata a dietro, vi aggiunsero sopra „ Esemplo
d' un marmo che si conserva in casa di Piero , Cammìllo , et
UbaldiìLO figliuoli di Giovambatista di Lorenzo Ubaldini , il
quale Gio. Batista Autore della presente Opera è cugino car»
naie dì quello Ubaldino d' Agnolo che restaurò la Cappella
antichissima loro di S. Antonio in Santa Maria in Campi-
doglio ecc. „
Volendo poi il medesimo Ubaldini aggiungere conferma
alle cose dette dal Borghini, prende a pag. 27. /' aringo di
rispondere ai critici, o di prevenir i dubbj che si fossero pro^
mossi sopra i nomi scritti nel marmo, che „ non riscontrando
intieramente per entro la storia, e per gli allegati strumenti
)( "6 X
con quei del marmO) non sarebbe gran/atto che non /ussero
quelli stessi , de' quali noi prendiamo cura di ragionare : ma
dà ben ragguardi (soggiunge) niun altra differenza dentro vi
troverà che d' allungamento , o di accorciamento , costuma
usitata in que' tempi antichi e questa alterazione di
nomi accadde pure all'ultimo nominato nel marmo, il quale
da un castello che egli havea nel Mugello chiamato Luco^po-
tesse prendere il nome, o veramente il Castello da lui: basta
che il suo vero o dritto nome era Luco, e con tuttociò Luconaio
fu nominato nel marmo, e Lucone nel privilta^io d'Otto secon-
do[i2.).Di più il detto Gio. Batista seppe quello che ignorava
il Borghini, cioè che „ trovasi in certi frammenti di Storia
a penna citata una storia d' un Galliano Forese da Rabatta,
che dice che nelV entrare che fece Federigo lo Imperatore nel
Castello della Pila , dove alquanti giorni si dimorò, fu rovi-
nata la pbrta al detto Castello, ejattali V entrata, e la ro\^i-
nafu di maniera che la torre che stava sopra la detta porta
COSI stracciata pareva che accennasse, non havendo, si può dir,
quasi niente dove si reggere , di venirsene giuso anch' ella. E
dice che dovendo poi partirsi il detto Imperatore del Castello,
the fu V anno scritto nel marmo, il trentesimo dì di luglio, la
sera davanti alla sua partita fu dai detti JJbaldini tanto
splendidamente nella cena et honorato, et servito che maravi^
gliandosi di cotanta magnificenza proruppe in queste parole
per via d' interrogazione'. Quis dominatur Apennini? e le repli-
cò ben tre volte , e tacendo ogni uomo , rispose egli medesimo
a se medesimo dicendo : Alma domus Ubaldini; ed essendo nel
cortile del palagio [là dove eran poste le tavole) a un gran
tavolaccio attaccata quella testa del Cervio che dice il mar*
mo , volle e comandò che a lettere per parte alla guisa del-
le medaglie, fossero intorno a detto tavolaccio scritte le sue
parole in honore della nostra famiglia , e così fu fatto , e
questo è il significato tutto insieme di quelle lettere per par-
te, che sono nel marmo intorno al tavolaccio, che in se ri»
ceve la testa del Cervio Q» D, A, A. D. V, Quis Dominatur
Apennini? Alma Domus Ubaldini. Laonde Giovanni Strada-
no Pittore Fiammingo havendo infra le infinite opere fatte
da lui dipinto una quantità di stanze nella villa del Pog-
gio del Serenissimo Nostro Gran Duca figurandovi varie
cacciagioni, e compiacendosi in esse, fattone intagliare in
)( >7 K
tavole di rame , e creatone un libro in compiacenza del no*
stro Secolo: \^eiiuto^li a notizia questo fatto, accrebbe al
suo volume una storia , e la cavò dalle parole di quel mar^
mo, introducendovi Ubaldino tener per le corna il cervo, e
V Imperadore feri rio ^ effigiandolo alla sua somiglianza, e so^
pra la detta storia vi pose questa inscrizione : Cervi in mu-
gellana venatione a se occisi caput Fridericus primus Imperator
Ubaldino prò gontilitiis insignibus babendurn dedit.
Et appiè della storia messe l esemplare del marmo in
mezzo di due Iscrizioni, la prima delle quali è questa :
Vetusti raarmoris inscriptio e Castri Pilae ruinis iuxta Ae-
Iruriae Apenninum eruti, et a Joan. Bapt. Ubaldinio Florentiae
custoditi; baec pennicillo Joannes Stradanus exprimens eidetn
Joanni Baptistae D. D.
E la seconda è quest' altrav Gallianus Forese scrìpsit Fride-
ricum post cervini capitìs donum una cum Ubaldino bospite dis-
cumbentera adstantes ter bis verbis interrogasse: Quis domina-
tur Apennini? tacentibus cunctis, ipsum sibimet respondisse :
Alma Donius UbaUlini; lias itaque cervinae fronti circumscribi
litteras juxit Q D. A. A. D. V.
Ma dovendo rimettersi la detta porta, et ha^
vendone messer Ubaldino del Cervio ( che così sempre di poi
fu denominato ) di far ciò havuta la cura dal padre suo, gli
parve, per memoria de' suoi maggiori et honor suo, di porre
sopra alla rimessa in assetto porta V inscritto marmo , il
quale par veramente miracolo che si sia conservato sino a' dì
nostri, massimamente che non pure e la torre e la porta, ma
il Castello ancora in maniera è stato diserto, che mal volen-
tieri può con alcuna certezza dirsi: qui fu il Castel della Pi-
la degli Ubaldini „
Da tutto V esposto il lettore giudichi quanto sia da pre-
star fede alV auttnlicità di questi racconti (23).
lo penso che ammettendo anche per vero il fatto narrato
nella iscrizione, niente di autentico , per non dire di credibi-
le, si possa stabilire sulla verità del marmo spacciato per
quello del ii84' Sul fondamento di que' racconti si do»
veliero ntl tempo successivo far degli stemmi di famiglia con,
questa iscrizione, A pensarla così m' inducono le riflessioni
esposte neir annessa nota , ed altre che son per aggiungere ,
e non meno il considerare che lo stile di essa, e laforma dei»
J
X 'S )(
le lettere , ed anche V ortografia non ben corrispondono a ciò
che f accasi nel secolo X/I, se dtbbo giudicare dal confronto
della iscrizione della Tomba di don Girazio , e d' altre di
(jucW etày con le lettere d^^lla iscrizione Ubaldini pubblicata
nei Discorsi del Borg/iini, nella Storia della famiglia Ubal-
dini, e nella ristampa dei predetti discorsi fatta in Firenze
V anno \'j55- per le cure del /ìJanui. Infatti nel secolo XII.
la forma delle lettere; avea pia di Ilo ttHe longobardo^ che del
così detto gotico dt^l secolo XI li, e molto meno di quello del
XIF. a cui si rassomigliano as^à'i i caratteri delle due edi»
zioni Borghi ni ed Ubaldini. A questo si aggiunga che V edi-
zione del M anni SI allontana dalla forma dellr lettere che
hanno le altre due , che di pia hanno lettere Ugate , e lettere
in corpo a lettere, di modo che l' archetipo di questa doi^esse
essere certamente divergo da quello dell' altre, seppure, coni*
è da presumersi y il Bor^hiiii fu sollecito di conservarne la
forma, come pare ai^er indicato col dire,, la fot ma del marmo
mostra essere assai antica [^^) „.
Che il Manni adoperasse molta cura neW imitare la pa-
leografia del marmo presentata nella i set izione pubblicata
dalai, celo fa credere dicendo ,, l'iscrizione pubbl cata j-rima
dai Dej)utati diversifica non poco dal inarnio , laonde noi V ab»
biamo fatta dal marmo medesimo ricavare con diligenza
acciocchii anco il carattere si s^egga e si confronti ,,; da queste
pa ole par manifesto che a tempo suo il marmo tutta via esi-
stesse, e che' l Manni opinasse che gli Editori dei discorsi del
Borghini non /ussero òtati diligenii nella imitazione del ca-
rattere, perchè lo vedea djf'irente da quello del marmo che
avea soif occìiio ; ma io peascrei diveròanunte ; cio^ : il ca-
rattere del iVanni, come già dissi, è assai più gotico di quel-
lo delle predette edizioni , onde parmi da doversi sospettare
che non uno, ma più Jossero i marmi di questa iscrizione;
che il veduto dal Borghini, non esistesse più a tempo del Man-
ni ; che quello veduto dal Manni appartenesse ad altra Cam,
sa digli Ubaldini, o fosse copia arbitraria, in quanto al ca-
rattere, fatta in età posteriore (23).
Anche ndi edizione di Gio. Batista Ubaldini, che molto
verisimilmeiite debbe venire dallo stesso Archetipo di quella
del Borghini, sebbene abbia la forma del carattere più simile
alla iscrizione del Borghini , sonovi non dimeno alcune dif-
:{ «9 )(
ferenze , che possono attribuirsi ad arbitriOfO negligenza di chi
ne fece la copia.
Nulla starò a dire intorno alla lingua ed alla ortogra^
fia di questa iscrizione , lilasciandone il giudizio al crittrio
de' lettori, die rui'i ì<iando^i analogia collo stile della lingua
del secolo XI f^, troveranno incongruente che la lingua scrit-
ta del secolo XII. dovesse ravvicinarsi più a quella del XIV,
che del tempo anterior" a cui pretesero attribuirla.
Onde finirò colle parale del Manni ^^ Il tutto convien be-
ne esaminare .... Gio. Batista Ubaldini che tanto pensiero
si prese di metter fuori essa iscrizione, fece dire alle lettere
abbreviate Q. D. A. A, D, V. QuisDominatur Apennini? Alma
Douius Ubaldini.
NelV antico e celelre Camposanto Pisano è conservato un
altro marmo che pre^dnta la seguente iscrizione colla da-
ta del I ?4^' __
>ì< Die Sce Marie de sectebre. Anno dni Milo CCXLIIl, in^
dict. I.
Sa mani f sto annoi e al più dele psone che nel tempo di
Bunnuccoso de palude li pisani andaro a cu galee CF, e ve
xfac.C.a porto vener sfettervfpdie . XF.egiiastaro tucto.e areb'
berlo pso non fnsse lo conte pandalo che no volse chera
traitort- del a Cf^rona- — e poi a andammo nel porto di Ge-
nova Cu C. III. gale'' di Pisa, eC. vacchecte e avareniola
cobaduta no fusse eh fi tcp no stropio. dns dodus fecit
puplicara hoc opus.,^ (26).
Nella muraglia del così detto palazzo delle vele lungo Tar-
ilo, e che probabilmente fu pertinenza del vecchio arsenale
era incastrato quel marmo; V anno 18 io nello stesso posto gli
fu sostituita la copia della iscrizione con questa memoria,
ANNO MDCCCX.
L'Originale iscrizione marmorea Documento il più Antico
del voli^nre ilaiiiino, si fece Irasportire da Tomaso da Paole nel
Cariiposimto di Pisa reso conservatorio insigne delie belle arti
e dei monumenti prei^iabili. Questa è la copia.
Ecco dunque tre iscrizioni, ciascheduna vantata pel mo-
numento più antico del volgare italiano. Io non ho interesse
)( ^o )(
di crederle apocrife in quanto alla verità dt'jatti; in quanto
poi al tempo nel quale furono scolpite ^ ed alV autenticità
di esse non tro^^o argomento da escludere il dubbio che non
siano veramente del tempo a cui vengono attribuite. Il pa^
ragone che può farsi della dizione, della ortografia, e della
forma delle lettere tra V iscrizione Ubaldini , e quella
della tomba di Don Girazio, le quali sarebbero del mede^
simo secolo j e forse di non molta distanza d' anni tra lo^
ro, ci metterà in sospetto assai su quella dell' Ubaldini ,
molto più per non essere oggi conosciuto V Originale, com* è
quello della iscrizione pisana che a piacimento d' ognuno
può vedersi trai monumenti del Camposanto Vecchio, seb-
bene la forma del carattere , e la lingua non siano favo-
revolissimi alla pretesa antichità , e facciano sospettare che
sia una memoria di quel fatto messavi molto dopo, e proba-
bilmente non più presto che verso la metà del Secolo XI f^.
Ed in vero le parole sia manifesto a noi ed al più delle per-
sone che nel tempo di Buonaccorso da padule ecc. non sembra-
no doversi riferire ad un fatto contemporaneo , a tutti noto ,
e specialmente ai Pisani, Jnchc la finale dominus dodus fe-
cit publicare hoc opus può intendersi piuttosto della pubblica-
zione d' una memoria antica per farla generalmente nota, che
d^ un fatto accaduto, direi, quasi sotto gli occhi de' Pisani al-
lora viventi pe' quali non e' era bisogno dire sia manifesto a noi
. . . che nel tempo di Bonaccorso da padule ecc. (27).
Ma comunque vogliasi pensare di questi pochi versi di
scrittura in lingua volgare italiana, sono bene di lieve mo-
momento a paragone degli innumerabili argomenti che deW
antichità di lei porgono le carte notariali, e del Documento
superiore ad ogni dubbiezza, che per la prima volta presento
al Pubblico erudito, accompagnato da un altro ben di minor
estensione, e già noto, ma d'uguale, oquasi uguale autenticità
per istabilire incontrastabilmente chela lìngua italiana nel
1278. non solamente esisteva, ma era adulta, e formata, e da
potersi cimentare a far sue le opere scritte in latino, e piene
della sapienza di quella età: io dico il J^olgarizamento dei „
Tre Morali Trattati latini di Albertano giudice di Brescia
della contrada di Sancta Agliata e stralactati de latino in
volghare per mano di ser Soffredi del grathia, e scricti per
Lamf rancho Seriacopi del bene notaio di pistola socto li A»
D. MCCLXXFIH, del mese d' aprile ne la sexta indictione,,
)( ^I )(
Del Panno medesimo è il Testamento in lingua voi gare fatto
dallaContessa Bittrice figlia del Conte Ridolfo da Capraia^
e vedova del Conte Marcovaldo, da lei sottoscritto e sigillatOy
e presentato a otto testimoni il »8. Febbraio 1278. perchè vi
ponessero le firme ed i sigilli di loro, e dopo la morte della
lestatrice, accaduta nel di 5 settembre ii^g, aperto legalmente
ed a parola fedelmente copiato dal Notaro Rinaldo di Iacopo
da Signa; e questa copia si giudica ess r quella che è conser~
vata nelV L e R. Archivio diplomatico Fiorentino^ per tale
riconoscendosi anche dalla scrittura ed ortografia del tempOy
come a suo luogo si mostrerà.
Il primo a pubblicare questo Testamento fu il celebre Dot"
tor Giovanni Lami, che V inserì nel T. /. dei Monumenti della
Chiesa Fiorentina a pag. <j5. e seg, V anno 1820. Lo riprodusse
dall'Originale con molta maggior diligenza T eruditissimo
Sig. Filippo Brunetti L R. Antiquario delV Archivio Diplo^
ma ti co Fiorentino.
Perchè quest' Atto d' ultima volontà è il monumento più
considerabile ed autentico che si conoscesse della volgar lin~
gua in lòcrittura prima che io scuoprissi e pubblicassi il voi"
garizzamento d' Albertano fatto da Soffredi del Grazia : // rt-
produco insieme, affinchè dal confronto di ambedue uno ser^
va di conferma ali altro, ed abbiasi come suol dirsi , un si-
curo campione per conoscere a colpo d' occhio le scritture ge^
nuine in lingua volgare di quella età*
CAPITOLO III.
Testamento della contessa Bietrice da Capraia, e Volgarizza-
mento d'Albertano fatto per Soffredi del Grazia da Pistoia sono
i principali monumenti autentici della volgar lingua italiana
messa in iscritto.
iVe
ei precedenti capitoli ho quasi evidentemente provato
che la lingua volgare esser dovea nelle bocche del popolo da più
secoli innanzi al mille. Quanto poi allo scriverla per V uso
comune, e con qualche ordinamento di stile, e d' ortografia ,
sino alla metà del secolo XIII. mancano monumenti più, o
meno sicuri. Dissi alla metà del secolo XIII. quantunque
)( ^^ )(
non si conoscano scritture certe anteriori al i7jS, del qiial
anno sono il Trstomentn de/la Confessa Bietrice da Capi aia,
ed z7 Volgnilzziiin. nto /):z//o da Soffri d del Grazia; infatti
non è cosa da supporre dir prima di queli anno non si fesse
incominciato a scfi\'ere la Ingua volitare, alnif no per le po-
polari commodità ; ma certame iit^ nel ^--B f-i ' rc\'a che la
lingua era gut impiega' a wUa scrittura per Ci^truzicue^e per
atti ledali privali ; e se prtea ^i à mtili'rsi al cimrnto d- com"
petere nelle traduzioni ella In^ua taf ina. bisogna pur con»
venire che in allor / !7,'à f>sse addi a ancìv wlla hocca del po~
polo; seppur non K^ol-ss-nio credere che S off redi si fos^r propO'
sto di tradurre e fare scrii^ere in volgare pei nm lei ferafiuii'o^
pera piena di tanta dot Irina, colla sicurezza che da sani con»
temporanei non sarebbe intesa uè lena. Laoule parmi assai
ragionevol cosa il courhud<re che la liuf^ua s ritta nel 1-278.
fosse la parlata da' secoli prima ; giacche un lin^uafigio non
s' infonde, o non si soffoca ndlu bocca d' un popolo nt l breve
giro d'una, o due geuerazii ni. ^ìJa poiché la lingua non ordi^
nata , ed inculta, sebbene adattata a' bisogni niello stato in.
cui era il popolo che la parlava, coniinrìò dalle bo:che a pas^
sare nella scrittura ; ed il popolo itaVano^ preso maggiore
incivilimento politico e morale si trovò nella necessità di sod»
disfare a nuovi bisogni, la lingua tan^o parlata , che scritta
trovò più vasto campo, srvir dovendo uoii solaniente alte par»
ticolari , ma pure alle pubtdiche necessità. Più che in altre
parti di Italiaprese ingrandimento in Tosraua ove il popolo
ebbe circostanze più fa,'orev(li ali uso del votc^ar dialetto. In
fatti la politica indipendenza pc^pnlare. o mista non si slabi'
lì, ne continuò in veruna parte rlrlla 'tali a con maggiore at-
tività quanto nella Toscana. Pisa , Firenze, Siena, Lucra,
Pistoia furono le città che misero in gran muov mento non
solamente la Toscana, ma gran parte ancora d' halia. Que-
sti popoli Toscani eredi deli' antichissima cultura eirusca, e
della romana, mantennero la propria lìngua mescolata , di-
rò COSI, di quelle delle predette nazioni ; e mentre gareg"
giavano tra loro stessi nella cittadina rivalità , voteano
pur' anche non esser da meno vicendevolmente nella cultU"
ra letteraria e nelV arti. Occupati sempre in consigli, in par-
lamenti, in leghe, in guerre , in paci, in cause forensi fonda-
rono scuole delV arte del dire, prato tradussero a comodo
)( >3 )(
popolare le storie ^ e le opere oratorie degli scrittori romani;
si richiamarono le antiche leggio s^nc fecero delle nuoi'e col
nome di Slatuli di popolo in lingua volgare, e così verifi.
candosi il Greco pro^eròio àyu^JVl èpt; ^ buoi;a è la g^ra) stti~.
vano in continuo muo^ifnrnto li .spiriti , senza quella peste
d'ogni virlii pubblica e particolare i' atl(.lorm«ntarnento, o per
dir lo stesso in altro vocabolo^ l'I' g istno, per cui l'uomo pensa
solamente a se anciie allorquando pare che voglia mettere
Ciclo e Ty^rra sossopra.
Il ptnofto d' unione , e cooperazionc vera al ben pubblico
fu (i a^sai breve durata^ ed oso d re che giungesse appena al-
la mela (LI s-colo XIII appunto quando Alberta no scrivea
i suoi Traitnti inuraii in Latino , nei quali ajfaticavasi a ri^
chiamare gli animi alla concordia ed (dV unione correggendo
i vizj privati , ed i pubbl ci disordini deriv.mli gli uni e gli
altri dagli odj\ dalle vendette dvlle parti civili, dallo spirito
di dom nazioni^ e d^ interesse pariicolare vtlafi ed preiesto
d l puhlico bene. Quanto si lamentasse Alberiano di questi
mali che t/^^dea incominciare a prender pied:\, potrà conoscer-
si dilli opera sua latina , o tradotta tu volgare Qui voglio
aggiunf^ere una bdla testimonianza di Graz ido d-' Baniba-
gioii ^là cancrllic'r del Comune di Uolo^na el autore delle
Sentenze /IJorali, vissuto circa il trmpo ddi Al ghien. la ccnlOy
circa, Epigrammi racciuuse le sue sentenze; uno di essi egli
è questo.
De la malitia della partlalitade
A far lo ben contun non e' è più loco
Perchè ciascun al suo rnulino attende;
ÌH que' che più s' accende
E cht nel suo Comun più alto regna
Volgerà to-ito insegna
Pur che l' offerta njn manchi alV altare.
Dunque si tnoslra chiaro
Che non è h arte ne Comune amato
Se non in quanto l uoni serva suo stato»
E quest* altro pure
)( >4 )(
De la incscasabile ignoranza de' Regnanti che si lasciano
condurre per malitia di lusinghe
Quello è Signor di naturai boutade
De^no d' onur d' Imperiai Grandezza
Che non crede a dolcezza di coloro
Che sormontando colle arti di loro
Furari r onore a' valorosi e desini:
E questo è quelV onde nascon gli sdegni
Perchè si perdon V opre triumphaliy
Si regge il corbo e li falsi animali,
E nelle illustrazioni latine prosiegue a dir così .•„ Nampar^
tialcs hujusmodi propter cupiditateni eoruni universos honores
lucra et ufdia suae Coniunitatis et patriae occupare \'olenteSy
vel propter superbiam eoruni impatieates et abhorrentes provi-
munì suum sibi pareni adesse .^ autipsius proxinii statui prospe-
ro invidentes, , . et ex iis et aliis i^itiosis defectibus discoi des
cffecti adi>ersus se ipsos hostiliter insurrexerunt utrique ^ et
sub partialitatis colore , invidia , avaritia, et superbia simw
lantes se ipsos sub pretextu et nomine Ghibellino^ vel Guelfo
offenduntur al ter ut ri, ecc, (28) „
Erano ^ dissi, cominciate a stare su questo piede le cose di
Italia, quando già la lingua volgare per le sopraddette cagio-
ni avea acquistato vigore ; e sempre più acquistollo dalle cO"
muni discordie che spinsero gli uomini a fare non solo collar-
ini ^ ma pure con le parole le difese e le vendette pubbliche e
particolari ; od a tentare di ridurre gli animi alla concor-
dia, ed alla pratica dtlla virtù. A queste cause debbono at-
tribuirsi le molte opere morali che si trovano di que' tempii
in latino , od in volgare , quali originali , quali tradotte , le
lamentazioni de' mali pubblici o privatile le storie delle par-
ti , e It vendette in parole di chi non potea farle coli' Armi.
Il volgarizzamento d'Albertanofu certamente il primo libroy
per quanto è noto, che videsi voltato in lingua popolare per
istruzione, ed esortazione alla pratica delle morali virtù.
La divina Commedia di Dante fu V effetto non tanto de*
mali pubblici, quanto della vendetta, che il Poeta prese de'suoi
avversar]; le prediche di frate Giordano nacquero dal zelo di
porre un argine a morali e civili disordini ; lo stesso dicasi
)( i5 )(
d' altri scritti di quelV età, in cui Ira pubblici e privati mali
la lingua volgare di Toscana stendeasi per la scrittura e per
le bocche da provincia in provincia d' Italia, si arricchivano
con questo commercio i provinciali dialetti, de' quali sene
formò dagli eruditi uno scritto dialetto più culto che si chia-
ma italiano»
Dopo queste considerazioni passiamo a discorrere del
principale argomento , la Traduzione de' trattati morali d' Al-
bertano fatta prima del 1278. da Sofifredi dei Grazia Kotaro
pistojese.
E.
ra celebre alla metà del secolo XIII. V Opera di Alber-
tano Giudice da Brescia, che scrissela in prigione^dove lochiu-
se Federigo II. Imperatore quando prese a forza la Città di
Cremona, cJie era difesa dallo stesso Albertano; il quale spie-
gò in quest'opera una dottrina ed una erudizione per qut'teni"
pi maravigliosa;la divise in tre ragionamenti diretti a tre suoi
figliuoli Vincenzio, Giovanili, Stefano ; e sono
„ Dell'Amore e della Dilezione di Dio e del prossimo, e del^
l'altre cose, e della forma della vita onesta; composto l'anno
i238.„Del Dire e del Tacere ossia delle sei maniere del parla»
re, composto nel 1245. ,, Del Consìglio e del Consolamento com-
posto nel 1246. Quanto poteano somministrare le Sante Scrit-
ture, le leggi Civili ed Ecclesiastiche, i Trattati de' teologi e
de' moralisti, le Sentenze, e gli esempj contenuti nei libri de fi-
losofi e degli storici antichi ecc. tutto concorre , e serve allo
scopo dell'Autore, d' istruire insieme e dilettare (29).
Un'opera di tanta dottrina^ e che abbracciava tutto quel-
lo che era a proposito per V istruzione e pel bisogno del tem-
po suo, presto si dijfuse non solamente in Italia, ma in Fran-
cia, in Alemagna,in Inghilcerra,in Polonia ed in altre remote
parti di Europa. Il trattato del Consiglio e del Consolamento
fu voltato in francese col titolo „ Livre de' Melibèe et de Da-
me Prudence „, Di questa traduzione si conservano due Mss.
nella Biblioteca del Museo Britannico. [Mss. Beg. 19. C VJI.
e 19. C. XI. )
Dufresnoj cita due esemplari della medesima opera tra-
dotta in versi Francesi [Bihl. Des Bomans T. ILpag. 248')
Questo libì'o del Consiglio ecc. è messo tra i Bomami p^r»
d
)( 26 )(
che veramente sì rassomiglia ad una specie di Romanzo mo-
rale essendo scritto in dialogo, dove i principali interlocuto-
ri sono i due conj'ugi Melibeo e Prudenza.
Il medesimo trattato fu voltato pure in lingua inglese
dal celebre poeta Chaucer, e da lui inserito nella sua grandmo-
pera intitolata „ The Canterbury Tales „ ed ha il titolo di
The Tale of Melibeus. La traduzione di Chaucer è del i383.
in circa; è molto probabile che la traduzione francese fosse
anteriore (3o). In Polonia vidi un antico Ms. intitolato ,, Al-
bertanus Brixiensis tractatas de Doctrina dicendi et tacendi
compositus sub anno Domini ii^5.
Debbo alla erudizione del chiarissmo sig. Dottore Gio, Fe-
derigo IVott, dignitario ecclesiastico Inglese, non solamente le
predette notizie, ma pure un saggio del volgarizzamento di
Albert ano fatto da Chaucer, e di più ha voluto egli stesso tra-
durre il medesimo saggio in italiano, ed io li presento ambi"
due alla curiosità dei lettori accompagnati dal suo cortese
indirizzo (a).
Carissimo Sig, Professore Ciampi.
Fi
i mando acclusa la traduzione copiata dalV opera
del nostro antico Poeta Chaucer, dalla quale potrete rilevare
che V Opera di Albert ano fosse generalmente a taV epoca co»
nosciuta in Inghilterra , e di più, che non solo i codici di essa
fossero numerosi, ma che vi fosse molta varietà nel racconto.
Augurandovi salute e felice successo nell' eseguire V Ope-
ra intrapresa mi raffermo
Di Voi Stimatissimo Professore
Firenze ì^. Luglio i832.
Fed. Nott
(a) 11 Chiarissimo sig. Nott, gran conoscitore ed amatore della bella
Letteratura italiana , oltre alla traduzione da lui fatta in lingua Italia-
na della liturgia della Chiesa Anglicana per comodo degli Italiani che
si trovano in Inghilterra^ ha recentemente pubblicato con eruditissime
note il libro di Bosone da Gubbio intitolalo l' Awi/enturoso Ciciliano.
Firenze per G. Molini i832. in 8.0
PROLOGUE TO MELIBEUS.
I ìFol you teli a little thing in prose
That ou^hte liken you, as I suppose,
Or elles certesye he to dangerous,
It is a moral Tale uertuous,
j4l he it told sometime in sondry wise
Of sondry folk^ as 1 shall you decise.
As thus: ye wot that every eifungelist
That telleth us the pei ne of Jesit Crisi
Ne saith not alle thing as hisfelaw doth ;
But natheless hir sentence is al soth,
j4nd alle accorden as in hir sentence.
Al he ther in hir telling difference;
For soni ofhem say more and som say lesse
Wli-an theY his pitous passion expresse ;
I mene of Mark and Mathew, Luke and John ,
But douteles hir sentence is ali on.
Ther f ore Lordinges ali , I you heseche^
If that ye thinke I vary in my spech
As thus ; though that 1 telle som del more
Of proverbes than ye han herde before
Comprehended in this little tretise here,
To enforcen with the effect of my matere,
And though I not the same wordes say
As ye han herd , yet to you alle I pray
Blameth me not, for as in my sentence
Shul ye nowher fnden no difference
Fro the sentence of tliilke trttise lite
After the which this mery Tale I write ;
And therfore herkeneth what I shall say^
And let me tellen ali my Tale , I pray.
The Tale of Meliheus.
A
yonge man called Meliheus, mighty and riche, hegale
uponhis wif that called was Prudence , a daughter whick
that was called Sophie,
X>8X
Upon a day htfell thathe^Jor his disport j is went into the
fclds him to playe. His wif and che his doughter hath he Itft
vithin his hous, of which the dores wercn fast ysliette, Foure
ofhis oldefoos han it espi ed ; and setten ladders to the jyalles
of his hous ^ and hy the windowes ben cutred , and bctcn his
wif ^ and wounded his doughter with fi^e mortai woundcs y
infide sondi y places; this is to say^ in hirefeet^ in hire hands,
in hirc ereSj in hire nose, and in hire mouth, and leften hirc
for deade , and wenttn away.
Whan IMelibeus retorned was into his hous, and sey al
this niiscìiitfy he like a madman rending his clothes gan to
rrepe, and e ri e.
Prudente his wif, as fer forth as she dorste , besought
him ofhis wcpingfor to stint: but not furthy {not witkstan*
ding this) he gan to crie and wepen e^er longer the more,
This noble wif Prudence remembred hire upon the sen-
tence ofOvide, in his Book that cleped is the Remedie ofLove,
wheras he saith : Ile is a foci that distourbeth the moder to
wepe in the deth oj hire childe (il she have wept hire filiti as
for a certain time : and than shal a man don his diligence
with aniiable wordes hire to reconfort , and praye hire ofhire
wepingfor to stinte ce, ec.
Squarcio della Storia di Melibeo, che forma parte
de' Canterbury Tales di Chaucer,
Finge il Poeta che quest'istoria sia il racconto fatto da esso me-
desimo ai Pellegrini co'quali anda\a a Canterbury. Prima d'in-
cominciare egli fa un prologo, il quale deve essere intei'essante
a motivo delle notizie che dà intorno alla storia stessa, benché
non citi il nome dell'autore.
Aevi racconterò una cosetta
inprosa, la quale deve, secondo quello che io ne giudico^ essere
da^foi gradita; altrimenti in verità sareste incontentabili.
Essa è una favola morale e virtuosa, benché sia alle volte rac-
contata da varie persone in varie maniere^ come io vi spie^
gherò.
Y ^9 )(
Voi sapete che ciascheduno degli Evangelisti che ci rac'
conta i patimenti di Gesìi Cristo, non dice tutte le cose nella
stessa maniera del suo compagno; ma nonostante la sostanza
è la stessa , e tutte si accordano nella stessa sentenza, quan-
tunque ui sia diversità nella maniera di raccontarle ; poiché
alcuni di loro dicono più , e alcuni meno quando narrano la
sua pietosa passione ; io dico di Marco e di Matteo y di Luca
e di Giovanni, ma senza dubbio la lor sentenza è la stessa»
Perciò, Signori, tutti io vi prego, se giudicherete che io/aC'
eia variazioni nel mio racconto, cioè se io v' introduca pia
sentenze di quelle che avete sentito narrar prima, in questo
piccolo trattato, per aumentare V effetto della materia, o se
io non mi serva delle stesse parole, che abbiate altre fiate in^
tese, vi prego di non recarmelo a biasimo, perchè nella mate-
ria non troverete nessuna differenza dal contenuto di un trat-
tato consimile, dal quale trassi questa novella. Ascoltatemi
adunque, e lasciatemi raccontare, vi prego, tuttala mia storia.
La Storia di Melibeo
Un giovane chiamato Melibeo, poderoso e ricco, ebbe da sua
moglie, la quale fu chiamata Prudenza, una figlia che fa
nominata Sofia. Accadde un giorno che egli per suo diporto
andò a divertirsi ne' campi. Lasciò la moglie ed anche la
figlia nella di luicasa, le porte della quale furono ben chiuse.
Quattro de' suoi antichi nemici se ne avviddero ; e mettono
scale alle mura della casa, ed entrano per le finestre, e battono
la moglie, e feriscono la figlia con cinque ferite mortali in cin-
que luoghi diversi, vale a dire nei piedi, nelle mani, negli oc-
chi, nel naso e nella bocca , e lasciandola come morta se ne
iranno.
Quando Melibeo fu tornato a casa sua, e vidde tutta questa
disgrazia, egli simile ad un pazzo squarciandosi i panni, co-
minciò a piangere e a gridare.
Prudenza sua moglie, per quanto ardiva, lo pregò il suo
piangere di tralasciare , ma nondimeno ricominciò a grida'
re e a piangere di continuo più forte.
Questa nobile moglie Prudenza si rammentò allora di una
tentenza d' Ovidio, in un suo libro eh' è chiamato il rimedio
d'Amore, ove dice: „ Quegli è ben sciocco il quale impedisce
X 3o )(
ad una madre il piangere la morte di suo figlio finché non
abblaper un certo spazio pianto a sazietà. Allora V uomo pro-
curerà di riconfortarla con amabili parole e di pregarla di
cessare dal suo piangere, ecc. ,,,
Il Trutta to del dire e del tacere fu tradotto anche in lin-
gua del Belgio, e se ne conoscono tre edizioni senza data, delle
quali una del 1492 per congettura delV Hain [Repert. Bibl.)
Non tardò V Italia ad avere la traduzione in lingua voU
gare di tutta l'opera latina dei Trattati morali d'Alberlano;
ed è ben presumibile che la prima d' ogn' altra fosse la Ita-
liana, della quale un solo volgarizzamento sin ad ora fu no-
to dai codici e dalla prima edizione a stampa del 161 o. ;
anonimo sì, ma senza dubbio del secolo XIIL, dissi in genera-
le del secolo XIII,, perchè quantunque due codici , oltre il
pistojese, abbiano le precise date della scrittura, V uno del
1274? <^ioè il Riccardiano cartaceo di iV".° 2280, e V al-
tro in pergamena, e posseduto dalV eruditissimo sig^ Iaco-
po Bar giacchi di Firenze V abbia del 1288, contuttociò non
fissano la data certa in cui fu eseguita la traduzione , o la
scrittura di essi, perchè la forma del carattere è posterio-
re a quelle date, principalmente nel codice Riccardiano ,
che dal catalogo a stampa della detta biblioteca è giudicato
essere scritto nel secolo XV. Gli altri codici, de' quali darò
le notizie infine di questa Dissertazione, sono bensì di tempi
assai posteriori, e tutti più o meno alterati dai copiatori, ma
chiaramente si riconoscono come derivati da un solo, cioè da
quello che servì di apografo al copiatore del sud. codice Ric-
cardiano di iV.° 2280, che ha la data d'un altro codice assai
più antico, cioè del 1274. Né debbe parer cosa strana che tal-
volta le date dei codici non corrispondano al tempo, nel qua-
le furono scritti; perchè i copiatori, forse per tenere in credito
il codice presso la posterità, copiavano materialmente V anno
ed il nome dello scrittore di quel codice più antico, di cui
facean essi la copia ; e forse anche per ignoranza, non essen-
do spesso che trascrittori mercenarii e materiali. Di false da-
te, o di falsi nomi delli scrittori de* codici non mancano pa-
recchi esempi, come già mostrai nelV occasione di pubblicare
i Monumenti inediti di Mss. Giovanni Boccaccio contenuti nel
Mss. autografo di lui da me trovato nella Biblioteca Magliabe-
cliiana di Firenze , e pubblicati in questa città l'A-nno 1827.
X 3. )(
dipoi con aggiunte ristampati in Milano nel 1828. per Paolo
Andrea Molina. Prima dfJ ritrovamento del vero carattere del
Boccaccio contenuto nel detto Ms. varj erano i Mss. tenuti per
autografi di quel padre della eloquenza italiana ; ed il fon^
damtnto di tal credenza si appoggiava alle soscrizioni, che
diceanOy in un Ms. Ambrosiano
„ Ioannes de Certaldo scripsit feliciter „
Ed in uno laurenzi ano
„ Ioannes de Certaldo scripsit „
e così d' altri. Ma la diversità del carattere dei codici pa^
ragonatì tra loro , e di quello del Magliabechiano da tutti
gli altri mi scuoprì V inganno , efecemi avvertito che i copi-
sti aveano trascritta la firma d* un primo codice che venia
dalla mano del Certaldese ^ e poi senza darsi altro pensiero
la copiarono successivamente colla scrittura loro.
Né questo sarebbe stato il pia grave danno recato dai co-
piatori de' codici alla letteratura, ed in ispecial modo alla
storia della lingua italiana, ed alla originalità delle opere
composte in volgare. Due sorte di persone sono state la causa
principale nei secoli bassi, e nei primi tempi della stampa, del
guasto e del deturpamento dell' opere a noi giunte dalV anti-
chità : gli ignoranti copiatori, e gli Eruditi. De' primi si la-~
mentava così Giovanni Boccaccio, massime di quelli del tem>
pò SUO: ^^Consueverunt jam dudum celebri officio soluni homi-
nes exquisiti ingenii assumi (ad scribendum), ut satis antiqua,
si quae sunt, testantur volundna, Postea ne quid incorruptuni
superesset in terris, quibuscunique volentibus permissum est,
Quamobrem eo devenimus ut qui literae seu caractheruni for-
mam apte calamo deducere noveriti illosque congrue inviceni
fungere, temerario ausu , nil aliud intelligentes,se scriptores
audent profiteri , et apposito pretio scribere quorumcumque
volumlna ; quod est turpius, relictls colo, iextrinisque , per-
saepe ausae sunt , et audent mulieres, et sic duni potius visa,
quam intellecta designant, quandoque vacillante memoria, et
nonnumtj uam dum ex non intellectis multa superfiua arhltran-
tur , et auferunt, aut casu , aut eorum permutant judicio , eo
ante alia itum est, ut sit orthographia dejecta, diphtongi aut
sublatae,aut debitìs privataenotulis, puntantio omnis omissa,
et signa perdita, quorum ope locutionis variationes percipi con-
suevere, ac insuper opere talium diminutis , aut additis, aut
)( 32 X
permutatis in dictionibus literis, aliter hodie legatiir , quam
veteres illustresque scripserint auctores necesse est. Et quod
longe perniciosìus: estOj hujusmodiscriptores advertant se mi'
nus recte pinxisse: ne dclentes erroreni maculani operi suo in'
fecisse uideanturj nitro praetereunt,- corrcctis pulcros praepo-
nentes codices ; qui quidcni crrorcs , etsi nonnuniquani ad^
manente grammatica, circa constructiones reducantur in re-
ctum^propria aut hominum, aut locoruni ^fluviorum, seu hujiiS'
modi nomina, et potissime peregrina, nisi divinitas sit in ho-
minibus insita, emendari non possunt cui dubium falsa veris
injecerit. ( Ioan, Bocc. de Maribus ad finem ) „
Rinnuovò i medesimi lamenti il celebre Angiolo Poliziano^
e così scrisse in fine del codice dell' opera di Pelagonio, ora
conservata nella Biblioteca Riccardiana di Firenze , e nio-
dernamente pubblicata a stampa dal diarissimo Sig. Dottor
doni: ,, Hunc librum de codice, saneque vetusto. Angelus Po-
litianus Mediceae domus alumnus et Laurentii cliens cura-
vit excribendam i dein ipse cum exemplari contulit et certa
fide emendavit ; ita tamen ut ab ilio mutaretur nihil, sed et
quae depravata inveniret, relinqueret intacta, ncque suum
ausus est unquam judicium interponere. Quod si priores insti-
tutum servassent, minus multo mendosos codices haberemus.
Qui legis boni consule et vale „ .
Anche il dottissimo Gio. Michele Bruto veneziano ed isto-
riografo di Stefano Batori re di Polonia si rammaricava de'
critici, specialmente di quelli de' tempi suoi, quando scrisse
nella lettera alT amico Oratone [pag 35 ediz. di Berlino
1698.) ^, Horum sunt Manliana imperia.' ita legito, sic emen^
dato; foede hic lapsus; putide ille „; ed in altra alV islesso
{pag. 346 ) 5, Non enini res est ridenda, sed dìgna odio im-
m,ensa licentia! eo enim ventura^ est ut si viri doctissimi ab
Inferis redaces sistantur, quae vere sint sua, adeo prò cujus-
que ingenio multa addita , et mutata inveniant , prò suis non
agnoscant „. Se più o meno possono farsi li stessi lamenti dì
tutte V opere dalV antichità pervenuteci , verune sono state
tanto malconcie, quanto quelle de' primi scrittori della nO'
stra lingua volgare o per l'ignoranza de' copiatori, o per lo
smoderato arbitrio, e la saccenteria degli editori, che si pro-
posero di emendarle, a' quali veramente possono essere appli--
tate in gran parie le parole di Gio. Michele >£ruto: horum
X 33 )(
snnt raanliana imperia: ita legito: sic emandato: foede liic la-
psus: putide ille Specialmente poi serve al proposito no-
stro ciò che scrissero i Deputati all' edizione ed emendazio'
ne delle Novelle o Decanierone di mess. Gio. Boccaccio, i qua-
li nel proemio delle annotazioni, dopo aver mostrato i dan-
ni fatti all'opera [non già per quel che appartiene alle cose
dall'autore trattate) soggiungono: ^^ Però lasciando di dir più
di questo, et venendo a quel che si può dire proprio nostro, cioè
la correttione del Testo, quanto attiene alla proprietà et na-
turai purità della lingua, nella quale, quanto sia per opera
nostra migliorato da libri che oggi comunemente corrono per
le stampe: sarà giuditio d' altri ; quanto noi ci siamo affa-
ticati perchè riesca migliore, possiamo sicuramente et libera-
mente dire , che non è pensiero, o sollecitudine nel ricercar
buoni testi, né fatica o diligentia nel riscontrarli, che da noi
si sia lasciata addietro : tirandoci, da una parte , il deside-
rio di fare cosa grata alli studiosi della lingua , et sforzan-
doci da altra il bisogno che ne haveva il libro troppo mal
concio, et troppo trasformato dal nativo et primiero esser
suo. Et di questo se ne possono assegnare alcune occasioni, et
non sarà per avventura fuor di proposito. Et lasciando le
communi con le altre lingue, che concorrono ancora nella no-
stra, come dire la condizione delle cose humane , la quale se-
co naturalmente porta di rovinare sempre nel peggio, et tutto
il dì mostra V esperienza , che trascrivendosi un libro , rade
volte incontra che dagli spensierati copiatori non si lasci , o
scambi, o guasti qualche cosa. A questa negligentia opoca cu-
ra di chi sa poco si aggiunge, et spesso fa molto maggior dan-
no il troppo ardire di coloro che si credono saper molto ;
i quali come in ogni tempo et in ogni sorte di scrittori si è
veduto, come s' avvengono a un passo, o non inteso da loro , a
che credano poter migliorare, et far mostra dell* ingegno lo-
ro , senza un rispetto al mondo vi messero le mani , i quali
tanto pia sono pericolosi, quanto pare che spesso si appressino
a una cotale sembianza di vero , et son pieni ( come gli chia-
ma Fabio Quintiliano ) di dolci inganni, et a grossi ingegni
et chefuggon la fatica dtl pensare gratissimi. Et se nonfus-
se che ne' tempi nostri, persone di giuditio et di dottrina ec-
cellenti , si sono parati innanzi a questa rovina , et con viva
mente scoprendo l'ignorantia et insieme mostrando la verità
)( 34 )(
hanno talliato la via alla violenza di tanto incendio, erape»
ricolo die in breve non rimanesse vestigio né orma del pro-
prio, che lasciarono scritto quc' tanto celebrati et amati scrit-
tori. Ma queste sono cagioni communi alla nostra con le altre
lingue. Questo autore ne ha una sua propria et speciale, et co»
sì i(L chiamiamo , se ben pare conimune con gV altri nostri,
perchè quanto per la grazia, che ha havuta col mondo, è per
più mani passato et più copie se ne son fatte, cotanto ha senti-
lo questo danno sopra gli altri tutti; che i libri latini che
habbiamo hoggi ( per parlare di una sola lingua ) furono
scritti gran parte da persone o non punto intendenti di quel-
la lingua, o tanto poco , che non ardivano mettervi parole
di loro: anzi imitavano appunto et bene spesso contrafacea»
no , et come dire , dipignevano quello che havevano innanzi.
Nel che se bene erravano o trammettendo spesso o levando
disavvedutamente qualche lettera o sillaba, non per tanto vi
rimanevano tali segni et tante reliquie della primiera forma,
che come nelle rovine di essa Roma da fondamenti et dalle
moricce i più intendenti hanno saputo rinvenire la forma
delle antiche fabbriche , così hanno potuto questi cavar di
que' vestigi le pure et intere voci Romane, Di questo nostro
non è avvenuto così, perchè havendo scritto in lingua che hog-
gi, tanto o quanto si crede sapere ciascheduno, non hanno ha-
vuto rispetto i copiatori, quando è venuto loro bene, tor via le
parole delV autore et mettervi delle loro , senza lasciare pur
ombra delle primiere , onde elle si possano per alcuno tempo
mai rinvenire. Altri sono stati che non credendo cK egli im-
porti dire una cosa con questa parola o con quella , o pia in
un modo che in un altro, pur che il senso medesimo vi resti:
giudicando così delle parole come di quelle pietre Calandri-
no , a cui bastava sapere la virtù , senza curarsi del nome :
non hanno fatto caso di esporre il concetto dell' autore con
qualunque parola sia loro prima venuta alla bocca. Et di ta-
li ci sono che quel che V autore haveva disteso in sette , o otto
versi, hanno presunto di ristringerlo a tre o quattro. Ma que-
sto è stato special vitio de tempi più bassi nelle voci antiche,
et de forestieri nelle proprie, che abbattendosi o i copiatori, o
gli stampatori ad alcuna di queste, che pure ce ne sono {per-
chè egli adoperò la lingua et le parole di quella età , et come
egli chiaramente dice , tli questa patria ;, tt talvolta davvan-
)( 35 )(
iaggio immitò a bello studio et con marai'igliosa piaccvolez^
za et giudìlìo la propria favella di donne et di certa sorte
di huoniini): ìiora abbattendosi a queste tali, senza conside-
razione alcuna di quel che questa licentia possa importare ,
V hanno mutate. Et in ciò ( crediamo noi) hanno pensato che
dovendo scrivere a gli huomini di questa età, non occorresse
tenere conto delle parole di una altra. Et in somma in que~
sto scrittore hanno tenuto più conto della favella et della
piacevolezza et del riso , che dello stile et delle parole et
della eie ganti a „. (Proemio dei Deputati aile annotazioni del
Decamerone pag 7.}
Anche gli editori delle Storie Pistoiesi stampate, in Fi-
renze V anno iSyS. j e poi nel i^SS. così scrissero nella pre-fa-
zione loro : „ Non ci è venuto fatto di trovare altro che un te-
sto solo, il quale e senza titolo , e fu copiato V anno iSgB di
dicembre da un Jacopo di Franceschino degli Ambre gini , e
per quanto si vede , egli con assai cura lo scrisse , ma non sì
però che alcuno suo proprio vezzo non ritenesse, vizio comune
della più parte dei copiatori. Per che a buona ragione ne do-
vrà il discreto lettore bavere per i scusati se alcuna menda ci
troverà , non essendo quasi possibile trovare un testo che da
un altro copiato sia , tutto sicuro. [J^, La mia prefazione alli
Statuti dell'Opera S . Jacopo di Pistoia del i3i3. da me pub-
blicati dalV originale nel ì8i4' Pisa 4* )
A vie più confermare il fatto medesimo siami lecito di qui
riportare qualche testimonianza di moderni scrittori, U edi-
tore del Tesoretto, e del Favoletto di Brunetto Latini [Firenze
presso G. iVolini 1824.) » persuaso io, dice nella prefazione, che
il vocabolario di nostra lingua debba, ilpiuche si possa, aver
fondamento su libri a stampa, siccome tutto lo hanno que'della
greca e della latina, e vedendo che non può citarsi il Tesoretto
ed il Favoletto sulla edizione di Roma per essere guastae cor-
rotta,e inpiu luoghi a mio giudizio raffazzonata , né sulla ri-
stampa di Torino del \ rjSo. che n'è copia fedelissima, e nemmeno
sullealtre quaelà di sola fantasia rabhrecciate:mi posi in cuo-
re,dieseguirne una nuova che tutta si appoggiasse a ragionata
autorità di P4ss. (a) .... e recatomi nel 1820 per altre bisogne
(a) Se ne citano sei, de' quali 4 del secolo XIV. uno del XV. ed
altro del XVL Niuuo è dunque contemporaneo dell'Autore.
X 36 )(
a Homa non lasciai di consultare un codice della vaticatìct
ti, 3220 . . . Sebbene esso sia di scorretta lezione e pien di ló^
gune delle quali però uomo non si accorge se non nel confronto
con gli altri codici e colle stampe, che anche esse hanno lor la'"
gune in parte palesi, ed ift parte nascoste, te quali tutte si
sanano per questa mia nuoi^a edizione, mercè della quale io
prendo altresì speranza di aver ridotto il teso^ettò, ed il
favolelto, se non come essi uscirono dalle mani del Latini (e
chi potrebbe mai dopo tanti strapazzi dei copiatori dir ciò
con fiducia^) tali almeno che fastidio ed ira non muovano nel
lettore né già il codice ( laurenziano membranaceo del
secolo XIV. ) da me copiato è perpetua norma della nuova è-
dizione , fo anch' io tesoro degli altri, introducendo nel testo
quelle lezioni, che mi sembrano migliori, e rimanendo le al'
tre alle varianti. La concordia del maggior numero de^ codi-
ci fa su me autorità, ma allora solamente che non mi paia
ripugnarvi la grammatica, la critica, e la ragione; reco pe-
rò sempre in nota le lezioni eh* io non approdo , perchè tion
mio, ma del pubblico esser ne debba il giudizio. Adopelro nel
modo medesimo in que* pochi luoghi che mi son parati dovere
correggere .... Nella esposizione, in che ho inteso principale
mente alla brevità, ho talvolta ondeggiato in dubbiezze ; né
mi so io già se in eleggere una di quelle interpetrazioni, che
mi si sono affacciate alla mente sia stato sempre assistito
dalla sana ragione, il cui soccorso ho però sempre implorato.
Protesto al mio Lettore che dal principio di questo mio me-
schino lavoro fino alla compiuta edizione di esso mai non ho
lasciato di tenerlo presente ali* animo, così molte cose ho a
luogo a luogo cangiato, alcuna in che poi ho scorto errore ho
ad alcuna opportuna occasione emendata, ed altre ne emen-
do^ e ne estendo nella nota posta qui sotto. Molti più falli
saranno per avventura scoperti dal mio sagace Lettore (3 1 ); non
ho seguito le stampe nella division dei capitoli , e nemmeno
alcuno de' manoscritti , che pure in questo non son tra loro
concordi , lo che ha dato conforto al mio arbitrio „.
Veramente questa umilissima confessione muove a miseri-
cordia verso il disgraziato autore del Tesoretto e del Favo--
letto ; ma ciò non ostante credo che il Poliziano avrebbe con-
sigliato V editore ad affaticarsi meno , e iudicium suum non
interponere/^e/' no«yare un centone quasi inutile^se dopo tanta
)( 37 X
fatìcanon solamente non può riconoscersi tale quale uscì dalle
mani del Latini , ma di più neppur l'Editore sa se sia stalo
sempre assistito dalla sana ragione. Peraltro quanto egli è lo-
dei'oleper la sua ingenuitded umilt assono altrettanto da bia-
simarsi moltissimi editori^ che in testi anche meno strapazzati
dai copiatori esercitarono manlìana imperia. Quanto è succe-
àuto ai codici del Tesoretto, e del Favoletto di Brunetto La-
lini può dirsi anche di quelli della storia del Malispini , del
Decamerone di Giovanni Boccaccio, come sene lamentarono
i Deputati , e ripetè anche il celebre Monti nella Proposta .• e
di moltissimi altri^ da potersi francamente assicurare y di
quali più, di quali meno, che se ritornassero da morte a vita gli
Autori, né trovando più i propri scritti originali, rifiutereb-
bero di conoscere per suoi gli esistenti nei codici, e nelle edi^
zioni. Dei moltissimi, due soli esempiì siami permesso d' ag*
siungere, cioè quelli della storia di Ricordano Malispini , è
delle Lettere di fra Guittone Aretino, Il primo , da quanto
ne pensa il chiarissimo ed eruditissimo illustratore, e modtr^
no editore sig, ab. J^incenzio Follini , vivea nel 1278; il più
antico MS. di quella storia è creduto dal medesimo appar-
tenere al i35o, od al più tardi al iSyo. o poco dopo; non dis-
simula la pena datasi per ridurla a buona lezione, coni' è la
frase usata dagli editori di questi malconci scrittori.
In quanto afra Guittone ne sappiamo anche assai meno:
chi lo vuole nel fiore del viver suo intorno al iiSo; chi gli al-
lunga la vita sino al 1293. // Bottari nella sua edizione che
di quelle lettere fece in Roma V anno ij^5, e precisamente
neir avvertimento ai lettori, disse che il codice più antico già
appartenuto al Redi , lo credea scritto avanti il iSoo, od in.
quel torno, per quanto si può fare ragione dalla forma della
scrittura , ed altre congetture. Ma lasciando di rilevare in
aggiunta al già detto , quanto poco sia da contare sopra si-
mili congetture, è innegabile che il Bottari per ridurre il suo
testo a buona lezione non abbia fatto il florilegio da quanti co-
dici potè vedere; codici tutti, secondo il solito degli altri, pie^
ni d' arbitrii, di negligenze ecc. de' copiatori. A questa ridu-
zione , sinonimo bene spesso di raffazzonamento, e rabbreccia-
inento, e di tutto quel che ci fa sapere V ingenua confessione
del moderno editore del Tesoretto e del Favoletto, aggiunse
il Bottari tutta V ortografia, che quale cela presenta non può
)( 38 )(
essere mai quella stessa di fra Guittone ; scrivendosi in al-
lora le parole non secondo grammatica , che non erano fis-
sate alcune regole in quanto alla scrittura delle parole ,
ma ognuno s' industriava di prenderle come a volo uscite di
bocca , e fermate in iscrittura secondo che il suono ricevuto
dall' orecchio parca suggerisse ; quantunque fissato nonjosse
nemmeno il valore di tutte le lettere per adattarle alla pro-
nunzia. Ma ciò che mette il colmo alla diffidenza non già
contro il Bottarif bensì contro i copiatori , o gli adulteratori
de' codici , si è V essere alcune di quelV epistole spesso tanto
imbrogliate ed oscure da non cavarsene , od appena, il senti-
mento; ed altre, all'opposto, talmente piane^ e dirò anche ele-
ganti^ che sembrano composte da più assai valente autore. Or
quali dovranno esser credute le genuine di fra Guittone?
forse leprimel ma sino a che non eranvi scritture autentiche^
e ben lunghe di quell età , fu permesso immaginarsi che ogni
scritto imbrogliato^ ed oscuro, e pieno di voci strane mostras-
se i primi vagiti d' un linguaggio nascente , e malamente ac-
cozzato ; ora poi che ne abbiamo sotV occhio il paragone si-
curo e vendine, non può esser ammessa una simile scusa. Oltre
di che, non è egli incomprensibile che si scrivesse allora poco
meno che colla stessa ortografia del miglior tempo della lin-
gua volgare!
Ma saranno forse di fra Guittone le altre Lettere bene or-
dinate ed eleganti, e ridotte a miglior lezione ed apiumoder-
na ortografia? Io per me non so che pensarne: certamente
V autore delV une non pare cK esser lo potesse anco delV al-
tre. Sospetterei che Guittone le scrivesse in latino, e che da un
ignorante fossero volgarizzate le une , da un più erudito le
altre; ma in tempo diverso. Son pieni i codici, ed i libri a
stampa di volgarizzamenti d' epistole latine, le quali più non
si conoscono originali; quasi tutte le volgari attribute al
Boccaccio sono traduzioni di lettere sue latine ora non cono-
sciute ( V. i Monumenti inediti di Gio, Boccaccio da me tro-
vati e publicati in Firenze per Galletti, e per Conti 1828. E
con aggiunte in Milano per Paolo Andrea Molina i83o.) Che
fossero scritte originariamente in latino me ne danno sospetto
i molti latinismi che vi s' incontrano, ed i testi latini per en-
tro alla lettera riportati. Sarebbe stata cosa assai ridicola
che mentre in quelV età scriveasi in volgare per farsi bene in~
)( 39 )(
tendere generalmente, vi si mescolassero a josa testi e parole
latine. Infatti vedo che Alhertano scrisse in latino citando e
riportando a parola le autorità che prendta dalli scrittori
latini , ma Soff'redi non adopera quasi una voce latina nel
farne la sua tradazione. Bensì V ambizione di Latinizare co-
minciò a introdursi tra i letterati del secolo posteriore spC'
cialniente nelle traduzioni dal latino, quando aveano V alba-
già di volersi distinguere dal popolo anche nello scriver la
lingua volgare ; o credeano di nobilitarla fognandola lati-
namente , ed ingiojellandola di latinismi ; abuso che prese
voga maggiore alla fine del secolo decimo quinto. Cristoforo
Landino nel 1487. dedicava ad Ercole da Este Duca di Fer^
rara il Formulario et Epislole vulgari missive et responsive A
altri fiori de ornati parlamenti stampato in Bologna per 3]iss.
Bazaliero di Bazalieri V anno 1478. la qual dedica dice così:
„ Sono pili tempi trascorsi Illustrissimo et Excelso Signor
mio che per lungo stimalo de alcuni citadini et gentil homini
avidissimi de ornar se de laudata peritia fui compulso ad
alquanto exercitare el mio exiguo ingegno circa loro virtuosa
istructione. TJnde per adimpire il suo desiderio non cum me-
diocre difflcultà composi la presente operetta , et volendo io
per la aff'ectione, servi tii e fede porto verso la vostra excelen-
tia fare ne le adimandate occurrentie secondo le mie debole
force apertissima dimostratione, examinata la humile et in^
eulta compositione ho statuito farne oblatione e dono a vostra
Illustrissima Signorìa, non come meritevole presente , ma cO'
me cordiale attestatione e fede de la mia perpetua volontaria
servitute ; et in qualche reconoscentia degli a' piaceri sì innii-
mer abili beneficii che già receviti da la vostra sublimità. Et
se il favore de qualche accidental doctrina lo havess^ com^
portato per lo preterito , o che me havesseno i cieli alcun na^
turale e chiaro lame de intelligentia porto, e per esso facto
securo, Io non harei posto tanto intervallo e dilatione di tem^
pò a visitare la prefata vostra celsitudine cum questo mio li-
bretto, nel processo del quale ho scritto molti evordii et epi-
stole missive et responsive in ogni f acuità et altri parlamenti
opportuni e necessarii da expore ambasciate al summo ponti^
fice, a Cardinali, Episcopi, a Comunità, a Signori, et a qua-
lunque altro reginiento in diverse occurrentie. Et quantunque
io sappia che la vostra Exceleutia sia fornita et ampiamente
.^
)( 4o )(
copiosa de tutte quelle cose che a excelentissimo principe si
rechedono, E che questa mia debole compositione sia tenue et
exigua a uno tanto e sì glorioso principe, la cui virtù et uni^
versale doctrina è tanta, che più no sto per dare instruzione
et ammaestramento ad altri, che da altri ricevere, tamen per
far parte il debito mio verso vostra celsitudine , et presertini
persuadendomi che spesse fiate alli alti e degni ingegni adi-
viene come alli stomachi de gli huomini grandi e potenti , li
quali quantunque siano copiosi de electe et exquisite vivande^
nihilominus alcuna volta fanno diversione in cose più ville a
basse , e le quali cose pare che facciano renovamento de ap^
petito alle cose delicate. Così essendo vostra illustrissima Si"
gnoria continuamente quando d odo et à vucatione de gover-"
nare e prudentemente regere i popoli sottoposti a vostra illu-
st rissima protectione et clementissimo auxilio , quando in le»
tioni morali o storiche et in quella dilectar se , ponendo poi
in opera ne le cose occorrenti unde vostra illustrissima Si~
gnoria se ha aquistato nome di prudentìssimo fra gli alti
grandi Signori e Principi de Italia: per tanto si come li sto^
machi alcuna volta si dilectano de le cose men conveniente ,
e come molte volte vi recreati {a) ne V audire e vedere istrioni
et joculatori parimente per divertere lo ingegno vostro excel»
lente dalle cose alte quasi per respirazione a rinovar la virtù
da lo intellecto affannato in sì degne investigationi potrà la
excelentia vostra legere queste mie inepte et in ornate fatiche
che almeno vi comoveranno a ridicolo piacere di me che agia
prosunto ocupare il pregrino vostro ingegno in cose vulgare e
materne {b) et inept amente composte; et io almeno ne riceverò
questo fructo che la vostra sublimità haverà più gran rispecto
al mio desiderio de gratificarne a quella che non haverà in
reprehendermi [e] che io sia stato poco advertente a non me-
surare il mio basso ingegno a tanta impresa verso la preli^
bata Vostra Ducale et Excelentissima Signoria a la quale
humilcmente sempre me raccomando (z'j).
(tìf) recreatis.
(b) ciò prova che non furono scritte in latino, ma originalmente in
volgare.
(e) reprebendere me.
)( 4i )(
Anche tra V epistole volgari da me trovate in un Codice
Barberino, e scritte di Polonia dal celebre Filippo Bonaccor-
si più «0^0 co£ «0/7ÌJ di Callimaco Esperiente, molte hanno il
medesimo stile ; come p. e. è questa diretta da Cracovia al
suo amico Lattanzio Tedaldi a Firenze V anno i486.
Frater amantissime et honorande
Perocché poi del ritorno di Niccolò mio scrissi a te ed
agli altri amici et benefattori , et come stimo pervennono le
lettere salve , ne ho preso cura, oltre a quello, di più scrivere,
parendomi d' haver satisfatto a vostre proposte, non scorgen^
do poi cosa alcuna degna d* affaticare o voi in leggere o me
in scrivere i la presente è più per accompagnare una di Ai-
nolfo [a) nostro, che per darti notitia del venire mio in Italia
per commessione del Signor mio , che in vero come simili af-
fari sono honestissimi et probabili {bj in la gioventù , ita in
questa età mia affaticata et matura nella quale si dovveria
calare le vele, et raccolte le sarte rivolgersi alla cura di se me-
desimo,pare superfluo et ambitioto V occuparsi in tali cure,
se già non mi excusassi rerum magnitudo et periculum immi-»
nens vineae Domini (e) in qua laborandum est usque ad vesperas,
sed utcumque a me fiat, accipiaturque ab aliis, postquam ita
contigit , volui non ignorares che absolute certe azioni colla
Maestà Cesarea sarò subito a Vinegia, acciocché mi possi da-
re notitia se le mìe lettere ti sono pervenute a mano o nò; ac^
ciocché sappia utrum satisfactum sit amicis, aut denuo scriben-
dum sit. E fcLcilimmo lo scrivere di costì a Vinegia, et se fossi
difficile indugerai a farlo, che io per te farei molto più. Et
Frescubaldo mi darà le lettere se a lui le drizzerai. De Ai-
nolfo t' informerà il suo scrivere; V altre cose del paese non
possono esser costì a proposito alcuno, et però non dimeno di-
co se costì senti cosa degna , prego mene avvisi con la usata
tua humanità „,
Ma ritornando a Fra Guittone: se e^li scrivea quelle let-
tere a gente del popolo , era inutile mescolarvi il laJ.ino j se
(a) Ainolfo od Arnolfo Tedaldi che stava iu Cracovia.
(b) Cioè lodevoli, plausibili.
(e) Applica queste parole al re Alberto di Polonia del trafile fu precet-
tore, e poi segretario generale di Stato.
/
)( 4» )(
le scrii>ea a letlerati, non era in uso, né di suo decoro scrwer-
le in lingua^olgare. Peraltro ne pensi ciascuno a modo suo.
Quello che al mìo inlento appartiene si è che tutti i codici
contenenti le opere de^ primi Autori della lingua volgare,
pia o meno sono quali ìio mostralo ; che le edizioni ci presen-
tanti j)ir la maggior parte o la negligenza de' copiatori , od
il risuli amento delV arbitrio ^ e della saccenteria de lettC"
rati ; e perciò la vera storia della lingua volgare cronologia
camenle non si conosce nella maggior parte dei codici, e meno
nelle stampe ; che invece d' essere testimonii sicuri dello stato
in cui era la lingua parlata e scritta dai loro autori^ piutto-
sto sono depositi di vocaboli, e di frasi insieme confuse delle va-
rie età nelle quali i codici furono malconcj dalV ignoranza, e
dalla sbadataggine de' copiatori, o dall'arbitrio degli edi-
tori, che hanno ridotti a modo loro i testi ; sì che di molti sì
possa dire non doversi più citare V Autore , ma il codice , o
V editore.
Tutto questo mio ragionare non tende mica al disprezzo
generale de' codici, ne' quali sono contenuti, comunque siano,
gli scritti degli antichi autori della lingua italiana, e nep-
pure a far poca stima delle dotte fatiche di quelli Eruditi che
sonasi presa cura con dottrina, con criterio e moderazione dì
rimettere nel miglior grado possibile i più strapazzati nionu^
menti di nostra lingua. Siano pur tributate loro dovutissinie
grazie. Io non ho altro in mira se non che di metter in vedu-
ta con sincerità lo stato presente de' Monumenti scritti più
antichi della lingua nostra volgare, e d' indicare le cause per
le quali non abbiamo un prospetto cronologico ed autentico
del vero aspetto di essa ne' successivi suoi stadj. A questo pro^
posilo riferirò le parole del chiarissimo sig. abate Vincenzio
Folli ni regio Bibliotecario della libreria Magliabechiana di
Firenze, moderno editore della Storia di Ricordano Malispi"
ni, dove alla pag. i5. e seg. della prefazione Egli si esprime
così :
,,Ma se in tutto quello che alla narrazione de' fatti e alla
correzione della guasta lezione appartiene niun cangiamento
ho fatto senza buone ragioni e autorità di codici , non minor
cura ho usata nel conservare intatte le voci, e le maniere di di-
re nella siict- natia purità , senza punto curare le censure dei
moderni ignoranti, che l'oro più schietto delle vecchie scritture
)( 43 K
tengono per i>ile e rugginoso metallo, e che tutto ridur volendo
alla moderna foggia , o piuttosto errar volendo senza legge
alcuna , mostruosa e ignobile rendono la leggiadrissima e
nobilissima nostra favella. E comecché io tenga esser perduto
quel tempo clic spender si volesse a ragionare con costoro, non
parmi altronde benfatto usare della stessa non curanza ver^
so di quelli, che non essendo di legge schivi, e amando la pu-
rezza di nostra lingua, aborrono soltanto le così dette ranci-
de e disusate voci , alle quali si fanno lecito di sostituire le
più gentili, e dall' antico e moderno uso approvate, nel pub-
blicare gli antichi scrittori. Prima di fare ad essi toccar con
mano quanto sien lungi dalla retta via sì fattamente opinan-
do , voglio che per me risponda uno scrittore non toscano , il
quale circa un mezzo secolo prima della fondazione deW Ac-
cademia della Crusca, vale a dire nel iS'^j., scriveva. È que-
sti Giacomo Fasolo , che pubblicando in quelV anno in Vene-
zia i primi dieci libri della Storia di Giovanni Villani , co-
sì parla nella sua Lettera o avviso ai lettori:,, Ne ti maravi-
glierai se alcun vocabolo in essa trovassi non solito a' nostri
tempi, e quelli che non sono in uso altrimenti scritti di quello
che al presente si fa , per esser questo scrittore antiquissimoy
e secondo la lingua de' sui tempi avere parlato , e usata la
sua ortografia , e modo di scrivere tanto i verbi quanto i no-
mi, le quali cose benché siano varie da quello che si usa, non
abbiamo voluto però toccare , e massime astretto e persuaso
dal giudicio de uomini eccellenti, e precipue delV eccellentis-
simo messer Antonio Brucioli, quaV ha vista quesf opera a
suo parere, e questo ancora perchè il lettore vegga il parlare
di que' lempi, e consideri quanto si vadano mutando di seco-
lo in secolo le lingue, e ancora per non parere, come molti,
audace e prosuntuoso a volere ridurre le cose degli altri
scrittori secondo il nostro sentimento, e così le appresentiamo
per quanto è possibile secondo la copia eh' è antichissima. E
invero , chiunque arditamente pone la mano ne' vecchj scrit-
ti , a sua voglia cangiando le frasi e le voci, rende dubbia la
loro fede tanto nelle cose che nelle parole , nuoce alla storia
de' principi e progressi delle lingue, e delle scienze ed arti ,
pone in discordia le stampe coi sinceri manoscritti, e coi già
divulgati vocabolari , come recentissimi esempj dimostrano :
t^lie i mezzi più sicuri onde rintracciare le origini delle vo^
)( 44 )(
ciy che hanno per ordinario una necessaria lega coi fatti e co^
sturni , e che nella loro priniiti\>a forma spiegano bene spesso
mirabilmente^ e cangia un s(rcolo in un altro con intollerabili
anacronismi. E che altro fanno gli editori, i quali gli altrui
scritti r affazzonano , o rimodernano ^ se non se quello di cui
sogliamo dar carico ai copisti de' codici^ co' quali venghia-
mo continuamente alle prese, non potendo nelle tante varia--
zioni da essi fatte negli scritti, il pia delle volte la legittima
e sincera lezione ravvisare! Ma io non dubito di asserire, che
maggiore sia il danno, il quale viene da sì fatti editori, di
quello che dai saccenti copisti, perchè con minor sospetto leg'
gonsi i libri stampati, essendo ciascuno persuaso, che nel pub-
blicare le scritture altrui ogni lor cura abbiano posta gli edi-
tori nel fissarne la vera lezione, e tanto più se da uomini di
qualche credito vengano pubblicate , o da tali che di avere
usata una tal diligenza nelle prefazioni si vantino,,.
Di qual pregio adunque non è da reputarsi degno il Codi-
ce pistojese che non con data apocrifa, non in uno di que'
codici de' quali parlammo presentaci copia d'un' opera qua-
lunque volgare del 1278. mail volgarizzamento dell' opera
più dotta , più erudita, più morale che in quelV età sapesse
prodursi; non in copia, ma tale che sia la originalmente seri»
in quell'anno , e da potersi tenere in luogo di Autografo per le
ragioni che verrò ad esporre^ e che ci mette dinanzi agli occhi
la lingua come usciva dalla bocca del popolo, e come gli eru--
diti si sforzavano di improntarla nello scritto dietro alla gui-
da dell' orecchie, scrupolosamente : per lo che viene ad esser
dimostrato quello eh' erami proposto : cioè che il Codice pi»
stojese del Yols^i'izzaraento d'A-lbertano, ed il Testamento della
Contessa Beatrice da Capraja scritti nelV anno 1278. siano
i principali più antichi monumenti Autentici, e non alterali
della scritta lingua volgare (33).
)( 45 )(
e A P I T O L O IV.
Storia del Codice pistojese Prove della sua autenticità. Diffe-
renza di questo Volgarizzimento da quello sinadora conosciuto
nei codici , ed a stampa. Quale dei due volgarizzatori abbia da
credersi anteriore. Se aver si possa il sospetto che l'uno o T al-
tro volgarizzatore abbia profittato d' uno de'due volgarizzamen-
ti. Quali siano le qualità speciali del volgarizzamento del Codice
pistojese.
iVe
elV anno 1808. io mi affaticava a cercare per ^li archi'
\n pubblici e particolari Notizie d' ogni maltiera , ma spe-
cialmente le appartenenti agli Uomini illustri della mia Città
Natale, Pistoja, allo stato della lingua volgare nei primi seco-
li dopo il mille, ed allo stato delle belle arti in Italia in quel--
la medesima età. Frutto inaspettato di queste mie ricerche fa
il venirmi alle mani in una miscellanea di cartapecore alla
peggio insieme come in un fascio legate , neW archivio della
Comunità di Pistoia un Ms. in cartapecora e nancante di
molti fogli alla fine , in forma di 4°. scritto a dw colonne con
rubriche ai capitoli, contenente il volgarizzameito dei Trat-
tati Morali di Albertano giudice di Brescia ; il primo .' Lo
libro de la doctrina del dire , e del tacere .... straiactato di latino
in volgbare per mano di ser Soffredi del Grathia di sanato Aiuo-
lo , e scricto per Lanfrancho Seriacopi del bene notaio di Pistoja
socto li A. D. MCCLXXVIII. del mese d' Aprile ne la sexta in-
dictione. Il secondai Lo libro del consolamento e del consiglio....
imagornegato in su questo volgare ne li anni D. MCCLXXV. del
mese di settembre. // terzo'Lo libro de ramore e de la dilectione di
Dio ecc. Ma di questo non ne rimangono che due brevi capitoli
essendo slato il rimanente strappato via, o andato in dispersio-
ne con altri fogli. In allora mi limitai a darne V avviso alla
repubblica letteraria nelle Memorie della vita di Messer Cino da
Pistoia stampata in Pisa l'Anno 1808. nella quale apag. 122.
misi il fac-simile del carattere di quel codice, ed a pag. i33.
e seg. stampai per saggio il cap. ultimo del Trattato del dire
e del tacere a confronto con il corrispondente nella traduzio-
)(46 X
ne pubblicata da Sebastiano de Rossi in Firenze V Anno i6i(x
ed aggiunsi pure il confronto di due codici del testo origina--
le latino di liberiano, che sono consentati nella Reale Biblio"
teca di Torino; differendo a pubblicare la traduzione intie.-
ra in altro tempo con più diffuse e diligenti illustrazioni.
Avvenne poi che, impedito da varj altri studj\ e molto piit
per essermi traslocato dall' Università di Pisa a quella di
Varsavia in Polonia, ne deponessi quasi affatto il pensiero.
Ma tornato in Italia dopo alcuni anni, incaricato di com-
missione letteraria del R. dipartimento de' Culti, e della Pub-
blica istruzione del Regno di Polonia, mia cura fu di correre
a Pistoja per vedere, e nuovamente esaminare quel Codice.
Ma come potrei descrivere la sorpresa, ed il rammarico pro-
vato in trovarmi deluso nelle mie speranze allorché inutil-
mente il cercai, per non esservi più, senza sapersi né come, né
dove fosse sparito! Dopo qualche anno di vane ricerche, e pre-
mure fatte sì dalV erudito, e zelante Archivista Sig. Benedet-
to Ricci succedsLto alfa Sig. Giosuè Matteini, sì da'Sig.''i Ca-
valieri Francesco Tolomei, ed Alessandro Sozzifanti, mi veli-
ne in mente di comunicar loro una mia idea sulla cagione di
quello smarrimento , che mercé le nuove premure loro ebbe fe-
lice sucvesso. perchè il Codice appunto per l' incidente da me
immaginatole senza malizia e reità veruna di chi ne fu lo stru-
mento, si trovò presso il sig, Giuseppe Canini collettore be-
nemerito di titto ciò che da Letterati pistojesifu dato in an-
tico, e modernamente alla luce. Egli appena che ne seppe la
provenienza si mostrò cortese non tanto nella cessione di quel
Codice , ma col dono di tutta la sua raccolta degli Scrittori
pistojesi alla Biblioteca del Patrio Collegio Forteguerri. Allo-
ra io mi diressi ai predetti due Cavalieri pregandoli che nella
qualità di membri della Deputazione che soprintende al det-
to Collegio, si adoperassero per farmi concedere a comodo mio
in Firenze il Codice da me per la seconda volta trovato , af-
finchè potessi copiarlo, illustrarlo, pubblicarlo ad onore della
Patria comune, ed a vantaggio della italiana Letteratura ,
come fu gentilmente da essi eseguito.
Prove deir Autenticità del Codice pistojese.
Il Traduttore S off redi del Grafia pistojese fu di profes-
)( 47 X
sioìie Notaroy e vivea in PisLoja , per quanto meri* assicurano
V Are kivi sta sig. Benedetto Ricci con sua lettera del 20. agosto
i832. ed un Atto rogato da Siffredi in data dell'Anno 1271.
che sta m IV Imperiale e Reale Archivio Diplomatico Fioren-
tino; ed eccone la copia:
In Christi nomine amen.
G
nido notarius senzanominis vendidit et tradidit jure pro-
prio presbitero Accursio canonico Ecclesiae Sancii Ioannis, emen-
ti suo proprio nomine et non nomine diete ecclesie annuum aC-
fictum III. librarum olei quem Bellas q. Pistoresi de Sera valle
ipsi Guidoni annuatim reddere et prestare tenetur de uno petio
terre olivete, posile in teritorio de Seravalle in loco dicto Orlale
cui dicuntur esse fines a 1°. via. a Ilo. Pucci oditi, a 111°. Bianchi
Cor>forti. a IV°. Forra, et de aliis suis bonis, et eodem jure ven-
didit ei jura, que liabet in dicto petio terre, et bonis ipsius Belli
occasione et jure affidi , cedens, et mandans dictus venditor ipsi
presbitero Accursio omnia jura , atque actiones sìbi compelentes
vel competenlia in dicto et predicto affido versus dictum Bel-
lum, et ejus heredes, et bona et omnem aliam personara et lo-
cum ut suo nomine petat, agat , et recipiat; et omnia faciat que
ad me ipse Guido facere potest ponendo ipsum in locum suura;
qui affictus reddi debet Pistorii intra muros civitatis ad rectara
libram civitatis Pistorii; quam venditionem promjsit dictus ven-
ditor ipsi eptori (5/c)de celerò fi.rmam et ratam habere , et con-
tra non agere vel venire hoc acto expresse inter eos, quod non te-
nealuridera Guido defendere et exbrigare dictam venditionem ab
aliqua persona vel loco, nec ad pretium restituendum, necde do-
lo fraudanduitì, colludendum, et alienandum, et obligandum, obli-
gatione sua retro non fuctis alicui persone vel loco sub pena dupli
ìnfrascripti pretii obligans exinde se, et suos heredes, renuntians
omni juri et exceptioni quo vel quibus, se presente, a predicto vel
aliquo predictorum defendere vel tueri. Cujus rei vendite et cau-
sa dictus venditor confessus fuit se recepisse et habuisse a dicto
eptore {sic) nomine pretii prefiniti solidos C honorum denariorura
pis. (a) Ptenuntians exceptioni non habiti et numerati supradi-
(a) Altrove osservai che l'abbr, pis, significavi pis a norum , e non pi'
storiensium che sarebhesi scritto piai.
K 48 )(
di pretii. Actum Pistoni in porta lucensi in CI. [Claustro) ec-
clesie. S. lohannis corani Jacopo q. Juncte, Bizo filio Guitterni de
fan. (/. de Fanano ), et Fede q. Pistoresi ad hec rogatis A. D.
MCCLXXI. indict. IV. XIH. Rai. Aprilis.
Ego Soffredus filius Gratie q. dora. Solfredi imp. auctoritate
ludex ord. et Not. predictls, intt^rfui et rogatus subscripsi fe-
lici ter. „
( Cartapecora N. 97. nelV Archivio diplomatico fiorenti-
no pro'^eniente dal monastero di S. Mercuriale di Pistoja. )
Per quanto appartiene al copiatore del codice ser Lanfran-
co Seriacopi del Bene notaro anch' esso di Pistoja , ecco quello
che mi scrissero li eruditissimi Sig. Filippo Brunetti R. Anti'
quarto, ed il Sacerd. sig. D. Giuseppe Rosi Primo Aj'uto nell'I,
R* Archivio diplomatico fiorentino, (34)
Illustrissimo Sig, Sig, Padrone Colendissimo.
i^ì conservano in questo Imperiale, e Reale Arcbivio diplo-
matico otto Pergamene contenenti Atti pubblici stipulati col ro-
gito del notaro ser Lanfranco di ser Jacopo di Bene o del Bene
di Pistoja dall'Anno 1^79. al i3ie. e sono le seguenti già con-
servate nell'Archivio de' Monaci Roccettini del Monastero di S.
Bartolomeo di Pistoja.
' or / r> ■ * 1 In queste cinque si leegc solamente ,,Lan-
I284' 24- Gennaio. I n ^ i t \- . ^^ . ,. > . .
ft? « n^f K V f^anclius Jacobi„e la prima di esse e st;.ta
I2»t). lò. ^ tom-e \ dilucidata dai calligrad signori Giarrè Pa-
1289- 17- ottobre areeFi-lio
i3ii. 16. Febbraio j ^^eej^i^lio.
1295. 18. Ottobre "^ In queste ire la firma del notaro è conce-
l3o6. 7. Giugno V pita ,, Ego Lanfranclius quondam Ser Ja-
i3io. 26. Gennajo J cobi Benis,, e la prima è stata parimenle
(35) dilucidata come sopra.
Contrapposto lo scritturato delle surriferite sottoscrizioni a
quelle del Codice Pergamino contenente la traduzione di Alber-
tano fatta da ser Soffredi del Grazia pistojese scritta dalla mano
di Lanfranco Serjacopi del Bene Notajo pistojese sotto gli anni
Domini 1278 (il qual codice principia dal libro della dottrina del
)
)( 49 }(
dire e del tacere, ed è mancaute di quasi tutto il terzo trattato
della diUzione di Dio ecc ) presenta riscontri iiulubitati dell'i-
dentiti! della mano clie ha scritto il codice suddetto ; poiché ec-
cettuata (| nella diversità, che generalmente si trova tra il carat-
tere delle iinbrtviature Notariali contrapposto a quello più stu-
diato, e perciò più nitido e rei;olare dei codici, ricorrono gl'istessi
contorni lineari, specialmente nelle niajuscole, e l'istesso anda-
mento di mano, e movimento di penna; per lo che siamo convin-
ti che amhidue i caratteri siano stati scritti dalla medesima ma-
no del prenominato JNotaro Lanfranco di ser Iacopo di Bene.
Tanto dobbiamo in replica al quesito da VS. Illustrìssima pro-
postoci , e col più distint' ossequio ci dichiariamo
Di VS. Illustrissima.
Dall'Archivio diplomatico li 3o. Agosto i83i.
Dev. .Serv. FILIPPO BRUNETTI R. Antiquario.
P. Giuseppe Rosi primo Ajuto.
Che la data del 1278. non sia apocrifa , e che il carattere
della scrittura del codice sia aulenti e anieate quello della
mano di Lanfranco Seriacopi è manifesto dalla ricognizio-
ne fattane dai predetti Sig. Antiquarj regii, ma dipiu i Sig,
Professori e Periti di calligrafia Gaetano Giarrè e Brunone
figlio ne fecero il seguente attestato
lllustriss. Sig. Cai^, Professore Sebastiano Ciampi.
T
X-i onorevole commissione di cui siamo stati incaricati noi
infrascritti Periti calligrafi Gaetano Giarrè e Brunone Figlio , ha
per oggetto di verificare il Carattere di un Codice Pergamino
contenente la traduzione di Albertano fatta da ser Soffredi del
Grazia Pistojese, che principia dal libro della Dottrina del dire
e del tacere, ed apparisce scritto nell'anno 1278. dalla mano di
Lanfranco Serjacopi del Bene JNotajo parimente di Pistoja , al
confronto di n°. 8. Pergamene Originali scritte in gran parte, e
firmate dal medesimo Lanfranco sotto gli anni Domini 1279,,
1284» 1286,, [289,, 1295,, ìi3o6„ i3io„ i3ii „ ed esistenti
neir I. e R. Archivio Diplomatico di questa Città di Fireose.
Portatici pertanto la mattina del 29. Agosto scaduto in com-
pagnia di VS. illustrissima al suddetto Archivio, e fattici rende-
re ostensibili dal Regio Antiquario i suddetti Documenti Auto-
grafi, fu tosto eseguito Wfac-simile sulle firme esistenti nei Do-
)( 5o )(
cumenti del 1^79. e 1295. per farsene inseguito da noi l' incisio-
ne, e quindi passammo a fare sopra i detti scrittori i più rigorosi
esami , e confronti col carattere del Codice suddetto, rilevando
quanto appresso :
Lo scritturato di tutto il Codice non può in verun modo ag-
gregarsi ad altra epoca che a quella in cui apparisce vergato,
perchè contiene tutte le Caratteristiche naturali , non solo nella
formazione delle iniziali, nessi ed abbieviature, ma conserva nel
generale quella forma di Lettere proprie del tempo , e benché
quasi tutti i Caratteri conservassero fra di loro una certa analo-
gia, purnonostante ciascuno scrivente possedeva degli usi proprj,
i quali non possono distinguersi che dai Periti di Professione ,
perchè nascono dal moto delle dita, e dalla vibrazione del tratto,
conseguenze incontrastabili della modificazione della mano varia
in tutti gli scriventi.
Dopo di ciò passammo a rilevare tutte le proprietà del Caratte-
re Originale contenuto nelle suddette Pergamene, e confrontando-
le con quello dello scritturato del Codice suddetto, le trovammo
molto corrispondenti , benché a colpo d' occhio il Carattere dei
Documenti Autografi conservi un aspetto alquanto vario.
Ciò peraltro possiamo con sicurezza asserire dipendere dal-
l'essere detta scrittura formata con più strapazzo, e senza obbligo
del rigo, a fronte di quella del Codice che si può dire calligra-
fica , ed eseguita con molta posatezza , per cui prende l' aspetto
di un carattere stampatello bastardo, e tal variazione apparente
si ravvisa anche negli scritti dei calligrafi moderni i più esperti.
E per riprova di ciò abbiamo confrontato alcune parole esi-
stenti nelle otto Pergamene, che sono vergate di tratto più lento
e grave, ed abbiamo ritrovato che queste si uguagliano allo scrit»
turato dei Codice nelle sue viziature ed inflessioni naturali di pen-
na ec. ed all'opposto, prese in esame alcune rubriche del detto Co-
dice scritte in color rosso, ed assai trascurate, copiate dalle po-
stille esistenti di fronte in carattere corsivo nero , che sono d'al-
tra mano, e confrontate queste collo scritturato in generale delle
Pergamene Originali, vi abbiamo anche in ciò ravvisata tutta la
possibile corrispondenza.
In sequela pertanto di tali non equivoci rilievi forza è crede-
re, come crediamo di fatto, che la mano di Lanfranco di ser Iaco-
po eo. abbia vergato parte degli Scritti, e le firme delle suddette
Pergamene, come pure tutto lo scritturato del nominato Codice ,
)( 5i )(
meno le postille in margine , clic le crediamo dì mano di ser Sof-
fredi del Grazia suddetto , al confronto clie ne abbiamo fatto col
di lui carattere originale, contenuto nella pergamena J>}°. 97. con-
servata neir Arcliivio Diplomatico fiorentino.
Che è quanto ci crediamo in dovere di referìre a VS. Iliu-
slrissim.» in adempimento dell' onorevole Commissione affidata*
ci, mentre in conferma di quanto sopra ci soscriviamo colla più
distinta stima
Di VS. Stimatissima,
Firenze li 5. Settembre i83r.
Gaetano Giarrè , e Bruuone Gglio.
£" dunque manifesto che Soff'rcdi, e Lanfranco Notari pi-
stojesi erano contemporanei , e vis^eano nello stesso tempo in
Pistoja. Inoltre : questo codice si pub riguardare quasi come
Autografo della mano di S offredi, perchè non solamente seri-
veasi da Lanfanco Seriacopi , ma vi si leggono nel margine
a ciascun capitolo i sommarj , o titoli scritti in nero da Sof-
fredij che doveansi ricopiare di mano del Seriacopi in rosso
nello spazio che egli avea lasciato in testa d' ogni capitolo.
E che que' titoli nel margine scritti fossero in color nero dal-
lo stesso Soffredi è palese pel confronto col carattere della
soscrizione del suo rogito, sì come osservarono i Periti Giar-
rè, e dalle correzioni d' alcuni sbagli fatti dal Seriacopi, le
quali sono della stessa mano che scrisse i titoli nel margine;
che essere stati aggiunti dal copiatore dopo aver lasciato lo
spazio in testa a' Capitoli, si può dedurre osservando che il
detto spazio alle volte è maggiore del bisogno ^ alle volte è
minore, e talora è rimasto vuoto, perché il titolo non erapre-
paraio nel margine. Quando lo spazio lasciato non bastava
a riceverlo tutto, allora il copiatore compendiò la frase ,0 h*
estese la scrittura anche nel margine stesso , se non potea ri-
stringerla ; così p. e. al cap. XXII. Del Consolamento ecc. nel
margine è scritto^, Chome dei ischifare lo Consilio di coloro
che sono e giafuoro nemici, possa sono tornati in gratta,, ;
ma nella rubrica si legge ; „ Come dei ischifare lo Consilio
di coloro che sono e già furo nemici , e or sono Amici,,.
Nella maggior parte quelle postille del margine si vedono
cassate dopo averle ricopiate, ovvero dal tempo svanirono per
essere scritte in carattere minutissimo. A pag. 43. v, 27, dopo
)( 52 )(
seriamente nel margine è aggiunto in te dello stesso carattere
delle postille ; che peraltro non ho inserito nel testo perchè
non è necessario al senso , ma alle pag. 68. v. 22. a lei ecc. nel
testo è scritto a lui , ma nel niarg. è corretto collo stesso ca-
rattere delle postille a lei.
Provata V originale autenticità , reggiamo la differenza
di questo volgarizzamento da quello antecedententenie cono-
sciuto nei codici e nella edizione a stampa.
Prima del trovainento del codice pistojese, la sola tradu-
zione che fosse nota era V Anonima contenuta nel codice rie-
cardiano di N, 2,280, colla falsa data del 1274.; nel codice
Bar giacchi pure colla data falsa del 1288. e negli altri con
data posteriore, e che registrerò a suo luogo.
La prima edizione, e che dagli Accademici della Crusca
fu adottata per testo, comparve in Firenze dai torcJij dd
Giunti per opera di Bastiano de' Rossi, detto col nome (^c-
c adenti co V \i\^er\oi\o ^ r anno 1610. NelV avvertimento a let-
tori dice: „ Fra li altri esemplari che di questo volgarizza-
mento si son trovati^ tre ne abbiamo giudicati di miglior le-
ga, de' quali principalmente ci siam serviti: l'uno di Ber-
nardo Davanzati , oggi de' suoi Eredi; V altro di Riccardo
Riccardi gentiluomini di questa patria; il primo copiato nel
1272. // secondo di pari antichità, o maggiore, per quello che
dal carattere, e dalla carta si può comprendere; il terzo del
1283. di me scrittore; gli altri, di minor pregio, e non egua-
li di antichità.
Quanto possiamo starcene alle date relativamente alla
scrittura nelle copie de' codici, lo mostrai nel cap. III. Quale
sia la differenza del volgarizzamento del S off redi . e la va^
rietà tra coelice e codice, e tra i codici e la edizione del 16 io.
potrà dedursi dal piccolo saggio del confronto, che per como-
do de' lettori qui presento d' un brano del primo capitolo di
ciascun Trattato, potendosene fare un più esteso e diligente
confronto a suo comodo da chi n' avrà desiderio.
CODICE PISTOIESE CODICE BARGIAGCHI
TraLLato de la doctrina del dire
e del tacere .
!Nei princìpio, nel mezo^iie la fine In del priccipio , mexo . e fine sia
sia tactora la grazia di Cristo sopra cou noi la gratia dei saucto spirito
)( 53 )(
CODICE PISTOJESK
'1 mio dire, in perciò che nel flire
molti errano, e non è alcliuno che la
sua lingua pienaniLMite possa domare
sì choine dicie sancto Jacopo : la na-
tura ile le l)cstie , dei serpenti , e di
tncti li animali si doma da la natura
de li nomini, ma la sua lingua nouno
puote òomare E iniurciò io Aller-
tano breve doctrina sopr' al dire e
M tacere a te (ìUiuolo mio Lstefauo
in un picciolo versecto ti mostro ; lo
verso è questo: clii se* , e che, ed a
chili, di chascioiie , e modo , e tempo
ricliiedi. l\Ia perciòche questo verso
è ponderioso , e scuro , e gennerale,
e la genneralitade paro oscuritade ò
pensalo di disporllo,edi schiararllo
per uno picciolo modo di mio sen-
no. Adomc(iia filinolo mio chcirissimo
quando volli p irllare dei cominciare
<la te uiedesmo a l'asernuro del gal-
lo, che authi che chauti si percuote
choll'ale tre volte.
CODICE BARGIACCHI
amen. Conciossìa cosa che in dire et
imparlare molli errino, et non è al-
cuno che la lingua sua pienamente
possa domare sicome testimonia
messer Sanclo Jacopo, lo quale dis-
se: la natura de le bestie et de li
serpenti et deli uccelli da la natura
de li uomini si doma , et è domata .
Imperò io Albertano breve doctrina
sopi-a dire e tacere compresa in uno
verso a te Stefano figliuolo mio òe
curato di mandare . lo verso è que-
sto chi. che cosa, a cui e di chi.
perchè, in cli3 modo et quando ri-
chiere . et impero che le pavaule
comprese in questo verso sono pa-
raule ponderose, et generale, et la
generalità rende oscurità: imperò
quelle sponere segondo la qualità de
la mia scientia , et non pienamente
dichiarare a tei hoe preposto. Tu
karissimo fìlluolo quando desideri di
parlare dei ijicommciare da te me-
desmo ad exemplo del gallo che in-
nansi che elli cauti fiere sei mede-
smo coir ale»
i
CODICE RICCARDIAKO
NO. i'j3'j.
Senza data , ma dei secolo XIF»
Lo ccminciamento et Io mezzo e
la fine del mio dire sia la gratia del
sancto spirito. In perciò che moUi
errano in del parlare Et non è nes-
suno ciìelia iiugna sua pienamente
possa domare sicome testimonia mes-
sere sancto Iacopo Apo>tulo lau'tlli
disse: bestie, uccelli, serj)enti si do-
mano alla natura umana, et la lingua
de uomo pochi sonnquelliche la pos-
sano domare. Und' io Albertano ò
compreso una piccola dottrina sopra
lo tacere e sopra lo parlare in sei j^a-
raule et ad tei Hliom.io Stefano abbo
procurato d'insegnarle, et queste sO'
no le decte sei pai'aule : Chi tusse'.
Che cosa. Accui. Perche. Chome et
quando. In perciò che queste sei pa-
rauìe sono grave, e generale mente ab-
bianoscuritade in loro, di quella po-
gaiscientia che dio mi ha prestata si
tele mostrerò più brevemente che io
pò terò.Undefilio mio carissimo quan-
do tu ai desiderio di parlare sidei in-
Edizione del 1610.
Al ccminciamento ed al mezzo e
al fine del mio dire sia la grazia del
santo Spirito. Imperciocché molti
errano nel parlare , perocché non è
ninno si savio che la lingua sua pos-
sa pienamente domare, sì come te-
stimonia messere santo Jacopo apo-
stolo, là ove egli disse: Bestie, ser-
penti e uccelli si domano alla natura
umana , ma la lingua dell'uomo po-
chi sono quelli che la possono pie-
namente domare. Onde io Albertano
ho compreso una picciola dottrina
sopra '1 tacere, e sopra '1 parlare in
sei parole , e a te figliuol mio Stefa-
no, ho procurato d'insegnarle. Que-
ste sonole dette sei parole: Chi tu se'.
Che cosa, A cui parli. Perchè, Come
e quando. Imperciò che queste parole
sono gravi e generali e generalmente
hanno scurità in loro , di quella poca
scienzia che Dio mi ha mostrata sì
te le mostrerò più brevemente, ch'io
potrò. Onde figliuol mio carissimo
)C 54 )(
OODICB niCCARDIAVO
N.o (737.
cominciare da tei medcsmo adexem-
plo del gallo che anti chelli canti si
percuote e si batte tre fiate Tale. ecc„
licori. Gadd, Laur e ni i ano merty
branacco italiano in 8." del princi-
pio del secolo XIV. contiene a pag.
47. il trattato del dire e del tacere.
( V. Catal. Laur. T. 11. pag. 4;. N.o
143). ma s' allontana dal nis. Bar-
giacchi, e dal Biccardiano di nume-
ro 1737.
CODICE lUSTOIESE
Lo libro de l'amore e de la dìle-
ctìone dì Dio e del proximo e de
V altre cose de la forma de la
ulta .
Lo principio di questo mìo tracta-
to sia al nome di cristo dal quale
tutti beni discendeno , e dal quale
ogna dato è fino, e ogna dono è per-
fecto discendente dal padre de' lu-
mi. Con quanto amore e con quanta
diletione lo mio amore ami la tua
subiectione, filHuole^a pena til po-
trei innarrare né la lingua mia no
til potrebe dire. VogliendoAdonque
io Albertano te figliuolo mio Vin-
cenzio Riformare di buoni costumi,
e del amore e dela diletione di dio e
del proximo, e dela forma dela vi-
ta, in prima due cose credo che t'abi-
sognino, cioè,la doctrina el parlare,
ma secondo che disse gesù seraca che
disse inanzi al giudicio aparechia la
giustitia , inanzi che tu parili appa-
ra . E Salamene disse ch'imprima
parila che apprenda in onta e'n di-
sprescio '1 si tegna , Adonqua odi
doctrina primieramente . Appresso
Aprendi per animo e per la mente
ritieni, e perciò che noi viviamo per
l'anima , Aprendiamo per l'animo ,
Kitegniamo per la mente, ecc.
EDIZIOKE DEt 161O.
quando tu avrai desiderio di parlare
piglierai in te medesimo reserapio
del gallo, che anzi che e' canti si si
batte tre fiate dell'ali ecc.,.
L'edizione combina in questo Trat-
tato col cod. riccardiano IN.® 1737,
Weir altro riccardiano 2280 manca
questo trattato.
CODICE RICCARDIANO
segnalo IS» 2280.
Inchominciasi il libro dell* amore ,
et dilezzione di Dio e del prossi-
mo et dell' altre chase et della
forma dell'onesta i^iia .
Lo cbominciamento del mio trat-
tato sia nel nome di dio dal quale e
(ogni) dato ottimo, et ogni dono per-
fecto che disciende dal padre dei lu*
mi. Di quanto amore e dilezzione
la mia charitade di padre ami la tua
subbiezione di figlio apena lo ti po-
trei dire , o cho la mia lingua in al-
chuna guisa manifestare. Volendo
dunque io Albertano , te Vincenzio
mio figliuolo informare di buoni
chostumi et dell'amore et della di-
lezzione di dio et del prossimo et
d'altre cliose et della forma dell'one-
sta vita amaestrarti primieramen-
te credo che due chose spezialmen-
te ti siano mestiero , cioè , e doctri-
na , e parlamento , perciò che pri-
ma dei apprendere e poscia parlare .
E chosi come disse ihesu filius syrac
innanzi chettu giudichi aparecchia
giustizia e anzi che favelli inpreu-
di. Et Salamone disse: chi prima
favella chelli inprenda affrettasi di
venire in dirisione et in dispregio .
Prima dunque odi la dottrina, poscia
chollanimo la prendi, et poi nella
mente la ritieni . Che choU' anima
vivemo , choU'animo appreuderao ,
choUa mente riteoemo. ecc.
)( 55 )(
CODICE BARGIACCHl
Incipit liber de Allertano de Va-
more , e de la ditcctione di Dio e
del proximo •
Lo 'ncominclamento del mio tra-
Ctato sia in del nome di Dio , dal
? Ila le lucti li beni procedono dal qua-
e è ogna dato ottimo , et ogna dono
perfecto discendente dal padre de'iu-
mi. Di quanto amore e di quanta di-
lessione la mia paternale carità ami
la tua sottoposta (Il iasione a pena
telo potrei dire u co lingua manife-
stare. Volendo io Albertano tei Vin-
cente figliuolo mio di buoni costumi
informare , et del amore et de la di-
lesione di dio et del proximo, et de
l'altre cose, et de la formula de la
vita in primamente due cose credo
cbe ti siano bisogno , cioè, doctrina
et loquela. Prima dei dunqua impa-
rare, et poi parlare. Però dice ybesu
sirac innansi a la seiitentia aparec-
cbia la giustitia , et inansi cbe parli
inpara . Et Salomon dice : chi pri-
ma parla , che imprenda ad vitopero
e dispregio et scbierne s'affrecta di
venire. La doctrina in prima ode, et
diquinde col animo impara , et poi
co la mente ritiene, col anima vi-
viamo col animo in pariamo ^ co la
mente ritegnamo. ecc.
Edizione del 1610.
CODICE PISTOIESE
Incominciasi lo libro dell* amore,
e della dilezione di Dio e del
prossimo, e dell\iltre cose, e del'
la forma dell'onesta vita.
Lo cominciamento del mio trat-
tato sia nel nome di Dio dal quale
vengono tutti li beni , e dal quale
è ogni dato ottimo , e ogni dono
perfetto che discende dal padre de*
lumi . Di quanto amore , e di quan-
ta dilezione la mia carità di padre
ami la tua subbiezione di figliuolo ,
appena lo ti potrei dire, o con la
mia lingua manifestare. Volendo
dunque io Albertano, te, Vincenzio
mio figliuolo, informare di buoni co-
stumi e dell'amore e della dilezione
d'Iddio e del prossimo, e d'altre co-
se , e della forma della onestà vita
ammaestrarti /primieramente credo
che due cose specialmente ti sieno
mestiere: cioè dottrina e parlamen-
to : perciò che prima dei apprende
re , e poscia parlare . Che , si come
disse Jesù Syrac : Innanzi che tu giu-
dichi , apparecchia giustizia, e anzi
che favelli, imprendi. E Salomone
disse : Chi prima favella , eh' egli
imprenda affrettasi di venire in di-
risione e in dispregio. Prima dun-
que odi la dottrina , poscia coU'ani-
mo la 'mprendi, e poi nella mente
la ritieni: che con l'anima vivemo ,
con l'animo apprendemo , e con la
mente ritenerne, ecc.
Con questi due confrontano il MS,
Magliabechiano Palch. Vili, IN. 49.
Class. 21. Ed il Hiccardiano mem-
branaceo in F. N. i538. con miniai
ture senzadata ina nell'indice astam-
pa è giudicato del secolo XV. ed il
MS. Lucchese in pergamena j)osse-
duto dall' erud. sig. ab. Domenico
Barsocchini j scritto nel iSS^. in fo-
glio
CODICE BARGIACCHl.
Del Trattato del vero consillio
e del consolamtnto»
Perciò che sono molti che ne l'ad-
versitade e 'ne li tribulameuti sie
De la consulatìone et dei consigli»
Imperocché molti sono li quali s'af-
fligeuo et contristano ine i'aversrtà.
)( 56 )(
CODICE PISTOJESE
s'affigeno,e che in loro perturba-
raento d'animo non anno Consilio uè
conlbrtameiiLo , né d'altiui Ji'aspc-
ctano si si conlrisLauo, clic di male
in pegiocliagiotio, per ciò a te (il mo-
lo mio Giovanni, lo quale vuoli es-
sere mediclio di fedite , spesse volte
truove di que' colali: A.l([iiante cose
per mia scienza ti mostro per le
quali a la speranza di dio potrai a
te, e altrui l'are prode, e dare con-
solameuto, e questa è la simiglian-
za. ecc.
CODICE BAltClACCIil
et inde le tribnlatione sì che per o-
giia Lotbassione nò consiglio, né cou-
siilalione abbiano nò d'altrui asspe-
clnio et sì si contristano che di ma-
le cadeno in [leggio. Dunque a te (i-
gliuoiomio lobanni lo quale tei ado-
peri in de l'arte Cirurgia se per ista-
gione cotale peisone trovi a li quali
per uno cigulo (picciolo) movimen-
to di mia scientia curai di scrivere
ver le quale, dante lo signore dio
potrai in de 'le piedicte cose non
solamente dare medicina inneli cor-
pi, sed cliamdio in neie predicte co-
se consiglio, et consulamento et ai-
torio. Dunque legge la similitudine
di socio scripta, ecc.
£! dizione del i6io,
Conclosia cosa che molti sono li
quali s'affliggono e contristano nelle
avversità, e nelle tribolazioni, sì
che per loro in ogni turba zione né
consiglio, né consolazione abbiano,
uè da altrui aspectino, e sì si con-
tristano che di male cadono in peg-
gio: Dunque a te figliuolo mio Gio-
vanni , lo qual t' adoperi nell' arte
dicirurgia, se per istagioue cotali
persone trovi per le quali , dante lo
JSigncre per un piccolo movimento
di mia scienza curai di scrivere al-
cune cose, potrai nelle predette cose
non solamente dar medicina ne'cor-
pi, ma eziandio consiglio, consola-
mento, e aiutorio . Dunque leggi la
similitudine di sotto scritta ecc.
K 57 ))
Or vegglnmo quale dei due volgarizzamenti credere
si possa anteriore.
Riserbando alle note il confronto di alcuni luoghi del co-
dice pislojese e del codice Bargiacchij da' quali sembrerebbe
poter iledursi che V autore d' un volgarizzamento abbia ve-
duto quello dell' altrOj se il pia delle volte quella coincidenza
non potesse parere derivata dalla troppo facile corrispon-
denza ed analogia delle parole latine colle volgari (36). In
quanto a me, parmi che il volgarizzamento pistoje&e abbia in
tutte le sue parti maggiore semplicità nella frase e nella di-
zione, e perciò., che il carattere della lingua sia più volgare ^
e vi si ravvisi minor copia di latinismi ^ e V ortografia me-
no sistematica , ed assai più incerta persino nelle medesime
parole che si ripetono scritte a poca distanza tra loro ; ^egni
manifesti della difficoltà, ed incertezza de' primi tentativi
fatti nello scrivere la lingua volgare; e che son più rari ndla
traduzione contenuta nei codici conosciuti prima di questo;
laonde potrebbe nascere il sospetto che il volgarizzamento
pistoiese fosse stato riguardato per troppo volgare da quaU
che letterato verso il principio del i3oo. e perciò si accinges-
se a riformarlo, o rifarlo. E perchè, sì come dicemmo , rico^
minciò presto l'ambizione degli eruditi a spregiare la lingua
volgare., e si preferì , traducendo , di mantenere le parole e
V ortografia latina, e dire p. e. pugnare invece di combattere,
sollecitudine e non avaccianza , sapientia e non sapienza ecc. è
credibile che prevalesse il volgarizzamento creduto più ele-
gante e più culto, e così restasse V altro in oblio come stimato
rozzo e villano. Forse i copiatori più antichi mantennero nel-
le copie loro li anni, che indicavano il tempo del primò\olga^
rizzamento di que' Trattati [che non dovette esser fattonell an-
no medesimo, come neppure nelV anno stesso li compose Albert a-
no).Variata per queste cause notabilmente la dizione., non più
si nominò Soffredi del Grazia, ma neppure ebbesi coraggio di
sostituirvi il nome d'un altro, per la ragione, io penso, di non
essere stato un solo e medesimo il riformatore , ma successiva-
mente ora V uno, ora l'altro erudito avervi aggiunte mutazio-
ni sino a darlo quale si truova nel codice Riccardiano N^
2280. e nel Bargiacchi, e negli altri.
In questa supposizione , Soffredd avrebbe potuto tradurre
h
X 58 )(
prima del 1274* *^ Trattato delV Amore e della dilezione di
Dio ecc. già composto da AlberLano nel i238. e che nd Codi-
ce pistojese, mancando quasi tutto, non ha data veruna ne
del tempo in cui fu composto, ne del volgarizzamento ; ma è
ben presumibile, che Soff'redi lo facesse prima del ì7.j5. nel
^ual'anno tradusse il Trattato del Consii^lioedelconsolamento,
almeno da quanto mostrano le parole che leggonsi in fine di
esso.' „ Or finisce lo libro ecc, imagoregato in su questo vol-
gare li anni Domini 1276 ,, ; parole che mi sembrano equiva-
lere a recatane l'immagine in questa traduzione volgare l'anno
1275. Albertano lo compose nel 1246, cioè otto anni dopo
quello ^e//' Amore , e della Dilezione ecc. Ma perchè le date
potrebbero essere sbagliate^ come sospettò il Tiraboschi, anche
la testimonianza delV autore mostra chiaramente che il Trat-
tato dell' Amore ecc, fu composto prima degli altri due: in-
fatti nel Cap, I. del Dire e del tacere si legge ; „ si de ira ira-
toque atque iracundo plenius scire volueris lege in libro queni
composui de amore , et dilectione Dei ecc. „. E nel Cap. IX.
del C onsol amento ; ,, De la qual doctrina scrissi nel libro del-
la forma de la vita, e mandailo a J^incenzo tuo fratello.
Resta ora da vedere quello che concerne alle date della
composizione, e del volgarizzamento del Trattato del Dire e
del tacere. In quanto alla prima, stando agli anni notati nei
codici dell' originale, e del volgarizzamento, è fissata all' an-
no 1245, e ciò s' accorda colla precedenza del Trattato del-
Z'Amore ecc, anche secondo le parole dell' Autore già riferite.
Laonde l'ordine cronologico della composizione di questi Trat-
tati mostrato dalle date de' codici latini, e volgari, e confer-
mate anche dal contesto dell' Originale è il seguente:
i23ft Trattato dell' Amore, e della dilezione di Dio e del
prossimo ecc,
1245. Trattato del Dire e del tacere,
1246. Trattato del Consìglio^ e del consolamento.
Il tempo del volgarizzamento non può determinarsi in tut-
ti i Trattati con precisione ; si può probabilmente fissare^ che
il volgarizzamento del Trattato del Consiglio ecc. sia ante-
riore al ii'j^. perchè le parole imagoregato in sa questo volgare
si possono intendere tanto nel senso di tradotto , quanto in
quello di copiato ; la traduzione del Trattato del Dire, e del
tacere, se fu copiata dal Seriacopi nel 1278. non può ve->
){ 59 )(
ros ini il mente credersi che fosse fotta da Soffredi Vanno me"
desinio. Del Trattato dell' Amore , mancando in principio ,
ed in fine di data qualunque, per esser mutilato, non possono
forsene che probabili congetture. La prima è che questo Trat-
tato essendo il più antico sembrerebbe do^er essere stato vol^
garizzato il primo da SoJ/'redi , molto più se ammettasi che
la data del 1274* scritta nel cod. Riccard,N° 2280. si possa
riferire al volgarizzamento di Soffredi , come accennai a
pa'j. 5?. e seg; ma perche ne' codici tanto latini , quanto vol-
gari non è mantenuto V ordine cronologico, non si può stahi^
lire niente di sicuro intorno alla successione de' volgarizza-
menti fotti da Soffredi; potendo essersi prevaluto di uno, 0
più codici dell Originale^ che avessero confoso V ordine pri-
mitivo dei Trattati ; o per altra qualunque siasi ragione i
Trattoti poteron esser confosi nel forne le copie. Il fotto sta
che il Seriacopi trascrivea nel 1278. il volgarizzamento del
Dire, e del Tacere^ e gli altri che vengono appresso nel codi-
ce poteron' essere scritti V anno stesso, o poco dopo.
Ho notato che il Tiraboschi promosse qualche dubbio in-
torno al 1238. in cui dicesi essere stato scritto da Alhertano
il Trattato dell' Amore, e della Dilezione ecc. stando in car»
cere per ordine di Federigo Imperatore dopo la presa diGa"
scardo ; ed il dubbio gli nacque dal parergli che le circostan-
ze della presa di quella fortezza non combinassero col i238.j
ma poi soggiunse alcune riflessioni per le quali si potesse con-
ciliare la prigionia di Albertano in quelV anno 1288.
Sojfredi traducendo le parole sopra riportate lege in li-
bro quem composui de amore et dileclione Dei , si esprime cosh
leggerai ne lo libro, lo quale feci di socto; onde a prima vista
sembra , che il Trattato dell' Amore ecc. sia posteriore a
quello del Dire e del Tacere.- ma lafoase di socto non è nell'ori-
ginale; ed anche si può intendere, che la detta foase non siri fe^
risca al tempo della composizione di quel Trattato, ma ben-
sì all' ordine col quale era copiato nel codice di cui serviasi
il Traduttore ; onde succedendo al trattato del Dire ecc. po-
lca dirsi che feci di socto , non riflettendo al tempo in cui fu
composto , ma riguardando la materiale successione della
scrittura ; ed anche svanirà V equivoco distinguendo con vir-
golette così: leggerai ne lo libro, lo quale feci, di socto ; cioè
leggerai di socto ne lo libro lo qui»le feci.
X 6o )(
Quanto poi al carattere speciale del volgarizzamento
di Sojfredi del Grazia^ è certamente spogliato d' ogni eru-
dito adornamento di stile ; adopera nude e nette parole e
frasi volgari di quella età : ciò non pertanto quel semplice
parlare empie V animo di non so quale soavità e persuasione
e diletto^ che non hanpariin qualunque siasi altra scrittura
de^ secoli chiamati del buon tempo della lingua voi gare; /7erc/id
siccome i cibi^ e le bevande, gli odori naturali e non artefatti,
e non adulterati, e misti d' eterogenee sostanze, più dolci e
soavi compariscono ai sensi: così quel primo e naturale e non
fucato linguaggio, scritto coni' era vivo nelle bocche, ne irru-
vidito da mescolanze di voci non sue, con pronunzie affettate
per grammaticali rigori, che di sovente alV orecchio, ed alla
lingua non molto si accomodano, è un grato incantesimo non
più conosciuto da quel secolo in poi nella scrittura , secolo
del quale possiamo ripetere aetatis illius ista fuìt laus tamquam
innocentiae, come il romano Oratore dicea della lingua latina
ai tempi degli Scipioni e de' Lelii e de' Gracchi [m Bruto):
„ Veteres saepe brevitatis causa contraebant ^ libenter etiam
copulando verba jungebanl; inipetratum est a consuetudine ut
peccare suavitatis causa liceret, atque etiam a quibusdam .ve-
ro iam emendatur antiquitas, qui haec reprehcndunt ; nani
prò deum atque hominum fidem , Deorura ajunt : ita, credo, hoc
illi ntsciehant, an dabat liane licentiani consuetudoì [Cic,
in Bruto. )
Anche al tempo d' Augusto ( non escluso egli stesso ) molti
erano d' opinione che si dovesse scrivere la lingua non secondo
grammatica, ma secondo pronunzia. Svetonio nella vita d' Au-
gusto ci fa sapere che „ ìlle orthographiam.^ idestformulam ra-
tionemque scrihendi a gramniaticis institutam, non adeo cu-
stodivit, ac videtur eorum sequi potius opinionem qui perinde
scribenduni ac loquendum. putabant , nani quod saepe non li-
terasmodo,sed syllabas aut permutai, aut praeterit commu~
nis hominum error est ,,. Anche Quintiliano ( cap. 2. Instit. )
,, Ego sic scribendum quidquid indico quomodo sonat : hic
enim est usus literarum, ut custodiant voces, ac veluti deposi'
timi reddant le genti bus „ .
Coerentemente a queste testimonianze osservarono i De-
putati al Decamerone lo sbaglio di coloro che rimisero se^
condo grammatica nelV opere di messer Giovanni Boccaccio
)( 6i X
le ^oci che da lui erano state scritte secondo la pronunzia della
lingua o dialetto di qnesta Patria.
Il ^'ol^arìzzamcnto dunque contenuto nel codice pi sto] esQ
ci mantiene vergine non solamente la lingua, ma la pronun^
zia della lingua volgare quaV era nel 1278. quando V uso , e
non la pedanteria grammaticale erano ed in bocca del popo-
lo, e nella scrittura Jus et norma loquendi.
Né pretendo già di togliere agli Eruditi ogni autorità
sulla lingua parlata o scritta, purché tengano sempre dinanzi
alla nume le parole di Cicerone „ Cum exorta mihi veritas
esset, usuni loquendi populo concessi, scientiam mihi reserh'as'i
( in Bruto ) .
„ Quod enim probat multitudo, hoc idem doctis probanduni
est : denique hoc specimen est popularis judicii in quo num-
quamfuit cum doctis intelligentibusque dissentio {de Orat»
lib. I.)
Conformemente a queste parole dissero anche i Deputati
( Proemio delie annot. al Decamerone ) ,, la lingua pura e prom
pria e del popolo, et egli /z' è il vero e securo maestro; del"
la lingua elegante, et artificiosamente composta ne sono mae-
stri gli scenziati, e gli studiosi di quella così Cicerone pensa'
va: „ usum loquendi populo concessi , scientiam mihi reservavi.
Così Plauto dinanzi al popolo f acca da scolaro nella lingua,
mentre nella scienza della commedia era maestro, quando nel
prologo del Trinummo dice a:
„ Huìc nomen graece est thesauro fabulae,
y, Philemo scripsit, Plautus vortit barbare.
„ Nomen trinummo fecit : nunc hoc vos rogai
,, Ut liceat possidere hanc nomen fabulam.
„ Tantum est. Valete, adeste et plaudite.
Soffredie Lanfranco aveano usum loquendi, non scientiam/
questa mancava generalmente in quelV età / massime per la
lingua scritta.
Or dunque passo a render conto del sistema che sonomi
proposto di seguitare nella stampa, a causa di non alterare
neppur d' un jota la scrittura, onde sempre apparisca nel suo
vero aspetto la lingua parlata e scritta di quelV età, in modo
che e non rechi fastidio, e non faccia imbroglio ai lettori del'
Vetà nostra.
Quanto importi di conservare col massimo scrupolo la gè-
)( 62 )(
nuinità degli antichi vocaboli nelle opere de' primi scrittori
d' una lingua lo insegnò già M, Tullio nel suo libro intitolato
l'Oratore od i7 Bruto. AlV autorità di lui fecero eco alcuni
de'noslri dotti, come vedemmo. Se tal premura dehbcsi esten^
dere a tutte le antiche scritture che da secoli sono in onore ,
moltopiu conviene adoperarla in sommo grado in queste due
delle quali ne più antiche, né pia autentiche vanta sin ad ora
la lingua italiana, almeno per V estensione di loro.
Lo scrupolo mio per altro non andò tanf oltre che m'aste^
nessi dall' emendare gli errori manifesti del copiatore , sulle
traccie d'altre correzioni di sbagli consimili fatte, per quan-
to apparisce, dal traduttore medesimo, che fece copiare il li-
bro dal suo concittadino, e forse anche amico Lanfranco Se-
riacopi. Ma di quali sbagli si tratti lo mostreranno a luo-
go a luogo le note. Che se di errori , tanto grammaticali,
quanto di ripetizioni inutili , di spezzamenti di parole non
per causa di pronunzia, od altra ragione d' uso, ma per osci-
tanza ed ignoranza de'' copiatori ridondano le scritture dei
tempi migliori , perchè ci maravigli eremo di trovarne in que-
sta, che è d'un tempo in cui lo scrivere in volgare era intra-
presa nuova,e potea dirsi di que' primi scrittori volgari ciò
che T. Livio disse d' Evandro „ Venerabilis erat vir miracu^
lo literarum inter rudes artiuni homines ,,; ed applicato al
proposito nostro Venerabiles t:rant viri miraculo literarum in-
ter rudes vulgarìs scrìpturne liomines.
Anche in quanto alla traduzione, io non mi son dato pen-
siero di correggerla e riordinarla coerentemente al testo la-
tino, né di rettificare le citazioni degli autori ecc. perchè non
si tratta di pubblicare il volgarizzamento per se medesimo,
ma la scrittura della lingua volgare coni' era in quel tempo.
Ciò non dimeno quando la necessità di supplire qualche man-
canza, o mutare, od aggiungere qualche parola senza la qua-
le né il sensOf né il contesto potessero stare in modo veruno, eb-
bi ricorso all' originale latino, e raramente a' due codici del
volgarizzamento tenuti per li più antichi. Questi difetti venne-
ro , taluni dal traduttore stesso, che non intese bene il senso ,
ofu tratto in errore dalle varianti della lezione del codice
di cui servissi per fare il volgarizzamento ; essendo tutte quel-
le copie latine piene zeppe, quanto le volgari, di alterazioni,
ammissioni ecc, come può vedersi nel confronto dei due latini
)( 63 )(
codici turinesi da me presentato nella prima e seconda edi-
zione delle DIeniorie di messer Cina da Pistoja.
Taluni poi degli errori fiiron commessi dal copiatore, e che
avvezzo a scrivere la lingua notariale latina barbara doveasi
troi'are molto imbrogliato a scriverela lingua volgare, che non
avca perancora nessuna regola fuori delV orecchio che anda-
va dietro al suono incerto e vario della pronunzia, e spesso
nella scrittura non corrispondente all' ortografia latina ; è ma-
ni/est o che i più dei notari di qne' tempi , fuori della pratica
delle forme, e di quel barbaro miscuglio di latino e di volgare
erano ignorantissimi in tutto, non esclusa la scrittura della
lingua volgare,
AVVERTIMENTI.
/. Sì mantiene scrupolosamente la scrittura tanto di eia"
scheduna parola, quanto delle lettere, sia nel corpo delle sil-
labe, sia nelle iniziali senza riguardo a conservare sistema
veruno, perchè ninno sene trova seguitato costantemente nel co-
dice pistojese, éneppure nella carta autentica del Testamento
della contessa Beatrice.
IL Allorché ho creduto necessario d^ aggiungere una o più
lettere, sia per levare qualche equivoco, sia per altra acciden-
tale mancanza , o per togliere imbarazzo al lettore , o mo-
struosità nella scrittura moderna, V ho distinte in carattere
corsivo, o tondo, se V altre sono in corsivo. Come che invece di
ce; errano, invece di erano; cascìone e rascìone invece di ca-
scone, e ra5cone ecc.
III. Se nel testo volgare fu tralasciata dal copiatore od
anche dal traduttore qualche parola necessaria al senso, ed
al contesto grammaticale, o se l'ho aggiunta, o mutata per le
ragioni che saranno dette nelle note, anche quelle si distinguo-
no in carattere corsivo, od a vicenda.
IV\ Per comedo deflettori, e del senso sonosi alcune volte
messi i punti e le virgole ; sonosi staccati gli articoli quan-
d'erano unici a' ìiomi ; per toglier gli equivoci, con apostro-
fo separai le sillabe, e parole unite insieme, come eli e quando
sono scritte che; quando sono troncate , come se' per sei ( da
essere) de' per dee o dei {da dovere ). Aggiunsi gli accenti
all' è verbo j alle lettere d fcd ò quando vengono da avere , a
)( 64 )(
però peripeToe,esìmiglìanti troncamenti di nomi e di verbi, co-
me inerita per veritae , so per soe, ciò per cioè , sì per cosi o ce-
sie, a né per non, e per distinzione di ne particella di relazio'
neyO di moto. Misi V apostrofo alle spalle dine quando sta
in luogo di ine per in, come 'ne libri, 'ne la terra per ine libri
ine la a lucila terra, 'nello libro ecc, per ine lo libro.
V, Perchè alcune parole o troppo antiquate, o stranamen^
te scritte, come prudentha, anthi per prudenza, anzi ec. fareb^
bere imbarazzo al lettore non essendo le note nel margine, av-
verto subito con una stelletta di ricorrere alla pag. ed al ver-
so rispondente nelle note.
VI. Nel codice ordinariamente, anzi si può dir quasi sem-
pre, è adoperata la forma delV \x chiamata vocale, anche
quando sarebbe consonante. Solamente in qualche caso in prin-'
cipio di periodo , o a distinzione d' una parola vedesi messa
in principio una specie di V che somiglia V v condonante ; ma
questo non fa differenza, e tanto pel vocale, che pel consonan-
te serve in quel caso. Io dunque per non far confusione al leU
tore seguito il moderno sistema delle due forme della stessa
lettera, V una per la vocale, V altra per la consonante.
Il Testamento della contessa Beatrice , essendo breve, e
molto semplice, V ho lasciato stare tal quale è scritto nella
Carta originale per dare materialmente l'idea della scrittu-
ra del tempo; scrittura che da me si mantiene scrupolosamen-
te anche nella edizione del Codice Pistoiese, perchè nulla ho
detratto, o mutato, ma solamente aggiunsi apostrofi, ed accen-
ti, e separai alcune voci, che sono legate con altre; e ciò, come
già dissi, ho fatto per togliere le confusioni, ed agevolarne la
lettura senza nulla pregiudicare alla originale integrità
della scrittura.
Autori principali citati da Albertano nel due trattati
contenuti In questo volume.
S, Agostino
Arrighetto fiorentino : ju piovano di Calenzano, e nacque
a Settimello. Scrisse un' egloga latina intitolata dell'Avversità
della fortuna ; fu volgarizzata nel così detto secolo del 3oo.
ed è citata dal Vocabolario, (a),
(a) Di questo Arrighetto scrisse le notizie biografiche e letterarie il
Chiarissimo sig. ab. Vincenzo FoUini, (V. N.° 96. dell' Antologia Fior.)
)(65K
Boezio del Consolamento.
Cato
Chasiodoro
Dicretali
Dogma moralium philosophorum
Gesù Seraca ( Jesus Syrach )
Innocenzo Papa de Contemptu mundi
Isopo
Panfilo [forse iVliber de Amore Inter Pampliylam et Gala-
team)
S, Paolo
Ovidio
Petro Alfanso, Nel codice latino di Albertano della hiblio-
teca magliahechiana ( vedi prospetto de' codici latini al N°^»)
si trova infine l' estratto d' un' opera di Pietro Alfonso inti^
tolata
„ Notabilia libri Andeljunsi proverbiorum qui appellatur
,y Clericalis disciplina.
Salomone i Proverbj
Sallustio
Testamento vecchio, e Nuovo, Epistole di S. Jacopo^ di S,
Pietro e di S. Paolo eccy
M, Tullio Cicerone
Ugo il Didascalo; ed altri.
Descrizione con Osservazioni dei Codici
contenenti Trattati Morali di Albertano , veduti, e conosciuti
dalV Editore Sebastiano Ciampi.
NS" /. Codice Eiccardiano Cartaceo N^. 2280.
-I n principio del Codice è scritto „ In nomine domine nostri
„ gieso cristo, anno domìni millesimo dugientesimo settuagesi-
„ rao.yndizioneXV.yenuari. In questa indizione si cliompieo que-
„ sto libro. Scrisselo lo maestro Fantino da sanfriano„. Avverta-
si clie questa dichiarazione apparteneva al codice più antico, e fu
poi successivamente copiata dagli scrittori posteriori. Il Riccar-
diano, come si conosce dal carattere della scrittura, fu copiato
nel XV secolo. Così è giudicato pure nel catalogo a stampa di quel-
la Biblioteca. Può confermarsi anche non essere stato scrittore
){G^ )(
di questo codice lo stesso Fantino da sanfriano (del 1174-) osser-
vando clic le parole scrisselo lo maestro Fantino da sanfriano
sono cancellate con linee rubricate; dal che può dedursi che il
più moderno copiatore riflettendo non esser vero che la sua co-
pia scrivessela Fantino da sanfriano, ne radiò quel nome dopo
averlo scritto. Contiene il solo Trattato,, dell' Amore e della di-
lezione di Dio e del prossimo , e dell' altre cose, e della forma
dell'onesta vita „.
N,° IL Codice Bar fiacchi
Uno de' molti che possedea 1' Ab. JXiccolò Largiacchi uomo
eruditissimo e benemerito delle buone lettere, come lo chiama
Domenico Manni nelle prefazioni premesse alle vite de' SS. Pa-
dri. Ora è presso il Sig. Jacopo Bargiacchi, il quale mi permise
cortesemente di esaminarlo a beli' agio.
È membranaceo, scritto a colonne in foglio; di carattere goti-
co e con rubriche; fu postillato di propria mano dui celebre Anto-
nio Maria Salvini.
Contiene la traduzione anonima in lingua volgare italiana
dei tre morali Trattati di Albertano. Il primo è de lo am.aiestra-
mento di dire e di tacere de Albertano Indice di Brescia de
la Cappella di Santa Astata composto et ordinato sopto an-
ni domini MCCXLT^. del mese di dicembre.
Il secondo libro è de la consulatione et dei consigli; ed in
fine,, Explicit liber Albertani ecc. de la contrada di Santa Agatha
de consulatione et Consilio composto socto anni domini MCCXLVI
del mese di aprile e di magio.
Il terzo : de V amore e de la dilectione di Dio e del prò-
ximo ecc.
In fine;,, finito è lo libro de l'amore et dilectione di Dio e del
prosimo et de l' altre cose et de la forma de 1' honesta vita lo
quale Albertano Judici di brescia de la contrada di Santa Agatha
conpuose et scripse stando in pregione di mess. lo'mperadore Fre-
derigo in dela dieta Città di Cremona , in de la quale pregione fu
messo perchè elli stando capitano di Gavardo difendendo Gavardo
a utilità del comune di Brescia anni domini MCCXXXVIU. del me-
se di agosto lo die de la festa di sancto Alexandro indictione Xf,
quando lo dicto mess. lo 'mperadore assediava la Città di Brescia.
In fine del codice è scritto,, Questo libro fa scripto socto an-
ni domini MGCLXXXVIII. del mese d' octobre. U. B. „. II Salvi-
ni notò — Lo scrittore o copista di questo libro è da Budrio vi*
cino a Bologna 8. miglia —
X67X
A tergo della pag. si legge del medesimo carattere
„ Quicumqiie vult salvus esse oportet liabere catliolicam fi-
dem. dominus Binducius tuscanus debet dare Bitino notano de
butrio X. sold. ven. gross.
Forse le due lettere U. B. voglìon dire Vitinus Butrias o
Butriensis; è noto che B. e V. si scambiavano, e perciò tanto potea
esser chiamato Bitino quanto Vitino. Probabilmente questo Vitino
notaro da Budrio fu lo scrittore, e Binduccio toscano fu quegli cbe
gli commise di far la detta copia per la quale dovea pagare dieci
soldi veneti grossi ( (orse erano parte del pagamento per la scrit-
tura). Che il Codice Bargiaccbi non sia stato scritto da calligrafo
fiorentino è manifesto per ciò cbe il dialetto comparisce piuttosto
essere pisano dallo scambio costante della lettera z in s, come
p. e. lo scrivere ricchessa, allegressa, ansi, invece di ricchez»
za , allegrezza , anzi e simili ; noto essendo cbe i copiatori dei
codici solcano introdurvi la scrittura e le voci del dialetto loro,
quali in questo codice se ne trovano, cbe non bo mai incontrato
nel dialetto fiorentino, come tei per te, ciglilo per picciolo ed
altre . Ma in tal caso non sarebbe vero quello cbe scrisse il Sal-
vini „ lo scrittore o copista di questo libro è da Budrio vicino a
Bologna otto miglia ,.. li dialetto non è certamente bolognese,
ma toscano, quantunque non fiorentino . Forse potrebbesi dire
cbe de Budrio debba intendersi da Biiti Castello del distretto
pisano, che per lo scambio consueto delle lettere t, e d potca
dirsi Budriuni e Butriurn . Contro questa supposizione stareb-
be , cbe il pagamento di dieci soldi veneti grossi conviene me-
glio al Budrio bolognese, e vicino a Comaccbio, di quello cbe a
Buti castello pisano, dove non sarebbesi pagata la moneta ve-
neta, ma la pisana , Inoltre ^M^r/o si trova nominato per pa-
tria d' altre persone native da Budrio bolognese, come Antonio
da Budrio professore negli Studj di Bologna, Firenze, e Fer-
rara dal i384 al 1409 ( Tirab. Storia della Lett. Ital. T. V. par.
2. cap. o.) ed il Mazzuccbelli ne registra le opere sue; e ne parla
pure il Giraldi nei Commentarli delle cose di Ferrara, (a)
All'opposto : il cognome di tuscano dato a Binduccio lo
crederei piuttosto di famiglia , che di nazione ; ed è noto lo
scrittore poeta Gio. Matteo Toscano . Un Sebastiano Tuscano
Portugbese scrisse Comentarii sopra Giona profeta stampati Fé-
netiis apud Jo» Bapt, Soniascum 167 1.
(a) Kon ho esempio di Butriurn per Buti Pisasao,
)( 68 )(
Giov. Matteo Toscano poeta latino del secolo XVI pub-
blicò C^rm/w^z illustrium Poctarum Jialorum, Luletiae iSyó.
In Pistoia a mio tempo esisteva pure ona famiglia Toscani.
Forse questo Binduccio trovandosi in Bmdrio era cliìamato To-
scano per essere nativo di Toscana p Ma se fosse stato da Pi-
sa, o del distretto pisano , l'avrebber detto pisano, e se di Fi-
renze, fiorentino, e cosi dicasi d'altro luogo noto, e molto
più che si reggesse con Stato indipendente come Lucca, Siena,
Pistoia ec. Or come si potrà conciliare il dialetto Pisano o
Toscano di questo codice collo scrittore bolognese o ferrarese ,
stando Budrio tra Bologna e Ferrara , e col pagamento in soldi
veneti grossi ? Due ragioni mi sembra potersene dare .
La prima: che Binduccio Toscano si fosse trasferito a Budrio,
od a Bologna od a Ferrara, dove dimorasse il notaro Bilino da
Budrio , a cui dasse la commissione di copiare un codice d' Al-
bertano scritto a Pisa o nel pisano ; ed egli stesso sopra ntendesse
alla diligenza , ed alla fedeltà della copia.
La seconda : che il notaro Bitino in qualunque modo avesse
acquistato questo codice e lo vendesse poi a Binduccio Toscano:
sì che le due lettere U. B* significassero non lo scrittore, ma il
possessore del Codice Vitinus BuLrius ; il quale come per ricor-
do aggiunsevi che „ Domìnus Binduccius Tuscanus debet dare
Bitino Notario de Butrio X sold. venetos grossos „ forse pel
resto del pagamento . Questo Vitìno potè essersi stanziato in
Toscana , e per suo comodo seguitare a far i suoi conti in mo-
neta veneta, della quale era più pratico, come nativo di Budrio,
dove è assai probabile che avesse corso la moneta veneta più
che altra d' Italia .
L'ortografia più sistematica, e la dettatura son pare altri segni
non equivoci della posteriorità al 1288, standocene al Codice pi-
stoiese , ed al Testamento della contessa Beatrice , che sono
depositar] autentici della lingua e della scrittura di quell'età;
dieci anni prima o dopo non potendo far cangiamenti di gran-
d' importanza; e tali quali furono poi introdotti dai letterati ,
come ho già detto, circa la metà del secolo XIV. de' quali si
scorge il cominciamento anche nel codice Bargiacchi.
Potrebbesì pur domandare se l'anno 1288 sia veramente
quello della scrittura di questo Codice, o di quello più antico
di cui fu tratta copia . Se facciasi attenzione alla forma del ca-
rattere mosti'a d'esser posteriore al 1288, ed eccone il giudizio
fattone dai Periti Calligrafi padre e figlio Giarrè.
)(69X
Sig. Cav» Sebastiano Ciampi,
J-n ordine a qoanto si è degnato accennarmi, ho preso in
esame il Carattere contenuto nel Codice pergamino, traduzione
dì Albertano da Brescia , e precisamente fino al punto ove si leg-
ge in color rosso „ Questo Libro fu scripto socto Anni Do-
„ mini 1288. del mese dottobre „ e fatte sopra di esso le pia
minute osservazioni ho chiaramente rilevato
Esser questo una copia stata eseguita da un espertissimo
Callìgrafo, poiché si vede scritta con una franchezza, e co-
stanza propria dell'arte, e di una forma di Carattere Gotico,
che per la sua perfezione mi fa con ragione opinare esser questa
di un' epoca posteriore alla sopraindicata , benché vi esistano
molte caratteristiche solite usarsi dagli Scrittori aranti il i3oo.
E profittando di questa favorevole occasione, le rìnnuovo
gli attestati della mia più, distinta stima dichÉarandomi rispet-
tosamente
Di VS. Illustrissima
Firenze 19. Settembre i83i,
Umìliss. Obbl Servitore
Gaetano Giarré Perito Calligrafo.
Un'altra prova dell'incertezza di queste date si è che nel Cod.
Kiccardiano 2280 leggesi la data del 1274; la traduzione è af-
fatto la stessa di quella degli altri Codici posteriori, con le dif-
ferenze degli arbitrii de' copisti ec. , e sebbene abbia la data
del 1274 ; è manifestamente scritto nel secolo XV.
Quella data potè ben' essere in un Codice della prima tradu-
zione del Trattato dell'Amore di Dio e della dilezione del prossi-
mo fatta da Soffredi del Grazia, e poi riformata da chi si fosse,
come già dissi . Che Soffredi l'avesse compiuta e pubblicata in
quel tempo si può dedurre dalle traduzioni degli altri due Trat-
tati , i quali vengono dopo quella , cioè , del Dire e del tacere
prima tradotto da Soffredi, e poi certamente copiato dal Seriacopi
nel 1278; e l'altro del Consolamento e del consiglio imagore-
gato su questo volgare negli Jnni D. MCCLXXV ; Laonde il
primo Trattato potette essere tradotto da Soffredi avanti il
)( 70 )(
1274. Nei Codici dunque la data più antica del Volgarizza-
mento conosciuto innanzi al Codice pistojese è il 1274 del
Cod. 2-280 Rìccard., ma dalla scrittura, e dallo siile è -/nostrato
assai più moderno; poi ne viene il Codice Bargiacchi colla data
dei 1288, ma di questo ancora provai doversi tenere per più
moderno . Tutti gli altri Codici da me descritti sono senza data;
contengono la medesima traduzione più o meno alterata , e dal
carattere sono dichiarati essere scritti dal secolo XIV al XV.
Con questo Codice n'è legato un altro clie dalla scrittura si
manifesta essere scritto verso la metà del secolo XIV. E intito-
lato Liber vulgarìum sent enti ar uni; sono circa cento epigrammi
morali volgari divìsi in due parti, e contornati da prolisse illu-
strazioni in latino; dopo la tavola clie indica l'argomento e la
pagina di ciasclieduno, ne seguitano due lettere dell'autore, delle
quali la prima comincia
Illustris. excellentie domino domino bertrando de Baucio
clarìssimo Corniti Montiscnveosi Grutiolus de bambaiolis bonc-
niensìs et exul immerite bumilis servus ejus , olim civitatis bo-
nonìe Cancellarius se ipsum in sue recomendationis et fidei de-
votione sincerum . de superne trono clementie ad inftriorum sa-
lutem sapientia increata prospiciens etc.
Epistola seconda
Ad Inclitam reverentiam Summi llegis laudemque virtutuin
et odium detestabile vitioium novellum opus vulgarium senten-
tiarum initiat super ipsis vìrtutibus et oppositìs earumdera per
me gratìolum de bam.baiolis olim comunìs bononie cancella-
rium, et quamvis bononìensem extrinsecus gravatum immerite
relegationis exilio tamen boni Comunìs vereque pucis ipsius bo-
nonie ipsius patriae zelatorem eie.
Queste sentenze volgari in tanti epigrammi furono stampate
in Roma l'anno 1692 cavate da un codice vaticano già di Fulvio
Orsipi ; dove sono attribuite a Roberto re di Gerusalem. Le ri-
pubblicò l'eruditissimo Sig. ab. Celestino Cavedoni in Modena
per le stampe del SoUiani, restituendole al Bambagioli .
L'edizione romana fu riprodotta in Torino da Santi Bru-
scoli l'anno lyDo.
IIL Cod. Riccardiano membranaceo N.° 1737. scritto alla
fine del secolo XIV per quanto mostra il Carattere. Contiene il
X7» )(
solo libro d'Aìbertano della Dottrina del dire e del tacere.
Questo Codice s'accosta talvolta un poco al Cod. pistojesc , ma
nel totale e la stessa traduzione degli altri codici , specialmente
del Cod.Bargiacclii;eccone un saggio: „ Anti che lo spirito con-
duca la parola a la tua bocca ricbiedi e cerca da te medesmo sì
che anti che tu vegni a dire pensa una fiata , et anco pensa e ri-
pensa sì eh' è a dire per tre fiato pensa e per ciò pensa en de
l'animo tuo anti che tu vegni a parlare se quello che tu vuoU
parlare apertiene a tei a dire u* se elli apertiene ad altrui et se
quello che tu vuoli dire apertiene ad altrui che attei, dico che
di quello dicto tu non ti debbi intramectere. perciòche dicie la
legge che quelli è colpabile che s'intramecte di quello che a lui
non apertiene . et Jesu Sirac disse , che fue un grande filosofo ;
de la cosa che a tei non apertiene non tene combactere „.
IV. Cod. Riccard. membranaceo IN'.° i538. f. scritto a due co-
lonne con miniature; senza data, ma la scrittura mostralo del
secolo XIV , più che del XV come sta nel catalogo stampato.
Contiene il solo trattato dell' Amore di Dio e della Dilezione
del prossimo ec. distinto in quattro libri .
V. Cod. Riccard. cartaceo f. N.o 1317. senza data, ma dal
carattere usuale è mostrato del secolo XIV. Contiene il libro
della Dottrina cristiana che è lo stesso dell' Amore di Dio
e della dilezione del prossimo ec. Combina affatto col Cod. Bar-
giacchi, ma non ha lo scambio della 2 colla 5.
VI. Cod. Riccard. cart. W.° i645 senza data, ma d'oltre la
metà del secolo XV. scritto in carattere usuale. Contiene il trat-
tato delle sei maniere del dire ec. risponde al Codice Bargiac-
chi ed agli altri , detratte alcune delle solite varianti.
VII. Cod. Laurenziano già Gaddiano membranaceo di N.^ i43.
8.° senza data , ma è scritto nei primi anni del secolo XIV. ( Ca-
lai. T. II. png. i54 del suppl, ) Contiene a pag. 47. il trattato
«ie' sei modi di parlare .
Vili. Cod. Laur. già Gaddiano cart. N.° i83. 8.° senza data ,
ma di scrittura del secolo XV. contiene il predetto trattato ( Ca-
tal. T. II. pag. 178. suppl.
IX. Cod. Laur. cart. N.o 119. Med. Palatino f. In fine : Anni
Domini MGCLXXXX mezzo Aprile si compieo questo libro di
scrivere „. Contiene il trattato della dilezione di Dio e del pros-
simo e della forma dell' onesta vita,,. Viene dalla solita tradu»
zione. Plut. 89. super.
X 1'^ )(
X. Cod. Laurenz. membranaceo N.o 64. 4» >^in- senza data ,
ma dal carattere comparisce della fine del secolo XIII. Contiene
tutti i trattati morali di Albertano ( Catal. T. V. pag. SiS.)
Il Cod. Laur. N.° 47» pliit* 90 inferiore car. del secolo XIV e
del XV. a pag- 55. contiene un frammento di traduzione del prin-
cipio del trattato del dire e del tacere.
XI. Cod. magliabechiano cart. palcb. II. N.° 23. contiene il
trattato delle sei maniere del parlare. Senza data.
XII. Cod. Magliab. già Stroziano, cart. palcb. II. N.° 4^- con-
tiene uno squarcio del trattato delle sei maniere del parlare; è
scritto in prosa, ma paiono versi, ed è insieme con delle poesie ;
dal cbe nacque lo sbaglio per cui il Crescimbeni, ed il Quadrio
affermarono, trovarsi di Albertano alcune poesie italiane nella
Biblioteca Stroziana , ma ogni possibile diligenza per rinvenirle
era stata inutile . Infatti prmcipia il Cod. Stroziano con questo
titolo 'Raccolta di poesie diverse,
XIII. Cod. Magliab. raembran. IV.o 166. Clas. 21. pale. 7.
in 8.° contiene il trattato de l'Amore e dilezione di Dio, scritto
in carattere semigotico , senza data , ma pare scritto su' primi
del secolo XIV principiante ; ba lo stesso dialetto del Codice
Bargiaccbi, come : sensa per senza ; Jìlozofo per filosofo ; ma-
ctessa per mactezza; affermasione per affermazione ec. vi
s'incontrano aocbe le aspirazioni, comerboc^a per bocca; ed
ancbe buscia per bugia, busciadra per bugiarda, rasclone per
ragione e simili. La traduzione corrisponde a quella del Cod.
Bargiaccbi; ma , direi quasi , ridotta un mosaico di varj dialetti .
XIV. Cod. Magliab. cart. Stroz. N.^ i4i. clas. 21. palcb. 4.
contiene il trattato sopra il dire ed il tacere .
XV. Cod. Magliabecbiano cartaceo N.° g4. clas. 35. N.° 4.
contiene il Trattato dell'Amore di Dio e della dilezione del pros-
simo etc.
XVI. Cod. Magliab. i3i. paioli. III. già Strozziano è scritto
a colonne, due per pagina; contiene il trattato della dottrina
del parlare tradotto in lingua Veneziana; tolto questo dialetto,
risponde quasi letteralmente al Riccardiano di N.° lySy, ossia alla
traduzione comune nei codici, ed a stampa. Di questa traduzione
non rimangono se non due foglietti ossiano colonne, cbe arrivano
a' primi versi del Cap. III. Da questo frammento si vede che non
è fatta suir originale latino .
XVII. Cod. Magliab. membranaceo già Poirot, scritto verso
X 73 )(
Jl fine del secolo XIV. 8.** Contiene la tradazione del trattato
delV Amore e della dilezione di Dio e del prossimo^ clic è la
stessa di quella stampata nel 1610 pubbl. da Seb. de' Rossi.
XVni. Codice posseduto dall' eruditissimo Sig. Ab. Pietro
Pera di Lucca, il quii le mi lu cortese di favorirmene la seguente
descrizione: „ Il Codice è in foglio, in pergamena, scritto a
due colonne per faccia, in carattere grande che inclina un poco
al gotico con belle iniziali messe a oro , ed un'assai gentile mi-
niatura in principio rappresentante , io credo, Albertano in abi-
to di Giudice. E scritto tutto da una mano , ed in fine si legge:
Finito è lo libro de remore e de la dilectione di Dio e del
proximo etc. (come nel Cod. Bargiacchi, e precisamente a let-
tera .)
„ Questo libro si è di Baronciello Aldobrandi de Firenze, e
„ fu scritto sotto anni domini MCCCXXXVIJ. „
Tutto il testo corrisponde al Cod. Bargiaccbi, ancbe nel dia-
letto pisano, od altro che sia; ha la data del iSSy con alcune di-
versità di scrittura, che non fanno alterazione considerabile.
Il medesimo Sig. Pera mi ha dato notizia d'un altro Codice
della biblioteca privata di S. A. B. il Duca di Lucca ecc. Anche
questo nella lezione si accosta molto al posseduto da lui, e per
conseguenza a quella pure del Cod. Bargiacchi, e degli altri
Laurenziani e Magliabechiani ; dal che si conchiude che il Co-
dice pistojese è differente da tutti i sinadora da me veduti , o
conosciuti .
CODICI LATINI
L Due Cod. della R. Biblioteca di Turino ; uno in perga-
mena , cartaceo 1' altro ( Catal. II. 4^. 35o ) . La descrizione dei
medesimi può leggersi nella prima e seconda edizione delle Me-
morie della Vita ec. di Messer Cino da Pistoja. Pisa 1808. e
i8i3.
IL Cod. Magliabechiano già Stroziano i38. clas. ai.palch. L
membr. misceli, in foglio. Contiene due trattati: De doctrina
dicendi et tacendi — De consolatione et Consilio; è mutilo, man-
cando i capitoli dal principio di quello de Quintupli K^oluntate
Dei , sino a quello De rnendicitate inclusive. La scrittura è del
secolo XIII. Neir ultima carta del Cod. leggesi a tergo : ,, Hic
liber est mei ser Bindi Ludovici de Taxis Civis et notarii floren-
k
)(74K
tini, qnem erai die IX mali 147^ a ser Angelo A.ntomì vulgo ser
Agnolo bello not. florentìno mediante persona ser Ludovici ser
Cristopliani Menchi not. fiorentini qui per me ])actitavìt , et
eolvit dicto ser Angelo de meis propriis denariis grossos decem
argenteos , cjui faciunt lib. 2. solid. i5. den. 5.
III. Cod. Riccard. membran. 770. f. In fine leggesl: „ Alber-
tani tractatus tres latine scripti acephali et mutili-, deest enim
dimidia pars primi , et tertius ad calcem deficit. Praetereundum
non est italicum interpetrem, quicumque ìs fuerit, mutasse or-
dinem) eorum tractatuum ratio constat ex tractatu secundo. At
librarius qui non intelligebat quid latine scriberet eosdera pre-
postero ordine in unum volumen conjecit . Ita censeo. Lauren-
tius Mehus „. Questa confusione dell'ordine dei trattati è in tutti
1 codici da me veduti , o vi siano tatti riuniti i trattati, 0 vi se
ne trovino due soli .
EDIZIONI LATINE
Nel Repertorio Bibliografico dì Lodovico Hain tìono regi-
strate venti edizioni del trattato de loquendl et laccndi , alcu-
ne senza data ; la più antica con la data è dell'anno i4S4j ^ ^u^-
tima con quella del i497« Vene sono tre del medesimo trattato in
lingua belgica; una in data del 1492 per quanto congettura l'Hain.,
e le due rimanenti senz'anno .
EDIZIONI DEL VOLGARIZZAMENTO
Conosciuto prima di quello del Cod. pistojese,
I. Edizione fatta da Sebastiano de' Rossi Accademico della
Crusca detto V Inferigno. Firenze 1610. 8.°
II. Mantova nella Stamperia di San Benedetto per Alberto
Pazzoni stampatore arciducale . 1737. 8.°
III. Brescia 1824. per Gaetano Venturini 8." In queste edi-
zioni tra Tuna e l'altra sono delle variazioni nelle parole e
nell'ortografia, sostituendosi quasi sempre la moderna , e spesso
nel senso e nella frase, che non corrispondono ai testi de' Codi-
ci , non che a quello dell'originale latino ; come p. e. nel cap. XII.
del Consolamento e del consìglio: „ Imperocché quivi ove non
è fine, non può esser requie , e quivi ove non è requie non può
)( 75 K
esser pace , e quÌTÌ dove pace non è Dio ajutar non pnò. Ne la
pace dice lo Profeta è santo luogo , e magione, e la sua abita-
gione è in Sionne „ . E nel Cod. Barg. ,, Inperocliè qaine u' non
è fine non può essere requie , et quine u' non è requie non può
essere pace , et quine u' p<»ce non è Dio avitare non può . In de
la pace dice lo profeta è sanato luogo et magione la sua avita-
gione „ . Oltre che questi» traduzione non risponde al testo la-
tino : ubi pax nulla est Deus habitare non potest: in pace^ in-
quii propheta , factus est locus ejus , et in Syon habitatio
ejuSj il Cod. Barg. invece di Syonne ha Magione; e nell'edizio-
ne lasciando stare magione vi è aggiunto anche Sionne, Si con-
froDti il volgaria. diSoffredi a pagg. 35, e 36. Gap. XV. in fine.
NOTE
(1) Per convincersi di quanto il Muratori asserisce, leggansi special-
mente i documenti contenuti nell'opera intitolata " Karoli Calvi et Suc-
éessorum aliquot Franciae regum capitula in diversis syuodis ac placitis
generalibus edita.
Jacobus Sirmondus Societ. Jesu Presbyter in unum collegit y notisqae
illustravit. Parisiis apud Sebastianum Cramoisiy, i6a3.
V. pag. 242. pag. 441. ed altrove.
(2) Qui non è opportuno il rendere la ragione delle mutazioni di let-
tere, o terminazioni ecc. che si osservano regolarmente corrispondenti tra
la scrittura grammaticale, e la pronunzia. Di tutto ciò parlai nella citata
Acroasis de Origine lingiiae italicae,e mollo più diffusamente ne tornerò
a dire nel mio libro deli' Origine ecc. della lingua italiano; ed alla pag.
143. an. 782. '^ Exinde tertia vices per singulos annu tue et f^uccessores
tuos pascere debeatis paujìcros dece, idest in festivi tate Sancle j\Jariae, et
in festivitate Sancti Micbneli et in Stivltate fsaiicli Pelri,,. Si uoti il
troncamento 5izV/£flf e per Festivi late; non mancano csempj slmili in al-
tre voci, come sta per ista an. 7S7. pag. 169. ed è frequente nel dialetto
Yeneziano; in Toscana dicesi stamattina, stasera, stanotte,
(3} tali e tale come omni ed o/une, omnis ed omnes e simili, perchè le
due vocali z, ed e anche in buona latinità si scambiavano. Quintiliano ci
fa sapere che la e non era né affatto e, né adatto /, perciò omnei ed omneìs
ecc. furono scritti, anche secondo pronunzia, omni 3 omnis) sebbene grauj-
maticalmente dovessero scriversi omne ed omnes*
(4) È noto che la m finale per lo più clidevasi nella pronunzia , spe-
cialmente in poesia.
(5) L' US in fine pronnnziavasi per u serrato , e per o; la preposizione
de è soppressa per cllipsi anche uell' italiano, e dicesi, per esempio, staia
cento grano, baiùli dieci yiuOj in luogo di grano, di vino ecc.
X 76 )(
Scafiglio e scafigliuolo erano misure tuttavia in uso nel secolo XIV.
y. Statuti ifolf^ari delC Opera di S. Jacopo di Pistoja del i3i3 da me
pubblicati in Pisa l' an. i8i\. (pag. 22. nota 73).
(6) Siat, o sia son ovvil nelle carte notariali; ma siet è pure ne' mo-
numenti e nei codici della eulta lingua latina.
(7) Anche nelle voci finite in is, la lettera s sopprimeasi; onde pronun-
ziaviisi pan/ e pane invece àipaiiisy come omni ed orane invece di omnis,
omnes,
(8) Due per duo è ovvio nelle lapidi; e Quintiliano mettea questa voce
Ira i barbarismi del tempo suo.
(9) Voce più latina di pulmentavium»
(10) E' notissimo che la lettera b era pronunziata per u consonante co-
mt- ì/xit (^/xit; se biho se uivo ecc. in lapide sepolcrali crisliane.
(i i) Dell'origine de' così detti articoli^ e dell'uso antico de' medesimi
già scrissi nella mia Acroasis ecc. ma con molto maggior diffusione ne
tratterò nel mio libro deW Origine della lingua Italiana,
("ra) Luogo così detto tuttora.
(i3) Barsocchini pag. 34-5.
(<4) Non si creda dai poco, o niente pratici delle carte notariali di
que' tempi che questi ed altri esempii si ristrìngano ai da me riportati od
a pochi di più: sono innumerabili,- e come farò vedere n^W Origine della
lingua Italiana, non sono arbitrarli, o casuali, od errori di scrittura, ma
si tengono a regole generali di pronunzia, che prende il cominciamento
dai primi tempi della lingua latina ed arriva sino a noi.
(i5) Questo sistema, come già dissi, continuò anche ne' secoli susse-
guenti all' introduzione della scrittura in lingua volgare, per 1* ambizione
de' letterati.
(16) Instit. Orat. lib. 1. cap. 5.
(17) Hore per ora si trova anche nelle scritture del secolo Xlll,
(18) Ego ed eo dissero gli antichi; ed i Greci /^^
(19) Altrove mostrerò che sum in latino volgare pronunziavasi anche
sun e son, donde l'italiano sono.
Nella lingua romano-dacica, derivata in gran parte dalla lingua volgare
introdottavi dalle legioni romane che vi erano di stazione, io sono dicesi
io sum ed io sont, V. Gram. di Gio. Alexio. Vienna 1826.
('j(o) Di questo Biduino v. le mie Notizie inedite della Sacrestia de'bel-
li arredi, del Campo santo pisano, ed altr* opere di disegno dal secolo
XII al XV. Firenze 1810-4, a pag. 23-4.
(21) Il Borghini ci avrebbe fatto un gran servizio se ci avesse conser-
vato alcuno di que' monumenti che egli conobbe, quando scrivea che le pa-
role sono di que' tempi , e le rime si usaimno quasi in tutte le iscrizioni
così fare» Intender debbesi di parole e di rime volgari, non di parole e
rime leonine latine^ Or se quasi tutte le iscrizioni d' allora state fossero
di parole e rime come questa, molte se ne conoscerebbero, od almeno tut-
tavia a tempo del Borghini se ne sarebbero conosciute, e non sarebbe stata
una maraviglia l' iscrizione, che tanto si decantava.
(22) Tutte queste sono supposizioni belle e buone, ma bisogna provare
che Luco, Luconazzo e Lucane fossero nomi d* una e medesima persona.
)C 77 X
(a3) II Borghini dice che da una delle loro molte Tenute o Castella
che ebbero noli' Alpi, quel marmo fu condotto in Firenze da Piero Ubal-
dini, e conservato da lui con molta diligenza nella sua casa ,,; e poi sog-
giunge,, ma quello che noumeno importa alla verità di questo marmo, con-
servasi un contratto fatto l'anno i4«4 dove n'è menzione come di cosa
tenuta molto cara dogli uomiui di quella famiglia che viveano allora ,,.
Nell'iscrizione dello Stradano si dice** Vetusti marmoris inscriptioCa-
strì Pilae ruinis eruti a Joanne Bapt. Ubaldino Florentlae custoditi.
(34) Queste parole non indicano troppo bene che dovesse appartenere al
secolo Xll. Assai antico nell'età del Borgliini potea dirsi anche se fosse stato
scolpitone! secolo XIV, p, e. nel i35o,- cioè prima del 1 585, od anni 235 in-
nanzi all'età del Borghini, in cui la Critica nella paleografia non era molto
avanzata.
(25) La data del 118^ non debbo necessariamente riferirsi al tempo iu
cui fu scolpita la lapida, o messa quella memoria, e composta la iscrizione,
ma può anche appartenere soltanto all'avvenimento che vi si narra in bocca
deirUbaldini detto del Cervio.
(26) 11 sig. cav. Carlo Lasinio conservatore dei monumenti delle belle
arti che adornano il celebre Campo santo Pisano mi favori la copia lettera-
le di questa iscrizione; e l'ho pubblicata mantenendo l'originale scrittura
quant' è stato possibile di farlo servendosi della moderna stampa, nella
quale non sono conservate né la forma delle lettere, né quella delle abbre-
viature ; ciò non dimeno è mantenuta la lezione in modo, che può dirsi
conforme all'originale, eccettuate le seguenti correzioni da farsi
a porto corr» porto
andammo — andanmo
cu < — cu
La copia moderna posta nel luogo dell'antica è stata scritta cosi:
DIE sci: MARIE DE SECTEBRE ANNO DNI MELO. CC. XLHIL
IINDICT. I. SIA MANIFESTO ANNOI E AL PIV DELE PERSO-
NE CHE NEL TEMPO DI BVONACORSO DE PALVDE LI PISA-
NI ANDARO A CVM GALEE CV. E VENVTI CVM „C. A PORTO
VENERE STETTERVI PER DIE XV. E GVASTARO TVCTO E
AVREBBERLO PRESO NON FVSSE LO CONTE PANDALO CHE
NON VOLSE CHERA TRAITORE DELLA CGRONA E POI NAN-
DANMO NEL PORTO DI GENOVA CVM CHI GALEE DI PISA
E C. VACCHECTE E AVREMOLA COMBADVTA NON FVSSE
HEL TEMPO NO STHROPIO IjNS DODVS FECIT PVBLICARE
HOC OPUS
(27) Non debbesi tralasciare un altro frammento di lingua volgare ri-
ferito al 1298; ed é il Decreto della Repubblica fiorentina per l'edificazio-
ne del Duomo datoci da Ferdinando Leopoldo del Migliore nella sua Fi-
renze illustrata ; e dice così :
'* Atteso che la somma prudenza d'un popolo d'origine grande sia pro-
ceder negli affari suoi di modo che dalle operazioni esteriori si riconosca
non meno il savio, che magnanimo suo operare : si ordina ad Arnolfo capo
maestro del nostro Comune che faccia il modello 0 disegno della innoTa-
V
X78H
ftìonedi S. Reparata con quella più alta e suntuosa magnificenza che InTcn-
lar non sì possa né maggior, né più bella dairinduslria e poter degli uo-
mini, secondo che dai più savj di questa città è stato detto e consigliatoin
pubblica e privata adunanza non doversi intraprender le cose del Comune,
se il concetto non è di farle corrispondenti ad un cuore che vien fatto gran-
dissimo, perchè composto dell' animo di più cittadini uniti insieme in un
sol volere ,,.
Il del Migliore non dice dove esistesse 1' originale autentico di questo
Decreto; né per molte diligenze fatte posteriormente é stato possibile tro-
varlo. Non incolpo d'impostura il del Migliore, ma dico non essere d'una
frase né d'una dizione conveniente a quel tempo; onde se fu giammai scritto
in volgare, bisogna dire che ne sia totalmente mutata la frase e la dizione
primiera; o piuttosto, che essendo stato, com'è più verisimile (trattandosi
di un atto Pubblico) disteso in latino, sia la traduzione volgare quella ri-
portata dal del Migliore; non mancando molti e molti esempj cousimi-
li; perché gli storici meno accurati in alcun tempo si contentavano, anzi
credeano pregio dell'opera tradurre a senso, e con moderno linguaggio gli
antichi monumenti, citandoli come autentici in quanto alle cose in essi
contenute, ma senza dare importanza alla identità delle parole.
Terminerò questa disamina de'fraramenti volgari anteriori alla scoper-
ta del Codice pistojese con qualche osservazione sulle parole di Dante neì
libro della Vita Novay le quali sono state intese da taluni come se egli a-
yesse voluto parlare dell'origine, od almeno dell'uso in rima od in poesia
della lingua volgare come non anteriore a cento cinquant'anni prima del
tempo in cui scrivea il libro della Vita Nuova.
„ E non é molto numero d'anni passati che appariscono prima questi
^, poeti volgari; che dire per rima in volgare tanto é, quanto dire per versi
,y va. latino secondo alcuna proporzione. E segno che sia piccolterapo èche
„ se volemo cercare in lingua d'oco, e in lingua di sì noi non troveremo
3, cose dette anzi il presente tempo per CL. anni „.
11 Tiraboschi avverte nel modo seguente: „ colle quali parole ci sem-
bra dare una medesima antichità alla poesia provenzale, che alla Italiana ,
ma Dante ha esagerato l'antichità dèlia poesia italiana, perché egli stesso
non nomina poeta alcuno che sia vissuto innanzi al secolo XllI ,,.
A questa osservazione del Tiraboschi parmi possa rispondersi che Dan-
te non volle dare una medesima antichità alle poesie provenzale ed italia-
na; ma prese collettivamente il tempo dell'una, e quello dell'altra, sì che
di veruna delle due non si trovassero cose dette i5o anni innanzi al tempo
in cui scrivea la Vita Nuova ; cioè che prima della metà del secolo XI. non
SI conoscessero poeti in rima della lingua d'oco, e non prima della metà
del secolo Xll se ne trovassero della lingua di sì; laonde tra il comincia-
mento della poesia di lingua d'oco, e quella della lingua di sì sarebbero
corsi loo anni sino al i25o ; e dal i25o sino al tempo in cui scrivea Dante
la Vita Nova, cioè sino alla fine del secolo XIII. ne passarono altri 5o., e
perciò'disse bene che ,, se volemo cercare in lingua d' oco , e in lingua di
si noi non troveremo cose dette ( in rima) anzi il presente tempo per CL.
anni „ ossìa retrocedendo i5o anni tra Tuna e l'altra dal i3oo incirca, si
ritorna al ii5o, dal qual tempo procedendo al i3oo si trovavano cose dette
)( 79 )(
in rima prima o dopo neiruna, e neU' altra; perlochè Dante sarebbe dac-
cordo seco stesso, e non avrebbe esagerata l'aotichità della poesia volgare,
non nominando poeta alcuno in lingua di sì, o volgare italiano cbe sia vis-
suto innanzi al secolo Xlll.
È poi cosa manifesta cbe le parole citate di Dante non possono applicarsi
alla mancanza della lingua volgare di i5o anni prima del tempo in cui
scrisse la Vita Nuova ; perchè quivi egli parla del dire in r-ma, e non già
del dire in prosa, e di più sembrami anche potersi spiegare che egli voles-
se intendere delle rime scritte, più che delle cantate , come erano quelle
de'così detti Giullari, ed altre volgari cantilene, che sono tuttavia in uso
per le campagne nel mese di Maggio, nel Ferragosto , e nel tempo della
mietitura, della vendemmia ec.
Per quel che appartiene alla lingua ed alle rime della lingua d' Oco,
ossia provenzale merita d' esser letta 1' opera intitolata „ Choix des Poe-
aies Origiuales des Troubadours par M. Raynouard. Paris 1816.
Nelle Efemeridi letterarie di Roma dell' anno 1722. T. IX. pag. i58 è
la notizia d' un Codice Gbigiauo in lingua d^ Italia del 200, e se ne por-
tano alcuni squarcj che empiono sei pagine. L'editore sottoscrivesi con le
iniziali F. R. ma non dà le pruove di quello cbe asserisce ; solamente ag-
giunge di crederlo scritto in Sicilia, ed anteriore al Vespro Siciliano, e
forse una traduzione dal Provenzale. Con tutte queste congetture non
escludesi che il detto Codice non sìa una delle solite copie più o meno an-
tiche, e assoggettata alle metamorfosi indicate di sopra. Certamente da
quanto si può giudicare per la dizione e per 1' ortogra6a di quel saggio non
apparisce un codice intatto del tempo al quale vorrebbe ascriverlo l'edi-
tore. Del resto, io non intendo negare che nella sua origine possa essere
anche più antico.
(28) Codice dei trattati latini di Albertano con la giunta in fine del li-
bro ,, Vulgarium sententiarum „ di Graziolo de'Bambagioli; posseduto già
dal sig. Ab. Niccolò Bargiacchi in Firenze. V, il Catalogo de'codici.
(29) D' Albertano e delle sue opere V. Mazzuccbelli , ed anche il Tira-
ixjscbi nella Storia della letteratura italiana.
(30) Questa probabilità s* appoggia a .e frequenti comunicazioni fra
l'Italia e la Francia dal tempo de' Carlovingi sino al secolo XV, non sola-
mente civili ed ecclesiasticne, ma scientificb.5 e letterarie.
(3i) Forse potrebbero esser tali due asserzioni dell' editore ; la pri-
ma si è cbe il vocabolario di nostra lingua debba aver fondamento più
che si possa su libri a stampa , siccome tutto lo hanno que'delia greca
e della latina; contro la quale opinione in primo luogo è da osservare
che i libri a stampa sino dal tempo dei Deputati^ come vedemmo» eraso
pieni d'imperfezioni; e quelli che ne son venuti di poi sono stati talora
copie infedeli, od anche peggiori de'precedenti, talora raffazionamenli fatti
su' codici tenuti per li migliori secondo l'arbitrio, ed il giudizio di chi
s' accinse a rabbrecciarli. In fatto di lingua l'arbitro ed il testimone sem-
pre vivo è l'uso. 11 vocabolario dunque d' una lingua vivente debbe com-
prendere due parti: i vocaboli antiquati y e quelli tuttora adoperati dal-
l'uso. De' primi il fondamento saranno, più de' libri a stampaci codici
riconosciuti per li più antichi e meno alterati dall' ignoranza de' colasi
)(8oX
tori. Degli altri, che sono la massima parte, dehhe stabilirsi il princi-
pale fondamento nell'uso vivente, al quale si debbono unirei vocaboli,
le frasi ecc. de' codici e de' libri a stampa che ne mostrano l'esistenza non
interrotta dal tempo antico sino a' dì nostri. Una bella conlerma della
necessità di ricorrere all'uso per assicurarsi della genuinità delle voci,
me l'otTre il seguente articolo di lettera d'un mio eruditissimo amico il
sigt)or cavaliere Francesco Gherardi Dragomanni Presidente zelantissi-
mo dell'Accademia della Valle Tiberina ,, In fallo di lingua io
professo precisamente le medesime sue opinioni .... le racconterò in che
modo ho acquistata tale opinione. Dimorando nella buona slagiona in una
mia casa di campagna situata alle sponde del Tevere, messi assieme una
ricca raccolta dei vocaboli che dai nostri contadini si adoprano nelle ru-
sticali faccende, e dei nomidelli strumenti rurali e delle più minute parti
di essi. Fatto ciò, mi venne in lesta di cercare nel vocabolario e negli au-
tori che trattano d' Agricoltura, e che fanno testo di lingua, i miei voca-
boli; ma con mia soi presa non ne trovai pur uno che non fosse stroppiato
fra i pochissimi ivi registrati. Per vedere chi avesse ragione , se il Voca-
bolario od i contadini viventi, mi rivolsi allora a varii letterati miei ami-
ci, e gli pregai a volermi indicare come si chiamasse nella provincia da
essi abitata il tale o tal altro istrumento, e la tale o tal altra faccenda, e
con piacere riscontrai che avevano sempre ragione i miei parlanti conta-
dini: volli accertarmi ancora se questi vocaboli avessero subito notabile
alterazione, ed esaminai a tal uopo gli statuti di queste Comunità, ove trat-
tano di faccende rusticali, molti antichi contratti ed altre memorie anti-
che, e con ugual piacere riscontrai che la massima parte dei vocaboli non
hanno subito alcuna variazione, che altri pochi ne hanno ricevuta una leg-
gerissima, che pochissime sono le voci del tutto sfigurate o variate. Con-
chiusi allora che la troppa fiducia ai codici ed a' libri stampati era stata
cagione di grandissimi sbagli ,,.
Ma va ben altrimenti ia cosa per le lingue greca e latina, le quali non
son più in uso nel comune linguaggio de' vivi, e perciò il principale, anzi
unico fondamento di esse consiste ne' codici e ne' libri stampati, ed anche
nelle lapide scritte e nelle medaglie.
La seconda opinione dell'Editore del Tesoretto, la quale sembrami
sottoposta ad emenda, è la seguente: ,, la Concordia del maggior numero
„ de' Codici fa su me autorità, ma allora solamente che non mi paia repu-
„ gnarvi la grammatica, la critica, e la ragione ,,.
Primieramente osservo che altro è la repugnanza della grammatica,
altro quella della critica e della ragione. La prima è cosa d'uso, e conven-
zionale, se intendasi per grammatica la materialità delle parole conforme
a certi precetti e certe regole fondate sull'uso, o sulla convenzione dei
letterati. Se poi intendasi per grammatica la parte ideologica che costi-
tuisce il ragionamento indipendentemente dal modo di enunciarlo colle
parole, allora la grammatica si confonde e si unisce colla ragione. L' uso
e la convenzione possono essere modificati o tolti, per uso e per conven-
zione in contrario. Di qui è che nel parlare il popolo spesso si emancipa
dall'uso dalla grammatica delle parole, ed i letterati scrivendo fauno di
movente lo stesso^ adottando i cosi detti idiotismi.
)( 8i )(
Tutto ciò è confermato dal medesimo editore alla pag. 24 del Favoletto
in questi versi
In amici m* abbatto
Che ra' aman pure a patto
E serve buonamente
Se vede apertamente
Com'io riserva lui
D'altrettanto e di plui.
Dove nota cosi :
V. 59 e serve. R. G. e servon, male: non volendosi questa variante dal
contesto. Altri esempii si hanno di questo passaggio da un numero ali* al-
tro e nel Tesoretto^ e in altri anti<;hi componimenti ,,.
Va benissimo: ma la grammatica? Se volea esser coerente a se stesso
dovea adottare la variante seniori dei codici Riccard. e Gaddiano; ed in-
vece di male dovea soggiungere bene ; molto più che o' era facilissima la
correzione in tal modo :
In amico m'abbatto
Che m' ama pure a patta
E serve buonamente
Se vede apertamente
Com* io riserva lui
D' altrettanto e di plui.
(3a) Comunemente in Firenze ed in Toscana si pronunzia mi racco
comando, mi dolgo ecc. quantunque nel quarto caso dicasi iwe ; ed è que-
sto un residuo dello scambio frequente delle lettere i , ed e, che si fa-
cea comnnemente in antico , si come ci mostrano il Codice pistojese ed
altre vecchie Scritture.
(33) Essendo già impresso questo foglio, venni a sapere che FEruditissirao
Sig. Filippo Brunetti nella li. parte del suo Codice Diplomatico Toscano-
T. 1. pubblicherà la Pace concordata in Tunisi con quel Re dall' amba-
sciatore de' Pisani, ed in lingua volgare italiana nel 1265. Ottenni dalla
cortesia del sig. Brunetti medesimo di poter vedere e leggere nel suo MS.
gli articoli della predetta Pace, e di trascriverne i paragrafi seguenti.
1 „ Questa este la Pace facta inter Dominum Elminam Mommini Regem
„ de Tunichi et Domiuum Parentem Visconte ambasciadore de lo Go-
„ mune di Pisa per lo Comune di Pisa.
Termxnus Paeis^
9 „Et fermosi questa Pa^e per anni xx. La quale Pace sempre sta ferma
„ in de lo soprascripto termine a die xiii. de lo mese di Sciavel anni
„ LXii. et DC secondo lo corso de li Saracini , et sub annìs Domini
y, M ce Lxv, indictione vii. tertio idus Augusti secondo lo corso de li
)( 82 )(
Lo testi moniamento et lo datale di questa pace.
Et testìmoniove dominus Parente per culoro che lui noandono in sna
buona volontade et in sua buona memoria et in sua buona sanitade che
questa pace a lui piace et cusì la ricevette et fermove. Et intesene li testi-
moni da lo scheca grande et alto et cognosciuto secretano et faccia di do-
mino Elmìra Califfo Momini. Et faccitore di tutti li suoi fatti lo quale
Dio mantegna et in questo mondo et in de l'altro. Et rimagna sopra li
Saracini la sua benedicione. Baubidelle filio de lo Scheca a cui Dio faccia
misericordia. Bu;ili Aren filio de lo Scheca alto cui Dio faccia misericordia
Elbulusaid filio Said lo gentile cui Dio guardi. Et Io compimento di que-
ste pace soprascritta cbome ditto este in questo modo suprascritto. Et fue
scripta in die di Sabbato ali die XIIII. de lo mese che si chiama Isciavel
anni LXII. et DC. secondo lo corso de li Saracini. Et sub annis domini
millesimo ducentesimo sexagesimo quinto Indictione septima. tertio idus
Augusti. Secondo lo corso de li Pisani. Li nomi de li testimoni Bulcas-
somo Elbenali Elbinelbata et Tenucchi. Maometto Benondi da Gebbit.
Maometto Ettearaì. Maometto Bertali et Beneabraì. Abbidercamen bene-
umat elcarsì. Vabidellaid mee bidonie. Ali ebbram et Bine biamaro. Mao-
metto Bencabrain Lorbosi. Et per la gratia di Dio cognoscendo et sap-
piendo et testimoniando queste cose predicte. Maometto Benmaometto
benelgamezo lo quale este Cadì (a).
Et abbia salute chiunque la legera,
3, Rainerius Scorcialupi Notarius Scriba publicus Plsanorum et Comu-
„ nis Portus in Tunithi Presens translatum hujus pacis scripsit. Exi-
„ stente Interprete probo viro Bonaiuncta de Cascina de lingua Arabica
„ in latina, j.
Dall' Eruditissimo Sig. Brunetti non è indicato dove sia 1' originale
di questa traduzione.
E' da notarsi che quest'atto pubblico per mantenere le forme legali con-
servansi in latino alcuni periodi, come la dichiarazione del uotaro che scrisse
presens translatum, e quella dell' interpetre, che dall'arabo lo mise in la-
tino, ed altre parole che direbbonsi di convenienza, come dominus in
vece dì signore', le date degli anni ecc. Ma da ciò non debbesi credere che
quando scriveano in volgare fosse mantenuto sempre l'uso di far quel me-
scuglio; e molto meno che gli obbligasse la necessità, perchè la lingua non
avesse tutti i vocaboli opportuni per dire lo stesso senza ricorrere alle
parole o frasi latine. Già mostrai che gli eruditi in tempi anche posteriori,
hanno fatto pompa di mescolare latinismi al volgare; e molto più i nota-
ri. Ma che in quel tempo medesimo chi volea adoperare il pretto volgare
potesse farlo, è manifesto dal volgarizzamento di Soffredi del Grazia, che
nel 1265 era già in età matura, avendo nel 127 1 rogato l'atto che ho ripor-
tato alle pag. 47» Lo stesso dicasi del testamento della Contessa Beatrice.
Resta dunque sempre più confermato quanto dissi, cioè, non potersi
credere che prima del 1278 non si scrivesse la lingua volgare.
(a) Sembra che in questi nomi siano delle scorrezioni forse per colpa
dell* apografo antico da cui furono trascritle, come Momini e Mommini,
Elminam, ed Elmira,
)( 83 )(
Fiualmentc non tacerò il dubbio che potrebbe affacciarsi intorno al
tempo della traduzione volgare, se cioè sia contemporanea della pace, o
fatta più o meno anni dopo.
11 dubbio sembra che possa nascere dalla dichiarazione del notare Ra-
nieri ijcorcialupi, il quale ,, Presens translatum pacis hujus scripsit, inter-
prete probo viro Bonaiuncla de Cascina de lingua Arabica in latina ,,.
Quale trusLutOy o traduzione scrisse lo Scorcialupi?
La volgare, o la latina che Bonagiunta da Cascina fece dall'originale
arabico ?
E se scrisse la volgare fatta dalla traduzione latina, in qual'anno la
scrisse ? non si dichiara . Potrebbe esser dunque che un volgarizzatore
qualunque traducesse tutto letteralmente dal latino, e lasciasse talqual' era
il testimoniamento del JNotaro Scorcialupi, che scrisse la traduzione latina
fatta dall'arabo per Buonagiunta da Cascina.
Per altro, comunque piaccia di pensare, non può dubitarsi che la lin-
gua volgare di questa carta non sia anteriore al i3oo, essendo analoga an-
che per la scrittura a quella del Codice pistojese. Tanto basti aver osser-
vato a solo fine di rilevare che 1' autenticità della traduzione non è tale da
potersene stabilire un'epoca determinata.
Che la frase praesens tvactatum scripsit non voglia dire tradusse il
presente uotgare, ma si riferisca alla scrittura della presente traslazione
dall' arabo in latino è manifesto anche dalle interpetrazioni delle conces-
sioni fatte a' Fiorentini ed a' Pisani dai Soldani di Babilonia, e dell'ara-
bico voltate in latino, e poi di latino in volgare senza iudicarvisi né il
tempo, né il luogo in cui fu eseguita la traslazione volgare, né chi la fece.
Queste traslazioni di latino in volgare molto probabilmente si eseguivano
in Italia per comodo de'mercatanti italiani ed altre persone che non erano
mai state in Barberia, e che non s' intendeano né di arabico, né di latino;
e non se ne può fissax-e il tempo: giacciiè nelle dette traduzioni volgari non
è dichiarato se non l'anno in cui furono stipulate le convenzioni, ed ese-
guite le traduzioni dell' arabico in latino dai respettivi Turcomanni. Pro-
babilmente d'inque si fecero in Italia per comedo de'Wercatanti sopra det-
ti: e non hanno caratteri tali d'autenticità (come traduzioni volgari) da
poterle riguardare per originali autentici, né per sicuramente fatte nel
tempo dello stipulameuto.
Dal numero grandissimo de' Mercatanti Italiani, Veneziani, Pisani,
Fiorentini e Genovesi che andavano e venivano di Levante e di Barberia
sono passate nella lingua volgare italiana le migliaja di vocaboli arabici che
più o meno stroppiati vi si mantengono tuttora; lo che il dottiss. sig. Cav.
Giacomo Graberg d' Hemsò, stato in Barberia lungo tempo nella qualità
di Console svezzese, ha, come socio corrispondente dell' Accademia della
Crusca, chiaramente dimostrato in una lunghissima nota di voci arabico-
italiane, presentata alla suddetta Accademia.
In Dei JNomike Amen
Translatio coucessionis fact. Florentinis per Serenissimum Principem
Dorainum Sultauum Babillonio fact. per Zenedin. INotar. de AlexanUria
)( 84 )(
Saramyniim, et retìncta in latinum per Abraham Judeum Turcomannura
Florenliiiortitn in Alexandria; facta die sexta Wovemhris Anno Domini
ab Incar. Mccccxxiii. Ind. prima et scripta per me FilippumNot. infra-
scriptum dieta die, et in dieta civitate in Domo Residentiae Ambaxiato-
rum Florenliuornm («).
Questa è la memoria del comandamento del Sig. Soldano fatto per li
«igg. Francia Fiorentini, etc. •.•••.•.. ,
Ih Dei komine Amen
Tnfrascritte sono le interpetrazioni delle infrascritte scritture di patti
di concessioni fatte a Pisani per li infrascritti Soldani di Babilonia fatte
per Tommaso di Ramondo, Cardus di Nichosia di Cipri di Arabico in la-
tino, et prima la interpetrazione di una scrittura segnata dieci per abbaco,
che comincia nel modo infrescritto, cioè (Z>).
Lo Re giustissimo spada della fede e del mondo Soldano delli Turchi
e delli Persi e Bulacchara figlio di ecc. ••• ••
Seguita lo nome del Califfo che è questo ,cioè
Raril Emir Elmominin. Interpetrò lo detto Tommaso un'altra scrit-
tura disse era salvo condotto che è segnato ^: y et disse era medesimo te-
nore, che quello di sopra, et co^ì di più altri disse essere nel segnato 4»
più queste parole, cioè
Che essi intenda rotta la pace, et lo salvo-condotto ogni volta moves-
si no guerra.
Ego Philippus olim ser Michaelis Jacobì de Podiobonizi Civis Not.
Pubi. Florent. nec non timc INotar. elect. per Offìc. consulum maris Comu-
nis Florent. ad Sultanum Babiloniae anno Domini ab Incarnat. mccccxxvl.
Indict. XV. praed. ad interpetrat. suprascripli Thomasi Raimondi de Nico-
la de Cipri vid. contenta in duobus proximis praecedentibus foliis, et
hoc praesenti vigore commissionis in nobis ab officio factae scripsi in civi-
tate Cayri, ubi tunc Soldanus habitabat,et bic fideliter someudo ex origi-
nali trauscripsi, et ad fidem subscripsi (e) „«
Frammenti estratti dall'Opera conosciuta col nome di Decima del Pa-
snini Tom. 11. pag. ig5,
(34 Segno Notariale o Sigillo dì ser Soffredi Del Grazia cke si ved«
neirOrigioale della Carta l'iportata alla pagina 47«
+
nn
(a) (h) (e) Qui è manifesto che parlasi delle (versione latine, e non
della volgari»
X85X
Seiriio notariale ecc. di ser Lanfranco Scriacopi che vedesi nell'Origi-
liale delle carte citate alla pag. 48.
^
LO LIBRO
DE LA. DOCTRINA DEL DIRE E DEL TACERE
FACTO DA
ALBERTANO GIVDICIE DI BRESCIA
DE LA CONTRADA DI SANCTA AGATA NEL MCCXLV.
DEL MESE DI DICEMBRE,
E TRASLACTATO di latino in VOLGHARE PER MANO
DI SER SOFFREDI DEL GRATHIA
DI SANTO AIUOLO, E SCRICTO
PER
LAMFRANCO SERIACOPI DEL BENE
NOTAIO DI PISTOIA SOCTO LI A. D. MCCLXXVIIL
DEL MESE d' AERILE 'NE LA SEXTA INDICTIONE.
Il e1 principio, nel mezo, *ne la fine sìa tuctora*la gratia di Cri-
sto Fopra'l mio dire; in perciò che nel dire molti errano, e non è
alcbuno che la sua lingua pienamente possa domare, sì cliome dice
santo Iacopo : la natura de le bestie , dei serpenti e di tucti li
animali si doma da la natura de li uomini, ma la sua lingua neu-
no puote domare; e in perciò io Albertano breve doctrina sopr*
al dire e'I tacere a te filliuolo mio Istefano in uno piccolo versecto
ti mostro ; lo verso è questo : clii se' , e che , ed a cbui , di cha-
scione , e modo , e tempo richiedi. Ma perciò che questo verso è
ponderioso, e scuro e gennerale, e la generalitade pare oscuri-
tade , ò pensato di disporllo , e di schiararllo per uno picciolo
modo di mio senno.
Adomqua filiuolo mio charissimo quando volli parlare dei co-
minciare da te medesmo , a 1' asempro del gallo , che anthi * che
chanti si percuote cholTale tre volte.
I.
Sopra la paraula chi se\
Ed imperciò nel princìpio del tuo dicto , anthi * che Io spi-
rito produca parole a la bocca, Richiedi le parole del verso di
sopra ; richiedi , tant' è a dire quanto due volte chiedi , e cer-
cha , adonqua richiedi nel' animo tuo , e da te medesmo chi
se' , e quello che dire volli , e se quello diete pertiene a te ;
o altrui ; ma se pertiene altrui più eh' a te, di quello dicto
non ti dei 'mframectere, sì chome dice la lege: foli' è d'infra-
mectere di quella chosa che a se non pertiene , e chosì è fcillo
di dire quello che a se non pertiene. Unde dice Salamone 'ne
proverbi: chosl è quelli che s' imframecte 'ne la briga altrui cho-
me quelli che prende '1 diane per 1' orechie. Ed un altro savio
disse: Di quella chosa che non ti molesta non combactere. Apres-
so dei Richiedere te medesmo in piano , e in cheto senno , e se
)(4)(
se' irato, o turbato; ma se l'animo tao è turbato non dei parlare
sine che quello turbamento dura, sì cliome dice tulio : EUi è
grande vertudie di costringere li animi turbati , e la volontade
fare ubidiente a la rascione, e perciò dei tacere quando se' irato,
sì cliome dice senocha : l'uomo irato non parla altro che pechato;
e chato dise : o tu clie se' pieno d' ira nor) contendere de la chosa
che tuo no sai; e perchè madie ? perciò che l'ira inpedisce 1' ani-
mo a ciò che non pose cognoscere lo dricto dal falso. Ed un altro
Savio disse: la lege vede 1' uomo churiciato , ed pili non vede la
lege. Ed Ovidio disse : o tue che vinci tucte le chose, or vinci l'a^
nìmo e l' ira tua ; e tulio disse : cesi dio V ira da noi co' la quale
non sì puote fare alcli-ina chosa buona in te. E perciò petro al-
funso dise ; la natura omana si àe questo in se che turbato l'ani-
mo de 1' uomo non àe discrectione nel chuore a giudicare Io dri-
cto dal falso. E se de l'ira e del' irato , e del furioso volli piuo
pianamente sapere legerai 'ne libro lo quale feci, di socto , de
l'amore , e de la dilectione di dio; e nel tictoìo là u' t'insegno
ischifare l'amistade de l'uomo furioso; e certo, bene ti dei guar-
dare che la volontà del dire non ti muova né t' induca a dire tan-
to eh' el tuo spirito non consenta a la rascione. E salamone dice :
l'uomo che non puote costringere l'animo suo e lo spirito nel
parlar' è si chome la citade manifesta , e secza circhoamento di
muro; e perc/ò è usato di dire : 1' uomo che non sae tacere , non
sae parlare, e chosl non sae l'uomo macto parlare , perchè non
sae tacere; ed un savio fue adimandato: perchè tanto taci?
se' tu macto ? llispuose : 1' uomo macto non puote tacere. E
salamone disse : de 1' oro , e de 1' argento fae burbanza , e de
le parole tue fae statieia* , e poni a la tua bocca li dricti freni , e
guarda no per aventura discorresi 'ne la lingua, e che '1 casso
tuo non sia insanabile 'ne la morte. E ancor disse ; chi guarda la
bocca sua sì guarda 1' anima sua, e chi non è moderato a parlare
sentirà pena. E chato disse: io penso che la prima vertudie sia
di costringere la lingua^ e queli è più amicho di dio, che sae ta-
cere per rascione. 'Ne la terza parte richiedi te medesmo, e da te
medesmo ripensa 'ne l'animo tuo chi tu se' che volli altrui ripren-
der' e dire, e se tuo potresti esere ripreso di simile facto o dicto.
E sampaulo disse 'ne la pistola a romani : da escusare non
se' tu che giudiche , e di quello giudiche altrui condanne te me-
desmo, e se' peccatore di quello che giudiche ; ed in altra pisto-
la disse : perchè amaestre altrui di quell' a che non se' Amaestra-
)( 5 )(
to tu? porcile prediche lo scuro, ed invoiic?* E cbato disse: guar-
da non sie peccai -re di quello peccato clic ir colpe altiuì , perdi'
eli è soza cliosa al sigr.ore di riprendere lo servidore del suo lue-
desrno peccato; ma perciò, ben dire e male operare no.i e altro
che danare se rnedesino elio la sua parola, secondo che dice san-
cto Aghostino; ed altroe disse chato ; no riprendere lo dicto ne l
faclo altrui, forsi per avenlura quelidi simile facto ti puote is-
cbernire. 'ne la quarta parte richiedi da te, e dentro da te chis'
se' , e che volli dire , e se'l sai , e se noi' sai bene, noi' puoi dire ;
ed un savio fue adimandato: chome potrei io ben sapere dire :
Rispuose, se tu solamente di' quello che tu sai bene. Z gesù se-
racha dise : se lo 'ntendi mento è a te , rispondi al prosimo ; e se
no sì, sia la tua mano sopra la bocca tua, a ciò che non sie ripre-
so'ne la parola non savia. 'JVe la quinta parte richiedi qual sera
l'efecto del tuo pai lare , perciò die alchuna chosa pare buona
nel princìpio, che à inala fine, gesù seracha disse: in tucti li beni
troverai doppi lyinli. E per cioè non solamente lo principio^ ma
la fine, e da che efìecto dei Richiedere e pensare. Unde pamfilio
disse .• lo savere guarda lo principio, e la fine insieme , perchè la
fine àe in se tanto honore e disnore, e guarda la fine el principio
de la tua parola a ciò die tuo posse più sicuramente dire quello
cbe propensato ài. E se 'ne la parola la quale volle dire à duhio
d'avere buono cominciamento , o nò , dei^tacere magioremcnte
che dire, si chome dicie petro Alfunso grande fisolafo, che disse:
Se tuo dubite di dire . taci ; perciò che sempre è melio tacere e
pentere , che parlare e pentere ; e magiore mente si conviene al
savio uomo tacere per se, che parlare contro se , perciò che nsu-
no per tacere avemo veduto ripreso, quasi; ma per parlare molti
errano, perchè le parole sono quasi saecte, e lievemente si dico-
no , e troppo gravemente si tornano ; pei ciò è usato di dire ; da
che la parola è dieta non si puote rivocare ; unde 'nei dubi me-
gli' è tacere, cbe dire, secondo che i facti dubitosi è meglio a no
farli che a firli. A ciò dice tulio ^ io lodo cholui cbe vieta di fare
quella chosa , o dricto , o no dricto che sia , perciò cbe la dri-
ctura per se minlesmo Risprende e lucie, raa'l dubio contiene si-
gnifica mento d'ingiura. ed un altro savio disse: non fare la chosa
che dubite , ma fugilia. e certo ad intendimento ed ispositione
di quella parola chi se' asai chose si potrebe dire, ma di ciò cbe
diciamo breve, Rilieni li V. Asempri che t' òe dati di sopru.
X 6 )(
li.
Sopra la paraula cht.
Poiché tuo sai quello nlie òe dicto di sopra , diròe sopra la
parola che. certo pensare dei che * tuo die se 'li è dricto o falso,
gesù seracba disse: la dricta parola de'essere inanzi a tucte le tue
opere; e innanzi a tucti i tuo'facti abie istabille Consilio in te, e
perciò la veritade è da amare sopra tucte l'altre cose, colla quale
Acbacta luorao la grazia di dio, conciosiacbosa cbe dise; io sono
via, veritade e vita; e perciò se volli parlare parla veritade,e taci
buscia. Unde dice Salamone; magioremente dee essere Amato lo
ladrone, cbe 'l continuo buscìardo; e laltro disse: piacciati la ve-
ritade cbicbe la dica. E cbasiodorodisse: la lusanza* è di dispre-
sciare la veritade; intendasi veritade puta senza nullo falso. E an-
ello disse: lo vero è buono se non vi si rniscbia lo falso; ed io in-
tendo de la sempice veritade. E senecba disse : la rascione di cbo-
lui cbe dae opera a la veritade de' essere senpice, e incomposta ,
e perciò dei parlare veritade a ciò cbe '1 dicto tuo non sembri
mentire, senecba disse 'ne libro de l'onesta vita: non pertegna A
te possa cbe afermi, e giuri: de la relegione e de la fede in tucte
parti si tracta. Ma possa cbe nelsaramento dio non sì ricorda, ne
noa v'abia testimonio , non però dei tuo tacere ìa veritade , ma
dirlla a ciò cbe non passi la lege de la giustizia ; ma se nlcbuna
volta fossi costrecto di dire buscia, dilla a guardia del dricto, e no
del falso; e se A venisse cbe per buscia tu ti ricomperasi da la
fidelitade* non mentiresti, Anzi se'magioremente da essere escu'
sato, perciò cbe là dov'è l'onesta casczone l'uomo gz'usto non fal-
sa la sacrata cbosa. Dei tacere le cbose cbe sono da tacere, e par-
lare le cbose cbe sono da dire, ed a cbolui cbe cbosie fae la pacie
se li è secreto Riposo. E perciò dei dire la veritade puta e sem-
pice, e de'pregare dio cbe paraule di buscia faccia di lungi da te.
e salamone pregò dio e disse: signore dio di due cbose t'òe pre-
gato, no mille dinnegare innanzi cb'eo muoia, la vanitade, e le pa-
raule de la buscia fai di lungi da me. E sicbome tuo non dei dire
contra la verilade , cbosì non dei f.ire. si cbome disse sarapaulo
'ne la pistola seconda Ad ì cborizios: noi non possiamo Alebuna
cliosa fuori da la veritade, ma per la veritade , e tal veritade dei
dire cbosa cbe ti sia creduta, altramente serebe Reputata per bu-
)( 7 )(
Fcla, e oterebbe luoglio di falsitade; E perciò la veritade non cre-
duta , buscia è tenuta. E però t' òe dicto di sopra , che fugbe la
buscia, perciò cbe noì» è da g/udioare lo busciardo cbe dice falso
quello elle vero, e d'imconlrario mente chi dice vero, se crede
dire falso, ne no libero da la buscia quelli cbe dice veritade di
quello che non sae, e quelli cbe la sae, mente per volontà sì cho-
me dice sancto agostino.
'JVe la seconda parte dei richiedere quello cbe dire voglie, se
elli è utile, u vano, e perciò le utili paraule sempre devem dire, e
le vane tacere, secondo cbe dice senacba ^ne la forma de la vita
honesta: la parola tua non sia vana, ma o ella de'cbonsolare al-
trui, o insegnare, o comandare, o amonire. 'ne la terza parte ti dei
guardare se tuo di'chosa di rascione , o no di rasczone , e le pa-
raule di rascione sempre si den dire; quelle cbe non sono di ra-
scione si denno tacere; inperciocbè la chosa cbe non è di rascio-
ne non puote essere troppo di lungi, cbe chi porta seco rascione
vince tucto lo mondo. Unde scripto è: istu*vuoli vincere tucto lo
mondo soctomectiti a la rascione. ed ancbora è usato di dire : la
rascione bene cognosciuta giudica quello cb' è '1 melilo ,• la non
conosciuta rasczone è ripiena di molti errori. 'Ne la quarta parte
dei Ricbiedere se tu di'alcbuna cosa aspra, o dolcie, o soave; e le
dolci paraule sempre si denno dire , e l'aspreze tacere ; e perciò
dise gesù seracba: la dolcie paraula Accresce lì amici e umilia
li nemici. Ancbo si dice che nel diserto dimora la lievore , e la
salvagina , e 'ce la lingua de l'jiomo savio dimora umilitade. E
pamfilio dise: lo dolcie parlare notrica l'amore, da V. parte E.i-
cbiedi se di'duro o molle; le molli paraule si deno dire , e le du-
re tacere, si cborne dice salamone: la molle risposta espeza l'ira,
lo sermone, e la paraula dura isveliia lo furore , e V ira. 'ne la
sexta parte richied'istu * di'alcbuna chosa bella, o sozura , e le
belle paraule e le buone si deno dire , e le soze tacere, e perciò
disse sampaulo'ne la pistola seconda ad corizios: lo male parla-
re rompe li buoni costumi; ed altro disse: cesi dio cbe neuna
mala paraula discenda de la nostra bocba ; ed ancbora disse 'ne
la pistola ad efesìos: la sozura è macto parlare , la quale non tiene
a neuna cbosa,non si nomini in voi si comes'apertiene ai sancti.
e senecba 'ne libro de l'onesta vita: da le soze paraule ti guarda,
perciò cbe la loro tenza* ingennera matia. E Salamone disse: l'uo-
mo cbe dimora luugbamenteinalcbuno peccato, e'non si neamen-
da 'ne la sua vita legieramente , e la tua paraula non dee essere
)( 8 )(
soza, raa sempre conilita,si chome dice snmpnulo: la paraula tua
de'snrriprc essere condita, a ciò clic sapie come dei rispondere a
ciascuno, 'ne la settima parte ricliiedi se tuo di' pnraula , oscliu-
ra, o dubitosa, ma de'dire ciliare ed aperto , si chornc ti truova
iserlplo: melio è che l'uomo sia muto, che parlare quello che non
sia inteso. 'Ne Potava parte Richiedi non parli paraula solìstica,
cioè paraula d'inganno, sì chome dice gesù seracha: chi pnrla ad
inganno de' essere udiato, né a cholui non è data grazia da
dio. 'Ne la nona parte E.ichiedi non diche paraula d' ing/uia, si
chome si l.ruova scripto; a molti uomini minacia chi 'ng/ura a
uno, e perciò disse gesù siracha; non ti dei ricordare di tuete le
'ngmrie che ti fae io tuo vicino , e neuna coso dei fnre 'ne la
opera de la 'ng/ura , e chiasiodoro disse: per la 'ni:,/ura de l' uno
tucto lo parentado n' è corrocto; e l'apostolo disse: chi fae sn-
gnjra altrui arac di quello che malvasciamente arac facto altrui;
e senacha disse: aspecta d'essere meritato di quello che farai ;
ed io intendo d' ogna ingmra , e specialmente di quella che si fae
ad inganno , che mostre di fare bene , e far male. E tulio disse:
neuna ingiura è sì grande, come quella di choloro che quando
magìoremente falano, mostrano di no fallare per essere tenuti
huoni uomini; e le 'ngmre chosl rie non solamente impediscie
le ssingularì parte, ma tucta la provincia guasta; e scendo che
dicie gesù seracha la provincia Rinnova, e muta gente e signoria
per le'ng?*ure e le malvascitadi che si fanno; e non solamente ti
dei guardare , e cessare di dire e di fare ingmra altrui , ma dei
contrastare a colui che la vuole fare altrui, se fare lo puoi como-
damente, Si cerne dice tulio: due sono le genneratlonì de la'ngiu-
ria: l' una sì è di choloro che la fanno; 1' altra di coloro che la
possono stroppiare, e ne la stroppiano; e tanto de di fallo chi non
contrasta a la'ngmra, chome chi abandona lo padre, e la madre,
e li amici; e se altre* ti dirà ingiura dei tacere, e perciò scripsse
agostino, 'ne libro del somo bene: più èn *gratiosa chosa a fugire
e cessare la ingiura tacendo, che soperchiarla Rispondendo. 'Ne
la decima parte R.ichiedi non tuo diche parolai da comectere bri-
ga. 'Ne r undicima parte richiedi non diche parola d'ischernire
de l'amicho ne del nemico, uè d'altrui, e perciò è scripto: lo buono
Amico b'cIì * è schernito più. grave mente s'aira, e '1 nemicho
per le schierne di lui fare pino tosto verrebe a le paraule, ed a
ciaschuno dispiacere s'eli è schernito, siche l'amore menima , e
secondo l'aj-goUìo de V amore selli menima, tosto viene meno, e
){9)(
certo per isclìicrnc tosto ti serebe dicto chosa,chenon vorcsti adi-
re . e Salamene disse: chi sebiernisce altrui non puotc cbampare
cb'elli non sìa iscbernito. 'Ne la dodicesima parte Richiedi non di-
che paroled'inghanno, e perciò disse lo profeta: disperda diotucli
li dicti d'inglianno, o le lingue malparlanti. 'Ne la tredicesima par-
te Richiedi non diche alchuna chosa soperbin,eSiilamone disse: la
u'è la soperbia quin'è la nequitade, e uv' è l'umilitade, quin'c 'l
savere ; e g/oho disse: possa che la soperbia monta al cielo, e 'l
suo capo tochi li nuvili conviene che divegna neiente 'ne la fine.
e gesù seracha disse: odicvile è denanzi da dio, e da le genti la
soperbia. apresso dei Riclìiedere non diche parola oziosa, e per-
ciò è scripto: di ciaschiina parola oziosa Renderemo Rascione»
adonqua sia la parola tua vera e nò vana, e sia Rascioncvile e
dolcie, e soave e molle , e non dura, bella e non soza, né ria , né
d' inghanno , non piena d' ingiura , e d' ischierne , e di soperbia.
E questo ti doe per amaestramento , che non è da credere che
noi possiamo fare tucte le chose, che sono centra li buoni cho-
sturai , si chom'dice la lege: quelle chose che sono soze a fare
non sono oneste a dire , perciò nolle deLiamo dire, ma l'oneste
chose sempre debiamo dire non solamente intra li strani, ma in-
tra tuoi , ne anchora parolle no oneste intra suoi dei usare chi
tra li strani vuole dire oneste parole, conciò sia cosa che in tucte
le cose e tucte le parti de la vita 1' onestade sia bisogno. E certo
molti assempri sopra questa parola che sì pptrebe dire, ma quello
che n' ò dicto ti basti.
Ili
ora diremo de la parola chui
Or ai veduto quello eh' è dicto sopra queste due paraule chi
e cht) intenderai sopra la parola chui. e certo quando volile par-
Lire Richiedi a chui tuo parie, o se a l'amieho, o altrui, a l'ami-
cho bene e drictamente puoi parlare^ e perciò che non è si dol-
cie cosa chome d'avere arrico chol quale posse parlare sì chome
con te medesmo, ma non dire a l'amieho tali paraule che tuo te-
me che si manifestino se divenisse nemicho, e perciò disse senacha
'ne le pistole : parila chol' amiclio sì chome se dio t^odìsse, e vi-
vi cholli altri uomini chome se dio ti vedefige; e l'altro disc: tieni
i' amiclio tuo che tuo non teme che si fuccia nemicho. dise pe-
)( 'o X
tro nlfunso: per li amici non provati;, provedl una volta de nemi-
ci , e mille delli amici , e perciò che alchuna volta T amicbo di-
verrà neruiclio, e '1 tuo segreto, del quale non vuoili , né puoi
avere consillio, abìclo da te raedesmo, ed a neuno lo manifestare;
e perciò disse gesù siracLa: al'amicbo e al nemico no manifesta-
re lo tuo peccato; udiracti, e guarderati, ed irridendoti f.irae beflfe
di te. ed un altro disse ; quello che volli sia secreto noi manife-
stare a ncuno; ed un altro disse: a pena credi che da neuno uomo
si possa celare la secreta cosa; ed un altro disse : lo secreto tuo
Consilio sia celato e piacto 'ne la tua priscione; perciocbè da cbe
r ai dicto, tiene te preso ne la sua priscione; e perciò disse : chi
Io suo Consilio tiene in chuore si è signore di se d'alegersi lo
mellio, ma piuo sichura chosa è tacere, che pregare altrui che
tacia; e perciò disse bene senacha : se tuo non potesti tacere, co-
me volli tuo, chome dimande tuo cbe altr' e' debia tacere; ma se
del tuo secreto volli avere Consilio, comectilo al fidelissimo ami-
co e provato e secreto, e per ciò disse salamone; tucti ti siano pa-
cefichi; e consilieri de mille l'uno; e chato disse: Io secreto Con-
silio manifesta al tacito compagno, e V aiuto del corpo al fidele
medico , ma al nemicho non parlare molto, ne li tuoi secreti
noUi dire; e perciò disse isopo.- li vostri secreti non vi fidate,
ne iscoprite a quelli chon chui avete avuta guerra , e questo ti
dicho se col nemico tome in gratia. iscripto è cbe col nemicho
neuno riede in gratia sicuramente, e '1 pechato de l'odio sempre
sta naschoso nel peccato del nemicho; ma secondo che dice se-
nacha là u' è '1 fuocho non menima la caldeza. e ancho e' disse:
magiorement'è de' l'uomo volere morire elio ramicho, che vivere
chol nemicho. unde Salamone disse: Al nemicho Anticho non
credere mai, e se s'aumilia nolli credere ; ed altro disse: 'ne tuoi
ocbi lagrimerà '1 nemico, e se vedrà tempo non si sazerà del tuo
sangue, e petro alfunso disse : non t' scompagnare cho li tuo ne-
mici quando puoi avere altri compagni ; e perciò con tucti si de'
parlare, e fare chetamente, e perciocbè tai tiene Altri per amici
che lì sono nemici. Ancor disse : tucti quelli che tuo non conosci
sono da dubitare quasi nemici. Anchora disse: non prendere
compagnia cho alcbuno , se prima noi congniosci ; e se alclmno
non cognosciutoti s'acompagnerà e dimanderà del tu'viagio, di*
che voglie andare più lungi che no ài pensato ; e se ara lancia ,
va' da mnn dricta , s' ara spada ; va' da man mancha. e richiedi
istu parie cho '1 savio, o cho '1 macto ; e perciò dice Salamone :
X i< ){
non parlare cho '1 macto lo quale disprescierà lo tuo parlare ; e
ancho l'uomo savio se col bestia contend' e ride, non troverà
Riposo. Ancliora: non riceve io macto le paraule savie. E gesù se-
racha disse : chi dice al macto savere * parla con choluì che dor-
me, e 'ne la fine del tuo dire, dirà chi è quie? Ancho Richiedi non
parili cholli schernitori ; e scripto è: co' li sc/iernitori non avere
usanza, e fugi l'usantha* del suo parlare chome'i veleno, e Sala-
mone disse: no riprendere lo schernitore, che t' odierà, e ripren-
di lo savio, e ameratti. E senacha disse: chi chastiga lo macto
fae a se medesmo ingiura ; chi riprende lo malvasio vuole briga,
ancho richiedi non abie usanza cho l'uomo cli'ae troppo paraule, e
perciò dice lo profeta: l'uomo eh' à troppo paraule non fie ama-
to in tara , periglioso Abita il linghoso 'ne la sua cittade , e 'ne
la sua parola è da dubitare, ed è odiato, sì cbome dice gesù se-
racha. Ancora chi odia lo troppo parllare spegnerae la malitìa.
e altroe disse : non avere consiglio cho mati, perchè non possono
amare se no quello che loro piace. Anco Richiedi non parile A cho-
loro che latrano come cani, sìchome sono quelli che parlino quan-
do tucti parllano, e sono cbiamati cinici , quasi ebani, de quali
disse cristo: non gittare le margarite tra porci. Anco Ricbiedi non
contende cho gli 'nvidiosi, e cbo malli* uomini, e perciò disse san-
cto Agostino: si chome '1 fuocbo crescie quante pia legna vi sì
mecteno, chosl 'i malvascio quanto pino ode Rascione sempre
crescie la malitia, e 'ne la malivola Anima no entra sapientha , e
perciò disse Cato : centra li uomini che sanno che sono pieni di
paraule non contendere di paraule, perciò cbe paraula si dae a
molti , sapienza a pogbi . Ancho Richiedi non de le tue credenze
cbo ebri , o cbo le femine parili; e perciò dice Salamene: neuno
secreto è ne l'uomo ebro, e la vanitade de le femine fae dire quel-
lo cbe non sae ; e Ricbiedi chi t'ode quando parile; perciò è scri-
pto; guardati d'intorno quando parie, non vi sia A chui dispiac-
cia lo tuo parlare, e certo asai si potrebe dire sopra questa paro-
la cuiy ma bastiti quello che dicto t' òe.
IV.
De le Cascionì.
Or vegniamo sopra la paraula che dice cbascione, e perciò ri-
chiedi chascione, del tuo dicto. Ma sì cbom'é nei facti chascione
)( >^ )(
A ricliiedere, sì come dice senacha; di ciascheuno facto Richiedi
cbascione, e quando truove rinchuminciamcnti pensa de la fine,
e cliosì nei diclì si de' ric/iiedere chascione, e si come senza cha-
scione neuna cbosa si fae sì come dice chasiodoro , chosl senza
cliascione neuna cliosa dei dire, e perciò la cbascione del tuo di-
cto sia vero per lo serviscio di dio, secondo che fanno li frati pre-
dicatori , e minori , e richiedi omana otilitade sì chome fanno li
giudici, e secondo sanc!;o agostino che dice : elli è licita chosa al
savio di rascione di vendere lo suo consillio, e Richiedi quale sia
l' otilitade, e quale dee essere hello e no sozo; e perciò dice sena-
cha : lo sozo guadagno si de'fugire sì chome la mala ispesa. e un
altro disse ; lo guadagno che s'achatta chon mala fama, si de'ap-
pellare danno, e altrce è scricto: magiormente vorrei avere per-
duto , che sozamente guadagnato . anchora de' essere l' utilitade
moderata sechondo che dice chasiodoro : se 1' utilitade passa la
misura perde la forza del suo nome. Anchora de' essere l' utili-
tade natorale e chomune, e tulio dicie: la paura, ne 'l dolore, né
la morte, ne alchuna altra chosa, che possa a venire a l'uomo non
è chosl contra natura, chome de l'altrui utilitade cresciere la sua
menimando altrui, e masima mente de la povertade de'mendichi.
e casioaoro disse : sopra tucte le crudelitadi passa l'uomo volere
essere Ricco de la potenza picciola del povero, ma per lo serviscio
di dio, e per l'umana utilitade parlano li preiti e cherici, e prin-
cipalmente per lo serviselo di dio , apresso per sua utilitade , e
perciò che deuno vivere de l'altare secondo che dice sampaulo :
chi l'altare serve de l'altare de' vìvere; e dio ordinò a choloro
che '1 vagnelo anonziano di quello vivano ; ed alquanti cherici
parlano per la propria utilitade, e possa per lo serviscio di dio. ra'
a chascione di dire per l'amicho ti dei muovere, e se le paraule so-
no giuste e belle; e lege de l'amicitia secondo tulio è questa, che
no devemo pregare altrui de le soze cose, né noi nelle devemo fa-
re per prego Altrui , no perciò dei fare, né dire per l'amico tuo
cbosa che pertegna a peccato, ma secondo la regola de l'amore
no ne ischusa del peccato se pecche per chascione de l'amico,
e' peccati de li amici se li fai, sono tuoi. Ancho si dice : pino che
due volte pecca chi dae aiuto, al peccato s'aparechia chi aiuta lo
peccatore , e massimamente 'ne le cose soze là u'I peccato è dop-
pio, e perciò disfe senacha: chi pecca 'ne la soza chosa due volte
pecca, e perciò disse : dei difendere l' amicho tuo drictamente, a
ciò che sia dicto vero difenditore . perciò disse chasiodoro : quel-
)( i3K
Il è propio difenditore, die difende T amico suo a drlcto; ma per
lucie le prtidecte chose parla piuo volentieri parole utili, cioè per
lo serviselo di dio, e per V omana otilitade, e per l'utilità de l'a-
mico , e aveyna che sopra la paraula cliascioue asai si potesse di-
re faccio fine, e óirò sopra la paraula modo.
sopra la paraula modo,
donqua Richiedi modo di parlare , ma secondo che modo è
da servare 'ne le chose, chosl nel parlare sei modo se 'bria*neuna
chosa laudabile si potrà trovare; si chome dicie casiodoro; lo mo-
do in ciascuna cliosa si de' observare, e chosi lo tuo modo de' es-
sere in cinque maniere, cioè: nel prononziare, nel avachare , nel
tardare, 'ne la quanfltude. donqua vediamo che chosa è'I pronon-
tiare : prononziare si è de:inità di paraule prestata a le chose , e
A 'ssensi del uomo, e moderanza di corpo, e questa in tanto mon-
ta che secondo la sentenza di mastro tulio che disse: lo non tucto
savio facto achacta loda se si profera bene; e chcsì prima sì de'
operare nel prononza mento moderanza di vocie e d'ispirilo, e mo-
vimento di corpo, e di lingua, e se alchuno vizio àe la bocca de'lo
araendare dilligente monte, a ciò che le paraule non siano infiate,
o alevate* o vero 'ne la tua bocca ardenti, o aspre, o troppo sonan-
ti , ma assetatamente aguale e chiaro sia lo tuo pronunziare. An-
cho E-ichiedi che la faccia tua sia dricta nel pronunziare , né che
i labri non si torcano, e che non abie troppo ispirilo, e'I volgale*
allo, ne li ochi volti a la tera, né la testa chinata, né le cilia leva-
te , o vero chinale, iraperciochè neuna chosa che non ci convene
puote altrui piacere secondo tulio che dicie : lo capo de l' .srte
sì è che quello che tuo fai sì convegna. li labri istringere, e morde-
re si è soza chosa, e in diffinire le paraule de' essere lo loro mo-
vimento poghecto; elio la bocca non dei parbire piuo che cho le
labra , e perciò a simile quando die* grandi chose, grande mente
le dei profcrere; quando le di'picciole dei proferere sottilmente;
quando die le mezane dei parlare temperatamente ; ma ne' pic-
cioli piati neuna chosa grande, né alta , ma humile , e a modo , e
simiglianza de 1' uomo che va a piedi ; 'ne magioi i piati là u' di-
chiumo di dio, o de la salute de li uomini, piuo grande mente, 'ne
temperati piali là u'non si dicie Altro se non al dileclamento de*
X i4X
li uditori, moderatamente, ma avegna che ciascheuno dica grandi
cliose , non perciò dei sempre dire grande mente , e ([uando tuo
nlcliuna chosa lode, o vitupere, dei dire temperatamente loda, e
piuo temperatamente vitopera ; e cliosl è da riprendere lo trop-
po lodare, cliome '1 tro' * biasmare, e 'n presenza di se non de'al-
tre* essere lodato; e scritto è: non si conviene di lodare l' uomo
denunzi, ne bìassmare. 'nel^ avaciare, e 'nel tardare similliante-
mente Ilichiedi modo, ma altro in dire che in fare, e non dei es-
sere frectoso al parlare, ma tardi elio eguale misura, sì chome di-
cie santo Iacopo : sie tostano a udire , e tardi a dire , e a l' ira ; e
salamene disse: vedesti l' uomo tostano a parlare? magiormente
sì de' esperare mania che senno, chasiodoro disse queste parole:
vertade è tardo in dire parola, e tosto sentire le choFe eh' abiso-
gnano; a giudicare de' essere tardo, scritto è : io pi uso, o gmdico
cholui essere buono giudicie che tosto intende e tardi giudica, e a
diliberare 1' utili cbose la dimoranza è utile e buona ; ond'è u'^ato
di dire : quelli vae a pentere che tosto giudica, e perciò la chon-
venevile dimora in tai chose non è da schifare; und' è usalo di
dire : ogne induscio è per odio , ma fa l' uomo savio; e anchor 'ne
consili Richiedi tardità j e non frecta . iscrito è : de' consili , cbe
lungamente tracterai quello pensa drictissimo ; lo tostano Consi-
lio sieguita penetenza; ed anchor altre cnose contrarie al Consilio,
la frecta, l'ira, e la chupidità; e nel fare, avuto lo Consilio, de'es-
sere tostano , e studioso ; e senacha disse di dire meno cbe fare ;
e'IuDgamente diliberare, tosto fae ; e perciò che lo studio fae buo-
no serviscìo; e salamone disse: vedesti l'uomo volace? in tucte sue
opere denanzi da re strae, e non serae intra i non conti*; e Gesù se-
racha disse: in tucte tue opere sie tostano e studioso, e non arai
ogna inpedimento; non perciò usare tanta frecta che ìnpedisca
lo compimento de l'opera . Anchor 'ne la quantitade Richiedi mo-
do, non dicendo trope chose, e perciò che nel tropo parlare no
meninia peccato; e Salamone disse: 'ne le molte parauie si truova
mattia, e altroe : là u'ae molte parole, quine è spesse volte fallo;
e senacha disse: neuna cbosa drictaraennte fae prode che riposar-
si , e cho altrui parlare poglio , e con seco molto , ma moderata-
mente dei tacere e parlare, e pamfilio disse: né tropo tacere,
ne soperchio, ne troppo dire ; e odi assai , e rispondi pogo. e so-
strate disse: a tucti potrai piacere, e se fnrai bene, e parlerai po-
go. 'ne la qualitade Richiedi modo di dire, cioè dire bene, iscri-
cto è : incomi«c/amento d'amistade si è bene parlare, e mal dire
)(i5)(
è '1 contradio, e dicendo parole allegre, oneste, chiare, conposte,
e piane, e con cheto volto, e conposta faccio, senza troppo riso, e
senza grido, de le quali chose disse salamene: lo fao del mele ,
le paraule conposte , la dolceza de 1' anima e la sanitade de l' os-
sa ', e sopra a quello che dicto t' òe del modo, ritieni e intendi.
VI.
Sopra la paraula tempo.
Or debiamo vedere sopra la paraula tempo, e per ciò Ri-
chiedi diligentemente tempo di dire ; e gesù seraca disse : 1' uo-
mo savio tacerae fine ch'arae tempo; lo macto non guarderae
tempo; e salamone disse: temp' è da tacere, e tempo è dri
dire; e senacha disse: Abie silenzo fine che ti fàe mestieri
di parlare, e non solamente lo tuo, ma T altrui aspecta ; e
gesù seracha disse : là u' non se' udito non spargere le tuoi
paraule, e molto è inportuno lo tuo dire, e quando non se' udito,
e chi dice le paraule a cholui che non 1' ode si è quasi com@
chi svelia 1' uomo che dorme dal grave sonno ; e scritto è : non
t'affrettare a rispondere fine che non sie adimandato, e secondo
che dice salamone : chi prima risponde che oda , dimostra esser(;
macto . Similliantemente : chi prima parla che appare è da dì-
spresciare : unde gesù seracha disse: inanzi al giudicie appare-
chia la giustitia , e anzi che parli , appara ; e per ciò ciascuna
chosa è da dire al tempo ed a luogho ; e se vuoli appare Ad
aringare ,e a proporre l'ambasciate prima dei dire salute; apres-
so dei chomendare , e lodare sì choloro a chui V ambasciata
è mandata , chome choloro , che sono teco a portarella ,-
apresso 1' ambasciata è 'l dicto di questo che t' è inposto ;
apresso chonfortare dicendo belle paraule per avere quello che
diraaude; apresso dei alegare lo modo chome quello che di-
manda se puote fare ; apresso mostrando per assempri simili
chose facte. 'Ne la septima parte assegnerai soficente rascione
a tucte le predicte chose , e ciò farai a l' asempro del gabriello
Archangelo, lo quale quando mandato fue da dio a la beata ver-
gine maria , prima puose la salute dicendo: ave maria . apresso,
la chomendò dicendo: gratia piena etc. ed apresso puose la chon-
fortazione, quando disse: ne timeas Maria, e questo conforto pro-
puose r archangelo , in perciò che la beata vergine era turbata
)( "6 )(
'no la salute clie l' archangelo fecie a lei apresso puose V nnon-
ziamento quando disse ; echo che ingraviderai , e farai filliuolo ;
apresso puose lo modo, chome cioè potrà essere; e quando disse :
spirito santo sapravenne in te, e la vertudie de l'altissimo ti
prenderà, 'ne la sexta parte puose T asempro quando disse che
isabecta tua cbugnata parturirà filiuolo 'ne la sua vecliieza . 'ne
la seplima parte Asegnò sofficiente rascione a le predicte cliose
quando disse : inperciò che non serae apo dio ìnposseyile ogna pa-
raula . ma se de la lege di dicretali , e dicreto vorrae tractare ,
in prima poni la lectora ; apresso lo chaso la spositione de la le-
ctora ; A presso 5 la similitudine ^ Apresso, lo contrario ^ 'ne la
sexta parte la soluzione ; e chosl di ciaschuna scienza ; e questi
Asempri sopra la paraula tempo presente mente ti siano asai,
e tuo per lo 'nsegno che dio ti drae sopra questa, e sopra ciaschu-
na paraula del vero potrai asoctiliare a pensare; e questa doctrina
sopra dire e tacere breve mente conpresa a te, calli altri tuoi fra-
telli lettorati ò churato discrivere , perciò che la vita dei lecte-
rati è piuo nel dire, che nel fare ; e le predicle chose odite Ado-
perati A quelle studiosamente, perciò che lo studio vincie la na-
tura e lo 'ngegno , e spesse volte , e per uso si vince tucto , e
ehosì potrai la doctrina del dire , e del fare Avere in pronto ,
ed anchora prega dio, lo quale mi donò le predicte chose chosi
dire , che ci conduca a l'ecternale Allegreza Amen.
>ì^^O^^==i<
Qvie finiscie lo libro de la doctrina del dire e del tacere fa-
cto d' albertano giudicie di brescia de la contrada di sancta
Agliata nel MCCXLV del mese di dicembre, e stralactato de la-
tino in volghare per mano di ser sofiredi del grathia in prova-
no * di santo Aiuolo, e scritto per lamfrancho Seriacopi del be-
ne notaio di pistola socto li A. D. MGCLXXVIH del mese d'apri-
le 'ne la sexta indictione.
LO
LIBRO
DEL CONSOLAMENTO E DEL CONSIGLIO
L O
QUALE
ALBERTANO GlVDICiE DI BRESCIA
DELLA CONTRADA DI SANCTA AGATHA
compuose
'ne li Anni d. mccxlyi. del mese d' aerile
ED
imagoregato in sv qyesto volgare
'ne li anni d. mcclxxv. del mese di sectembre
/>/ uero cons.'llio e del consolamenlo.
1 Erciò che sono molti die 'ne l'adversitade , e ne li tribula-
menti sie s'afigeno, e che in loro perturbamento danimo non
anno Consilio né confortamento, ne d'altrui n'aspectono, si si con-
tristano, che di male in pe^io cbagiono, perciò a te filinolo mio
Giovanni , lo quale vuoli essere medicbo di fedite , ispesse volte
truove di que' cotali, Alquante cose per mia scienza ti mostro
per le quali a la speranza di dio potrai A te, e altrui fare prode
€ dare consola mento , e questa è la similianza:
Uno Giovane, lo quale A^ nome melibeo, uomo potente e richo,
lasciando la moglie e la fiìiuola in chasa , le quali molto amava ,
chiuso Tuscio de la chasa Andossi a trastullare, e tre suoi nemici
Antichi e suoi vicini vedendo questa chosa, apuose le schale, e in-
trando per le finestre de la chasa, la moglie di melibeo, la quale
avea nome prodenza, fortemente bactiero, e la figliuola sua fedita
di cinque piagbe , cioè 'ne li ochi , 'ne Torechie, ne la bocha, nel
naso e *ne le mani , e lei quasi morta lasciando se spartiero ; e
ritornato melibeo, vedendo ciò, incbuminciò a gran pianto li suo'
capelli tirare, e i suoi vestimenti isquarciare si come pazo ; e
la sua moglie , Ancora che taciesse , inchuminciò luì a chastiga-
re , e quelli sempre piuo gridava, e quella rimase di chastigarlo
Richordandosi de la parola d'Ovidio de amore* che disse : lascia
che l'uomo Irato s' adimestichi cho l'ira, e s'empia l'animo, e sa-
zilo d' ira e di pianto , e alerà si potrae quel dolore temperare
con paraule. e quando lo suo marito di piangere cessasse, inchu-
mincia la prudenza lui a Amonire dicendo; macto, perchè impa-
lile *, e perchè lo vano dolore ti chostringe ? lo tuo pianto non
achatta né leva alchnno fructo ; tempera lo modo e'I pianto tuo ,
forbi le tue lagrime, e guarda cbe fai; non pertiene a savio uomo
che gravemente si doglia , e la tua filiuola a la speranza di dio
)( 20 )(
bene guarrà* . Anchora se morta fosse non per lei ti dei tuo di-
strugere. perciò dicie senaeba: non si distrugc Tuorno savio per
perdita di figliuoli e delli Amici; chon quelli* mcdesmo animo ti
sofferà de la loro morte clion che aspecte la tua, ed io voglio che
tuo lasci anzi lo dolore, chel dolore lasci te, e llimanli di fare
queste chose , che possa che tuo lo volessi lungamente fare non
non potresti. Melibeo rispuose : chi potrebbe in sì grande dolore
cbostringere le lacrime, el pianto? ma '1 nostro signore dio di
lazaro amicho suo 'ne lo spirito si dolse , e lagrimoe . E proden-
za disse: Io temperato pianto da cholor che sono tristi , e intra
loro non è vietato : Anthi * é concieduto secondo che disse sam-
paulo 'ne la pistola A romani: Ralegrdtevi chon choforo che
sono Allegri , e piangete chon choloro che piangeno; e anchor
tulio disse : propia Chosa è de l'animo bene constetuto di rale-
grarsi de le buone chose, e dolersi de le contradie , ma piangere
e molte lagrime ispargere si è vietato, il modo di servare è tro-
valo da senaclia clie disse : non siano sechi li ochi quando perdi
l'amiclio , che non discorrano da lagrimare, e no 4-'" piangere*,
e anzi che perde l'amiclio Riparalo secondamente cliel puoi fare;
e pino santa cbosa è ripamre Tamicbo, die piangerlo, e a ciò
che saviamente vive, la tristitia di questo secolo da l'animo tuo
al tucto dischaccia . e gesù seracba disse: molti uccide la tristitia,
e non è utilitade in lei ; e altroe disse: l'animo allegro mena gio-
iosa vita, e lo spirito tuctedisecha l'ossa. e salamone disse: sì cbome
la tignuola al vestimento, e '1 verme al legno , chosl la tristitia
nuocie al chuore de l'uomo, e anchora : non contristare l'uomo
Giusto di ciò chelli avegna , e malvasci sempre sono pieni di
male . e senecha ^ne le pistole disse : ne«na cbosa è piuo mieta
che acliactare fama ditistitia, e le lagrime aprovare; e neu-
na chosa al savio puote Avenire clie lo contristi , stae dricto
socto ciascbuno pondo, sicbome Avenne Al beato G/obo , lo
quale quando tucti li filinoli , e tucte le sue sostenanze ebe
perdute, e anchora molte aversitadi nel suo corpo avesse soste-
nute, sempre fece dricto, e rendèo lode a dio dicendo: dio mi die-
de, e dio mi tolle, e quello che a dio è piac/uto A"^ facto, sia lo
nome di dio benedecto e ora, e sempre; e perciò non ci debiamo
troppo dolere de filiuoli , né de l'altre chose cbe perdiamo, da
che quello ch'aviene altrui non si puote mutare per dolore; ma
magiormente ci devemo ralegrare di quello ch'avcmo, che dole-
re di quello che perdiamo; linde uno valendo lo padre consolare
X »i )(
tie la morie del filiuolo disse : non piangere perchè tao able per-
dalo buono filliuolo, ma ralegrati che l'avesti chotale. E senacha
disse : neuna cbosa viene piuo tosto in odio cAe 'l dolore : lo fre-
sco dolore volentieri volle consolamento , de lo vechio si ne fae
beffe o di' elli è maclo , o elli V infinge: e Certo la tristizia di
questo Secolo dei discacciare da te, perciò che san paulo disse 'ne
la pistola seconda At*corizios : la tristitia del secolo per neuna
modo de' discchacciare, ma studiare d'averla, percbè possa Ri-
tornare in allegrcza: si come disse dio nel vagnelo: unde salame-
ne disse: lo cuore de' savi è là u' è la tristitia, e'I cuore de macti
è là u' è l'alegreza. melilo ire a la casa del pianto, che a quella
de'convicti. Meliheo rispuose: tucto ciò eh' ài dicto è vero e uti-
le, ma r animo mio torbato m'incalca tanto, che non so cbe fare
mi debia. e quella disse: appella li privadi e fideli amici, e cognati,
e dimanda diligentemente Consilio da loro di queste chose, secon-
do lo loro Consilio ti regi; e Salamone disse : tucte le cose fae con
Consilio , e no ti ne penterai. Melibeo apeloe moltitudine d'uo-
mini, intra quali ebe medici di fedite e di fisica, vechi e giovani,
vicini molti, li quali magioremente l'onoravano per paura, ch&
l'amasero per amore . e ancora Alquanti che de nemici erano fa-
cti Amici in sua gratia tornati ; e ancora v'ebe molti lusingatori,
e savi giudici , li quali chiamati, nararo per ordine quello che a-
yenuto li era , e adimandando loro consillio grande volontà mo-
straro di fare incontenente la vendela. Àlora si levò l'uno de' me-
dici di fedite per consentimento di tucti quelli de la sua arte, e
intra l'altre chose disse : 1' oficìo de' medici si è, e a loro si con-
viene di fare prode a tucti, et no nuocere A neuno; e spesse volte
Aviene eh' e medici churino le fedite da l'una parte e da l'altra,
e a ciaschuna diar)o medicina e Consilio; e perciò non pertiene A
loro chonsiliare di guera, né di vendecta, ne intr' alcuno prendere
parte, per la qual chosa noi non consiliamo che vendecta si faccia,
e la tua filiuola, presa diligente guardia di quelle fedite, solicita-
mente per die e per nocte procureremo, a la speranza di dio, Ave-
gna elle gravemente sia fedita, A buona e spiana santade la condure-
mo, ed ito è a loro . si ssi ievoe uno medico di fisica per volontade
de li altri, e consilioe quasi simile a l' altro , e dipo molte parole
per se, e per li altri medici Ripromise A lui Consilio, e aiuto per
sua filliuola; e sopra la guerra e sopra la vendecta dichiarò che se-
condo che per fisica le contrarie chose si curano per le contrarie,
chosie 'ne la guerra mandando, e 'ne l'altre chose li contrari sono
)( ^^ )(
usati (li curare per lì contrari; e li suoi, e' vicini, e quei che in di*
rietro erano istati nemici, e alora erano tornati in sua gratia e lu-
singatori tucti piangendo e lagrimando, e mostrando grande do-
lore 'ne la faccia di cioè che avenuto era, consiliaro che la vende-
cta si facesse inmantenente, comendando molto meser Meliheo, e la
sua potenza, e contando le sue RiccAeze, e la grandeza e la niolti-
tudine de parenti e de li amici suoi, ispre^ciando quella de nemi-
ci e le loro richeze in par aule menomando . e a presso uno de'
savi legistri si ievoe, e'ntra le altre chose si disse : questo facto è
molto gravissimo per rascione de la 'ngiura, e del maleficio nuo-
vamente comesso, e molto pino gravi potrebero Avenire per inanzi,
e per questa cascione , e anchora è gran facto perciò che sono vi-
cini, e per Rascione de la richeza e de la potenzia de 1' una parte,
e de r altra; e per molte Altre Rascioni , le quali non si possono
pensare chosì lievemente , né no serebe convenevile di contarle
quie , e perciò, chonciò sia cliosa che in su questo facto si debia
procedere saviamente, consiliamo che la tua persona sopra tucte
le cose guardi sì, che neuna chosa ti menimi. Aguardati Ancora la
tua casa sia diligente mente guarnita, del facto de la vendecta e
de la guerra fare grande dubio vedemo; per la qnal chosa non pos-
siamo anchora giudicare quelo che sia lo melio, unde noi Adiman-
diamo gzorno di consillio per melio diliberare, e perciochè non è
da giudicare di subito; und'è usato di dire j quello é buono giudice
che tostamente intende, e tardi giudica, e quauvis dioc^e ogna in-
duscioèda odiare, non perciò in giudicando lo convenevile inda-
scio si de'biasmare. e scritto é: ogna induscio è rio, ma fae l'uo-
mo savio ; e se sopra le diete chose voliamo deliberare non è da
meravilìare , perciò che a deliberare 1' utili chose lo 'nduscio è
buono, e volgaremente si dicie: melio è lo giudicie lento chel fre-
ctoso a giudicare ; ed isse* dio quando volle giudicare la femina
presa in avolterio, iscrivendo in tera due volte diliberoe.E noi da
poi eh' aremo diliberato cho la forza di cristo utile mente ti con-
silieremo. E i giovani confidandosi de la loro forteza, e de la molti-
tudine di choloro che si mostravano Amici, udiendo le molti laudi
di Messer JMelibeo, e de le sue Ricc^eze, e del suo parentado, e la
sua potenza, consiliaro che la vendecta si facesse inmantenente, e
la guerra vivamente; e dispresciando, e avendo per neiente la po-
tenza , e la richeza de nemici , e riprendendo anchora li savi de
lo incluselo, e del diliberamento, e adimandaro, e allegando Ancho-
ra per Assempro sì chome'l ferro eh' è chaldo Alfuocho sine ch'è
)( »3 )(
chaldo sì distende meglio che 1 fredo, e la 'ngiura novella sempre
ininantenenle si vendica nielio, elio ainucciiiarla; e alora quasi Ui-
cti a grande remore gridano sia, sia, sia . e alora uno de vechi Adi-
mandando che udissero, per consentimento de li altri veclii sì dis-
se : molti gridano sia sia, li quali non sano lo pondo de le loro pa-
raule , e non sanno quello che diceno . e certo la vendecta e la
guerra che nascie di lei Ae sì larga l'antrata, che'l suo inchomin-
ciamento A ciascuno è manifesto e aperto, e la sua fine on gran-
dissima difHcoltade E briga, e a pena, e di neuno tempo sitruova;
in pcrcioché al principio de la guerra non sono Ancor nati li qua-
li innanzi Ja sua fine chon molta faticha e chon molto perìcolo
overo che invechiano, o miseramente per la guerra finiscie la sua
vita ; per la qual chosa non è da proceder suo* di subito, ne chon
frecta, ma con dilig-ente provediscìone, e grandissima diliberascio-
ne, e chon solicita cura tucta* chotai chose sono da fare; e quando
vollie aprovare Io suo dricto per rascione, quasi tu-oti incumincia-
no A gridare centra lui, e frequentemente Io suo dicto intrurom-
pere dicendo che le sue paraule finesse tosto. E ancor lui fue di-
cto : là u'non se' udito non perdere parola, e 'l tuo dicto è incre-
scievile, perchè non se' udito; e quando lo vechio vide che non era
udito , e conosciendo che neuno puote b^n dire a colui che l' ode
malvolentieri, disse loro: la non consiliata mactia non sae aspecta-
re Consilio , e ancora 1' uomo macto schifa lo Consilio ; e certo or
cognosco la veritade, ch'è usato di dire: sempre lo Consilio meni-
nia , quando magioremente abisogna; e chosl adirato, e quasi
confuso lo vechio sedecte . Ma Molti All' orechie di messer Meli-
beo prima segreta mente consigliavano, che volesero dire palese-
mente, e in audicnza mostravano di dire, e di volere altro ; eh' ale-
rà levandosi messer Melibeo , facto lo partito intra loro , si che-
m' è usato, cognobe che le XX parti di loro Volea che la vendecta
rì facesse incontenente , e la guerra vivamente . Unde loro consi-
glio Messer Melibeo Aprovò, e lodò, e affermò; e quando Messer
Melibeo Andava a fare la vendecta. Madonna prudenza sua molie
correndo denanzi da lui, sappiendo quello che ordinato era, e sta-
bilito per lo Consilio, disse a lui: non andare, io ti ciliege uno gran
dono, che tuo mi die ispazo di dire. Or, nò, disse petro Alfnnso,
nò andare a cholui reddere la prestanza del bene e del male, per
cioè che lungamente t* aspecterae 1' amicho, e lungamente ti te-
merae lo nemicho. Unde lascia l'ira, lascia lo furore, non fare
queste chose, signore mio: non voglie tuo Ancor lo mio consiglio?
)( H )(
II.
De rimprovero de lefemine,
E Messer Melibeo disse rispuondendo: ia non ò pensato di vo^
lermi rei^ere per lo tuo consiglio per molte Rascioni : la prima si
è perciò cli'io serei tenuto bestia se per lo tuo Consilio , e per lo
tuo senno mutasse tjuello cli'è stabilito da sì i^ronde molùtudine
d' uomini . la seconda Piascione si è perciò che le femine sono
tncte Rie, e neuna sine truova buona, sì chome dicie Salamene :
uno Uomo ò trovato buono intra mille ; de le fen.ine no n' è una
intra tucte . la terza Rascione si è perciò cbe se io mi reijesse per
Io tuo consiglio già parrebe ch'io ti desse signoria sopra me, sì
che tu mi seresti contraria , la qual chosa non de'essere . e gesù
seracba disse : se la femina Ae podestà è contraria Al suo mari-
to . e Salamene disse: udite popoli e tucte genti , e rectori de le
cliiese , ai filliuolo , a la molle , al fratello , ne a 1' a»nicbo non
dare podestà sopra te fine che vivi ; perciochè megli' è che i tuoi
filiuoli guardino in te , che tu guardi a le loro mani . la quarta
rascione si è , che se io tenesse lo tuo Consilio Alcuna volta si vor-
rebe tenere credenza fine che fosse bisogno di manifestarlo , la
qual chosa tuo non potresti fare; e scricto è : la femina solamen-
te cela e'tiene credenza quello che non sae . la quinta Rascione
si è secondo lo fisolafo, cAe disse le femine per lo mal Consilio vin-
ce no li mariti.
HI.
De la scusa de lefemine.
E Allora Madonna Prudenza umile mente e benignamente udi-
to, e conoscaito cine che 'l suo marito Avea dicto , Adimandoe
primieramente parola e licenza di rispondere , e disse a lui : A la
prima rascione la qual' per te allegasti, si puote Rispondere che
non è macia chosa di mutar consiglio in meglio , e ancbor se le
diete chose Avessi promeso di fare, non perorò mentiresti se no
le facessi , in perciò eh' è scricto , che 1' uomo savio non mente
quando suo proponimento Rimuta in meglio ; ne non ti nuocie
perchè tuo diche ch'el tuo consiglio sia stabilito e fermo da gran-
de moltitudine d'uomini , perciò che la veritade e l'utilitade de
)( ^5 )(
le cose sempre da poghi savi si cognoscie meglio, che dal popolo
gridatóre j perciò che 'nello romOrc del popolo non à neuna clirf-
sa d' onestade . E alla seconda Rascioiie 'ne la quale dicesti che
tucte le femine sono Rie, che neuna sine truova buona, Ri-
spondo che , salva sìa la pace tua , non dei cliosl generalmen-
te dispresciare le femine, ne Riprovare loro pogo senno ; chi
tucte le disprescia, a tucte dispiacie * E senacha disse: non di-
spresciare lo pogo senno di neuno, e sofferà d'udire chi parla, e sie
chiaro, e alegro , e no aspro , Abie volontà d' aparare , e d'inse-
gnare quelle cose c//e tuo sai, senza romòre, e di quelle cose clie
tuo non sai, umilmente l'adimanda. Adonqua molte femine èono
buone, e ciò si puote provare per divina Rascione, perciò che se
neuna femina buona non fosse trovata, lo nostro signore Dio non
arebe degnato di venire in l'emina, e carne Umai\a non arche pre-
sa da la vergine Maria, e ancora ogn'uomo sae cbe molte sante e
buone femine sono j e ancliora per la bontà de le femine dipo la
sua Risurrectione degneo di manifestarsi a le femine piuo tosto
che a l'uomini , che prima si mostroe a la brata madalena, clie a
li apostoli . Ne no fae al facto perchè Salamene dicesse de le fu-
mine tucte: né una buona no n'ò trovato; perciò che quamvisdio*
elli no ne trovasse , altri uomini assai anno trovate de le buone;
o per aventura Sa la mone intese de le femine in somma bontode
poste, de le quali non sine truova neuna, ne neuno Uomo non è sì
peifectiimente buoro, se non solo dio, secondo che di se mede-
smo disse nel vagnelo. la terza rascione 'ne la quale dicesti che
se tuo ti regessi per lo mio Consilio parrebe che tuo mi dessi
signoria sopra te, non di'neiente, perciò che se A tucti quelli
coi quali nei Avemo Consilio, desimo signorìa sopra, neùno Oomo
potrebe Avere ccmsilio d'altrui. Adonqua noi abidmo libero Albi-
tro dì poter prendere e lasciare lo consiglio che ci è dato . la
quarta Rascione là u'dicestì la vanitade de le femine quello che
non sae tiene credenza , Similiantemente è neiente, ne àe luoghò
quie, e quello s'inti nde de le riissime, e mal parlanti, de le qua-
li è usalo di dire : tre chose sono quelle che chacciano l'uomo
di casa, cioè, lo fummo, e la piova, e la mala raolie, de le quali
Aneli» ra dicie Salamone : meli' è abitare 'ne la terra diserta, che
cholle male femine. Ma tuo non ài trovato me chetale, anzi is-
pesse volte m' ài provata. E là u' 'ne la (quinta parte dicesti che
le femine vinceno li uomini 'ne li mai * consigli non à quie
luogho, perciochè '1 mal consiglio tuo* non vuoli fare, ma se
I
)( ^6 )(
*J mol Consilio volesi fare, e le femine' in questo mal consiglio ti
vincessero, consigliandoti nel buono, non serebero da biasmare,
Anzi da lodare . per la quale rhosa disse sampaulo 'ne la pistola
a romani ; non volere esser vinto dal male, ma vinci lo niule io
l)ene . e se tu dicessi chelle femine consiliassero male li uomini,
cbe vuoleno prendere lo buono Consilio, e in ciò li vincessero, que-
sto serebe colpa de li uomini , cbe sono signori , e possono pren-
dere lo buono consii»lio, e lasciare lo Rio . e Sampaulo disse 'ne
la pistola prima a quel popolo Apreso a la fine, cbe disse: pro-
vate tucte le cliose, e quello eh' è 'l meglio Ritenete . e di che
à luogho quando le rie femine consiliano A tolticcii* Uomini, ma
qui e non è chosi»
IV.
De la laide * c/e le femine.
Poich'ai udito ciò che dicto è a tchusa de le femine, intendi
cinque altre Rascioni pei le quali si puote provare le femine eser
buone e speci:>!mente le benigne molli*, e Jor consiglio è da udiare,
e s' è buono, da tenere, la prima si e per ciò cbe volgare mente si
dicie; lo Consilio de la femina o elli è troppo ebaro, o troppo vile:
troppo ebaro, intendi charissimo, A ciò cbe non sia soperchio, se-
condo cbe si dicie de li amici di dio : molto sono onorati li amici
tuoi, dio. E avegna cbe molte femine siano riissime,lo consigliode
le quali è vile, ma in molte si truova buono Consilio; e Jacob per
lo buono Consilio de la madre sua Rebccba ebe la benedictione dì
isaacha suo padre , e signorìa supra i suoi fratelli; e giudita per lo
buono suo Consilio difese la ciltade 'ne la quale dimorava, de le
inani di loferno*lo quale la volea distruggere. E abigail per lo suo
buono Consilio nabal suo marito difese da l'ira de Re david, che
quello volea uccidere, e cbosì di molte buone femine Asai buoni
Assempri sì possono dire . la seconda Rìscione, per che '1 consi-
j'iio de le buone femine de* essere udito, e s' elli è buono de' es^
sere tenuto, e'puotesi provare per lo [ìrimo Dome cbe dio puose
a le femine, e inperciò che quando dio ebe f;icto l'uomo disse :
facciamoli Aiuto ; e chosie tracta del corpo de 1' uomo una cho-
sla e' fecie eba , e cbosì chiamò la femina aiuto de l'uomo, in-
perciò che 'I deno aitare e consiliare , e manifestamente si puote
dire cbe la femina è aiuto de 1' uomo e Consilio, per ciò che sen-
X ^7 )(
za lo loro Consilio e aiuto lo mondo no potrebe durare; e clerlo ma-
la vita arebe dio dato loro se da le femine non devessero adimaii-
dare Consilio , conciò sia cbosa cbe l'uno senza l'altro no puote
essere . la terza Rascione si è per ciò che la femina è mellio che
l'oro , e che pietra pretiosa, e '1 suo senno è molto soctile , e so-
prastae a tucti li senni ; e perciò si dicie; che melli'è che l'oro?
la pietra pretiosa . eh 'è meglio che la pietra pretiosa ? lo senno .
e ch'è meglio che '1 senno ? la femina. e eh' è mei* de la femina ?
no è neiente.la quarta Rascione si è sichomedìcie senachojche dis-
se : lodate sopra tucte le chose le benigne femine, e mogli, e sicho-
me neuna chosa non passa la benigna moglie di boutade, chosieneu-
na chosa passa la ria , di Pxetadi ; e quanto la savia femina 'ne la
sua vita è a salute del marito, cotanto la ria è a morte, la quinta
Bascione si è, sichorae dicie cato, se la lingua de la femina è con
fructo abiela in memoria, e per ciò sapie che 'ne la buona molie
è buona compagnia. Unde usato è di dire: la buona moglie si è
fidele guardia, e buona a casa; e 'n perciò la buona molie facien-
do bene , e ubidiendo bene al marito, no solamente puote con-
siliare lo marito, ma comandare ; unde lo savio disse : la sa-
via femina ubidiente al marito comandali , e che saviamente
serve tiene parte de la signoria . Adonqua se saviamente e con-
siliatamente ti vuoli regere, la tua fìliuola a la speranza di dio
A piena santa condurrò, e te di questo facto traierò Cho onore;
e allora Messer Melibeo Udiendo questa paraula Alquanto chon
pino dolcie viso disse: lo fao del mele, le parole composte, la
dolcieza de l'Anima, e la santa de l'ossa ! per le tuoi buone e
dolcie parole, e ancora per la isperieuza tua te ò cognosciuta
savia e fedele a me , e discreta ; Unde Riuiutato lo mio proponi-
mento saviamente col tuo consìglio ò volontade di regermi . e
quella disse .• se saviamente vuoli vivere, conviene che tu abie
prodenza. E melibeo rispuose: e cierto òe prodenza da eh' i' òe
te, perciò che tuo ai questo nome, e quella disse: non sono io
prodenza , ma sono ombra di prodenza . Melibeo Rispuose e dis-
se: dimi , dimi , e insegnami che chosa è la prudenza , e quante
sono le sue ispecie , e qual sin l' utilitade della prudenza , e in
che mode s' acacia . quella disse
)( »8 )(
V.
Che cosa è la prodemà.
La prudenza si è coijDOsciniento de le buone cose, e de le fie,
prendendo le bu^ne , e lasciando le rie . e certo la dricta pro-
denza sopra stae a tucte le chose si chome disse cbassiodoro.
VI.
(guanti sono li modi di prudenza.
E I modi de la prudenza sono sei: Rascioni, intendimento,
provedenza, guardamento , insliscaltrimento , E maestra mento,
la rascione si è ailbitro del belie, e dèi male, e cognoscimento; e
inperciocbè la Rascione sìeguita la natura , dico che la rascio-
ne non è altro cbe Un siguitamento di natura, e puotesi an-
cbora intendere cbosii Rascicre è Una Vertudie cbe cliognoscie
lo bene dal male , e '1 drito dal falso , 1' onesto da quel cbe non
è onesto prendendo lo bene, e lasciando lo male, e quindi si
dicie cbe Rascionaniento è un trovaniento di rascione; lo 'nten-
dimento è guardare la veritade ; la provedenza è uno presente
cognoscimento cbe pensa di quello cbe de' Venire,- \k3 guarda-
mento è savere con cautela de i vitii contrariij lo maliscalterr-
mento è cbognoscimento de la Vertudie da vitii, cbe paiono Ver-
tudi; l' amaestramento è vertudie d' amaestrare coloro c/ie non
sono bene savi .
VII.
De V utilitade de la prudenza.
L' UTILITADE de la prudenza si è la beatitudine^ perciò cbe
l'uomo savio si è beato, e solo lo savere è asai a la beata Vita;
Vnde senaca disse 'n e le pistole; quelli cb' è savio si è tempe-
rato ; e quelli cb' è temperato si è fermo; e quelli cb' è fermo
non si puote turbare, ne cburicciare; e quelli clie non è turbato
è senza tristitia ; e quelli cb' è senza tristitia , si è beato . adon-
qua quelli cb'è savio , si è beato; e cbi àe in se prodenza , si à
in se tucte queste cbose d' utilitade , da cbe elli è beato, e fer-
)( ^9 )(
roo , e temperato, e non turbato , e senza tristitia ; e molte al-
tre utilitadi ; le quali non si potrebbero quelle contare .
Vili.
Come si puotc aquistare la prodenza ^
PuOTESl Aquistare la prodenza e'I savere del* buono Maestro,
e per continuo istudio; disse dal miliore Maestro, perciò che
ciascun uomo de' sempre prendere Io miliore Maestro, e '1 mi-
liore Medico ,-e così in ciascheuna iscienza adimandare Aiuto, e
Consilio quando fae bisogno ; unde sì cliome '1 buono Maestro
per la buona iscienza fae buoni discepoli , e cbosie lo rio li con-
ducie in errore; e sichome 'l buono Medico tosto sana \a infer-
mità eh' è da guarire , chosì lo rio la malatia cb'è da guarire la
conducie a morte molte volte; cliosì di molti altri Maeslri, che
possa ch'ano durata molta fatica, 'ne la fine si perde per lo
pogo senno . Unde già mai di quelli chotali non puoi avere buo-
no mercato , Anzi è meglio che tuo gli cacci da l'opera pagan-
doli, che prendere lo lor serviscio senza prezo; e in perciò che io
dissi che Ila * prodenza, e ciascuna iscienza si punte aquistare per
grande istudio , vediamo che sia lo stadio, e eh' è utile, e biso-
gno a lo studio.
IX.
Dì quelle cose che sono a lo studio bisogno,
AdonquA lo studio è uno pensamento d'animo sopra alchuna
chosa con grande disrdero; ed è bisogno A lo studio drotrina si
chom' ò dicto di sopra, de la qual drotrina compiutamente
ficripssi nel libra de la forma de la vita e mandalo A Vincienzo
tuo fratello, la seconda (;hosa si è Aitare Io ingegno cho u??o, e ciò
opera per ciò che lo 'ngegno de 1' uomo cho l'opera ispese volte
Vincie la natura, e l'uso È maestro, e soprasta a tucti Ir comanda-
menti di maestri, la terza chosa si è aitare l'uso chon opera di ma-
ini, ed aitare lo'ugegno cho rangola*; Unde chato disse.' possa che
tuo sappie la chosa per l'arte, adopera anche lo studio, e sichome
lo studio Aiuta lo 'ngegno, chosi la mano Aiuta l'uso; Unde sena-
cha disse : neuna chosa è miliore e in bactallia, e in ciascuna Arte
)( 3o )(
chome l'opera; e panfilio disse : Io savere di tucte le chose s* ap-
para per uso, e per l'arte, e per l'uso si fae ogna cliosa, e se per
aventura lo studio pertiene A liberale iscìenza de' aitare l'animo
e lo 'ngegno, e la mente, e la memora in quatro modi, cioè con
forti pensieri sopra al quale che studie, e contino' legere, e molte
volte legere una chosa, d' averla piuo volte in memoria, del forte
pensieri disse senacKa ; lo molto pensieri Asotilia lo 'ngegno, e '1
pogo lo tolle via. del continoo legere disse casiodoro: lo 'ngegno
si perde, se no si guarda per istudio, e per opera, e de' continoa-
mente legere elio umiltade , e con pianeza, perciochè si truova
iscripto che'l buono legitore de' essere Umile e riposo da tucte
Rie Rangole, e clie aprende Volontìeri da ogn'uomo; uè no impa-
rare da Rio maestro , ma schifalo , e pensa la cosa inanzi che la
giudichi. Apara né no volere parere troppo savio; adimanda di
volere eser savio, intendi li dicti de savi, e amali, e sempre li abe
denanzi A tuoi occhi , e in tre modi dei Avere humilitade : la pri-
ma si ècheneunachosa dei tenere A vile; per che ciò*iscienza, e al-
tro che si truova iscripto, si è iscripto per Araaestramento di noi
sichome dicie senecha ^ che dicie : non dei dispresciare lo pogo
senno Altrui, la seconda si è, che non ti dei vergognare d'aparare
di ciascuno, secondo dicto del savio, che disse: magiormente vollio
Apparare d' altrui chon vergogna, che dimentichare quello ch'io
soe, mactamente. la terza si è che quando se'tuo savio, non dispre-
sciare tuctì lì altri, e senacha disse : quello che tuo sai insegnalo
a chi ti r adimanda senza Romore, e elio umilitade, e quello che
non sai , senza nasconderlo A dimanda che ti sia insegnato. E ave-
gna eh' io t' abìa dicto che neuna iscrictura , né neuna chosa dei
tenere A vile, non però dei molto istudiare sopra le chose che non
sono bene utili, perciò che male è far lo bene lentamente , e pe-
gio ò A durare , e perdere faticha indarno ; e certo non solamen
te devemo legere , e scrivere , perciò che lo scrivere menima la
forza , lo legere la'ncactiviscie. Adonqua dei cho l'uno, echo l'ai'
tro aitare lo'ngegno, e temperare l'uno cho l'altro, e ricorditi is-
pesse volte de la chosa. disse Martiale che modo da *m parare si è
che quando tuo vedi che tuo non sai, inpara, A ciò che tuo sap-
pie; perciò che 1' esca e'I cibo che altr' e' prende, e tucto'l perde
pogo giova , ma '1 bue po' eh' è pasciuto, ancor vuole Ruraichare
A ciò che li faccia prode: de' A dunque sempre inparare, perciò
che non è Alchuna persona che sappia tucte le chose. E inperciò
che l' uomo È dimenticho; Unde dice la lege che avere in memo-
)( 3i )(
ra tucte le cliose, e non peccare in alchana chosa si pertlene piuo
a divinitade clie A liumanitade. Adonque A ciò che tuo sa pie, e te-
gne melio A mente le cose che tuo inpari dei legere A ore conve-
nevili, e se tuo non farai questo, tuo dimenticherai. Unde disse
senaca: l' uomo che non sae neiente, non dimentica, e de' inpara-
re da tucta gente. Unde si truova iscripto che se tuo vorai Appa-
rare da ogn'uomo, tuo serai piuo Savio d'ogn'uomo; e chosl è da
mastricare, e da rumicare la scienza , E ciò è che ài a fare a ciò
che r abie in prunto e in uso ; Unde piuo suole fare prode un po-
gho di savere , che 1' uomo Abia in pronto e in uso , che sapere
molte chose , e no averle in pronto e in memoria , la qual memo-
ria tu dei Aitare con pensamento, e cho Asoctilia mento d'ingegno,
unde disse tulio che per volere Afaticare la memoria isforzomì dì
ricordare la sera ciò ch'i'òe veduto e dìcto, e facto lo die. istudia
Adonque lo die e la nocte, e fae quello che dicie senaca, che neu-
no die dei posare ozioso, ne negligente, potrai Adonque fare gen-
tile, e aiutare lo 'ngegno tuo con afatiamento, e con solicitudine
E guadagnarti , ed aparechiarti somìtade di beleza e d' onore; e
ciò è che si suol dire che afaticare l' animo fae lo 'ngegno genti-
le, e usare continuamente lo studio fae somitadi di beleze. udite e
intese tucte queste chose diligentemente, RispuoseMelibeo e disse:
Madonna mia chotal prodenza non ò io, ne no ispero d'avere, per
ciò eh' io sono glae proceduto 'ne 1' etade, e sono quasi 'ne la fine
de la mia gioventudine, e 'ne di mìei che sono passati aho sì posto
1' animo a le chose E cure de le rascìonì del mondo, che avegna
eh' io sia molto Ricco , consumando molte boutadi ch'io avea ò
perduto lo tempo mio, E posso dire io piangho 'l danno delle cho-
se, ma più piangho 'l danno del tempo, percioch' altr'e'puote Ri-
guadagnare le chose , ma '1 tempo è perduto, non sì puote mai
B.acquistare , ne non posso istudiare né in prodenza , ne in altre
vertudi , perciò che chi non s'ausa nel bene, e 'ne le vertudì fine
eh' è giovane, non si sae disusare né partire da vitii Riei poi eh' è
vecchio , e poi eh' àe pasato quel tempo. Unde conciò sia chosa
eh' io mi cognosca non ben savio, Adimandoti consiglio sopra que-
sto presente facto, e queste chose. dona prudenzìa rispuose e dis-
se : Avegna che tuo non sie savio pienamente, non percioe se'ma-
cto, e non puote essere che sia macto quelli che s' apella , e che
s' intende macto; perciò che se tuo fossi macto, tucti li altri Aresti
per bestie . e sopra ciò disse Salamone: lo macto là unque elli è,
perciò eh' elli è beetia , luti l' altri àe per bestia . Ancor disse: la
)( 32 )(
via del raato si è diricta , e buona al suo parere veramente ; per-
ciò che 'ne dubi adimande consiglio, e seinbremi magìore mente
savio che raacto . Unde disse perciò inocenzo papa 'ne libro là u*
dispresciòe Io mondo : chi piue sae piuo dubita , e a choiui par
piuo sapere, che sae meno ; unde propria chosa E de V uomo sa-
vio di volere sapere quel che no sae , e non è neuna chosa si vile ,
kìè si legierì , che pienamente si possa sapere , né perfectamente .
Adonqua se tuo non sai pienamente, aprendi da savi, e credi loro,
e chi per se non sae, ne altrui erede, e tucto '1 suo proponimento
cade , e viene a neiente .
Del Coiisillio
Ed imperclò che '1 mìo constilo vuoìi avere, prima vediamo
ehe chosa è 'I Consilio , e da chuì lo dei adimandare, e '1 cui Con-
silio dei ischifare , e in che modo si de' isaminare , e quando si
de' prendere , e quando tenere, e quando mutare , E in che mo-
do . lo Consilio sì è uno intendimento , overo proponimento buo-
no , o rio , lo qual' è dato a li uomini sopra alchuna chosa fare, o
lasciare ,
XI.
Da cui dei Adimandare consillio .
Or vediamo da chui dei A dimandare consiglio; e certo in tre
maniere lo de'Adimandare: primieramente da dio potente ; apres-
so da te niedesmo ; apresso d' altrui , ma dimandarlo da dio de'es-
ser dpvulo * , e savio ; in te medesmo , aveduto; in altrui, male-
scaltrito ; in esaminare lo Consilio , discreto; in ischifarlo, aspro;
in prenderlo , savio ; e ritenerllo , fermo; in mutarllo, hamile .
XII.
Sopra dimandare consillio da Dio .
Che consiglio debie Adimandare da dio dicie sancto iacopo
che dise: se alchuno di voi Abisogna di senno, Adimandilo da dio, lo
quale lo dae Altrui Abondevile raente,e nulla Rinproverane. Adon-
X 33 K
qna lo chonsilio, e ciò che fai in dicto, e in opera Al nome di dio
dei fare . lo simile disse sampaulo'ne la pistola ad colocenses . An-
cliora disse : ogna dato buono , e ogna dono perfecto viene , e di-
scende da cristo, apo M quale non è Alcliuno trasrautamento . ma
diruandare consiglio da dio e' de' essere devoto e savio; A ciò che
tuo Adimandi lo consiglio divotamente AI signore tanto che sìa
Giusto e lionesto,e se ciò farai, senza dubio Arai da dio quello
che li adomanderai. e cristo disse: ciò che domandf^rete Al mio no-
me, e del padre Si vi drae se serae giusto, e se giustamente Adì-
manderae; altramente se 'l malvascio consiglio farai , sopra te me-
desmo Ritorneroe. e gesù seracha disse : quelli cbe fae lo Rio con-
siglio , sopra lui Ritorna, e non cognoscerai là ud'elli verrà, e
se 'ne la terena x\mistade è ordinata tal lege che non preghiamo
de le cbose soze , né le facciamo per pregho, e Adimandiamo dal-
li Amici le cbose honeste, per li amici le facciamo molto magior-
mente chotali cbose , debiamo guardare in dìo ched è verace ami-
cho, e guardia del nostro Animo . e Cato disse : Adimanda quella
chosa eh' è giusta , e onesta ; e macta chosa è adimandare quella
cosa cbe si puote negare per rascione. Unde conciosia chosa che'l
consiglio de l'uomo senza l'aiuto di dio è inutile, e vano, e sen-
r.a quello neuna chasa fere , secondo cbe dio disse : neuna cosa
potete fare , primieramente adìmandiamo chonsiglio da lui, e da
la sua sostanza, e tuto bene ce ne vera •
XIII.
Si come dti Adimandare Consilio da te ,
DA TE MEDESMO'ne la seconda parte dei Adimandare consiglio,
e dentro da te Ricbiedere, e'n ciò de' essere Aveduto, che da te e
da tuoi consilieri Rimuove le tre speciali cbose, che sono chontra-
rie Al Consilio , cioè , l' ira , e dilectamento , e la frecta •
XIV.
Sì come dei ischìfare V ira 'ne consiili,
PRlMlERAmente provedi e guarda no quando se' irato, né da
uomo irato no adimandare consiglio , e ciò per molte Rascioni.
la prima rascione si è per ciò che l'uomo irato sempre crede
)( 34 )(
potere fare pino che non puote, perciò lo suo podere soperchia .
iscrito è: chi crede potere valere piuo che la sua natura non
porla , lo suo podere puote essere meno, la seconda Rascione si
è perciò che T uomo irato non parila altro che peccato secondo
che disse senacha: la lege \ede ruomo irato, ed elli non vede la
lege. la terza Rascione , perciò che l'ira inpediscie l'anima; e
chato disse ; tuo irato non contendere de la chosa che non se' cier-
to . r ira inpediscie 1' animo A ciò che non possa cognioscere
lodricto; linde 'ne consigli e 'ne l'altre chose de' costringere
r animo turbato, e la volontà fare ubidire a la rascione, sì chome
disse tulio : l' ira sìa di cesso da noi , cho la quale neuna chosa
si puote fare dr iota mente, e neuna chosa che li si fae cho al-
chuno turbamento si puote fare ferma mente, e chosl cierto non
àe misericordia l' irato, credere che '1 consiglio eh' altri gli dae,
sia Rio. Unde iscripto è: chi vincie l' ira si vincie un grande ne-
miche; e se de l' ira, e de l' irato piuo pienamente vorrai sapere
legi 'ne libro de la forma de la vita là u' t' insegna ischifare l' a-
mistade de l' uomo irato e furioso.
XV.
Là u' t' insegna ischifare V avarida e'I dilectamento
'ne consilii,
Deì Anchora provedere no l'avaritia e *1 dilectamento in-
tanto t' impedisca te , e tuoi chonsiglieri che la troppa voluttà
non vincha lo senno, e ciò per molte Rascioni. la prima si è per-
ciò che l'avaritia èradicie di tucti i mali, si chome dicie sam-
paulo . la seconda, perciò che '1 dilectamento, e la voluttade
ispegna lo lume de l'animo, e a in se tucti i mali vizi; Unde tulio,
de la vechiezza * disse ; neuna infermità e neuna morte , neuno
pericolo è sì grand-e chome '1 dilectamento del corpo dato A li uo-
mini per natura, e '1 disideroso dilectamento è senza freno Al
mal fare, si chomuoveno sin' i tradimenti del suo paese, e la
sua terra si involane da altrui , si chome i nemici , malvascii
parlamenti e consili fare; e a la profine neuno peccato, neuno
Rio male è, lo quale la lusuria,el dilectamento non ti chostringa
di prendere, ma e l'adolterio e tucti mali per neuno altro pec-
cato excitati sono piuo che per lusuria, conciò sia chosa cbe la
natura, o vero dio non desse al' uomo neuna chosa si contraria,
)( 35 )(
ne Si inemica come lusuria. e chato: qu.nndo lusurla dura a 1' uo-
mo non à in se temperamento , ne non puote Avere in se vertu-
die , per la qual chosa neuna cliosa cliosl ria , ne chosl xnorlale
come lusuria e la voluttà , e seco e vedete che spegna e tolle a
l'uomo tucte le buone vie. e certo lusuria e la voluttà è si for-
temente ria, che no nascie, né pare se no per dolore che'n prima
sente e procede, sì come disse petro alfunso,che disse : neano uomo
si dilecta in bere, se prima no li viene lo dolore de la sete , e neu-
no si dilecta A mangiare, se prima non si duole de la fame, e
così di tucti dilectamenti che vegneno A l'uomo; e sapie che non
è sì picciola voluttà, che non v'abia pericolo. Anch' è usato di
dire: chiunqu'è con dilectamento non puote essere senza vitii.
Per la terza rascione, per consigli, e 'ne 1' altre chose dei ischi-
fare r avaritia, in perciò che di quella nascie peccato, e 'ngen-
nera morte . unde Saiacopo* 'ne la pistola sua disse : ciascuno si
temperi de l' avaritia, e de la voluttà , per ciò chi con quella in-
genera fa peccato, e quando sì mato fosse, ingenera morte, e
certo r avaritia è in tanto Ria, e la voluttà, chea l'animo di cho-
lui che volle, neuna chosa si puote fare tropo tosto, che a lui non
paia avere induscio , e pare tardi A la voluttà . per la quarta ra-
scione devemo ischifare ravaritia,e rimuovere da Consilio, per-
ciochè l'avaratia e la voluttà sono porte de lo 'nferno per le quali
l'uomo vae 'ne la morte, le quali \oluttade e avaritia se l'uo-
mo Altramente non le potesse torre via, e lasciare lo suo chuore
medesmo si vorebe, e si derebbe* in volere, per la quinta Rascione
non solamente 'ne consigli , ma etiamdio in tucti i tuoi facti le
de' ischifare e cessare da te , per ciò che l' avaritia , e la voluttà
non à in mano Alchuna chosa, se non quela che non si conviene,
e pino si disdicie . per la qual chosa disse Seneca: la grande ava-
ritia, e voluttade si è morte, la quale chui ella prende suole far
bisogno , e perciò che non truova fine ma' dimandare , e 1' una
de l'altra nascie . Anchor disse; piuo fort' è quelli, che vìncie
la voluttade, che quelli che si socto raecte lo nemico suo . per
la sexta Rascione la u' devemo in tucti i nostri facti ischifare e
fugire , e chol fuochg, e chol ferro socidere ispetialmente per
fugire infermìtade, e se 'Ila non truova fine ma' dimandare sì
com'è dicto, molto magioremente la de'fugirej iscricto è'nel dida-
schalo d'ugo, nel tictolo,,come si de'legere la divina iscriptura,,
là u't'amaestra de'chostumi, disse: non seguitare, ne volere le
chosG che non anno fine, perciò che la fine non à posa, e non
3
X 36 )(
puote avere ; e là u'non à riposo, non puote avere pacìe ; e là u*
pacie non à, dio non puote essere, ne abitare, e '1 profeta disse
'ne la pacie è fiicto lo suo luogo, e in Syon lo su' abitamento.
XVI.
Chome si dee ischi/are lafrecta.
Or de' sapere e cognosciere che la frecta è contraria e ria *ne
consili , e perciò la de' scliifare e cessare da te 'ne consillii , e
si chome in giudicare lo frecta è ria , unde usato è di dire: quelli
è buono giudicie che tosto intende , e tardi giudica; e scripto è :
quella chosa che lungamente tracterai, e dilibererai abiela per drì-
cta . e ancor si dicie ; chi tosto Consilia chade in amenda, e falla,
adonqua non dei dare, ne ricevere consiglio a frecta, ma con di-
liberamento, e con convenevole dimoro, e 'nduscio; Unde senacha
disse 'ne la forma de la vita onesta: i'neuna cosa devemo avere
frecta , ma tuto denanzi guardare, e chi è savio e a veduto non di-
cie non pensai fare questo, perciò che non dubita, ma aspecta,
non pensa, ma guardasi, e perciò in certe chose lo diliberamento
e 'l convenevile induscio non si de'ischifare, ma tenere; iscricto è:
a diljberare le chose utili lo 'nduscio è buono; e ancLor: ogna 'n-
duscio è altrui in odio, ma fae 1" uomo savio, und'è veduto lo di-
liberamento , e '1 diligente provedimento , e sopra schifare e ri-
muovere quelle chose che sono contrarie al consiglio^ cioè l'ira e
J.' avarizia , e la vo^uttade e la frecta .
xvn.
Come ti dei guardare di no manifestare lo Consilio
se no per grande necessitade,
ANclior dei provedere e guardare che la tua credenza tegne iq
te, ne no de'adimandare di consìglio d'altrui, se per quel consiglio
Ip tuo istato non de' migliorarse ; e gesù seraca disse : A l' ami-
che , ne al nemico non dire, né manifestare secreto, e s' è tuo pec-»
cato no lo scoprire, che t' odierae, ed in luogo di ricoprire lo tuo
peccato farae beffe di te .Ed un altro disse: quello che volli che
sia credenza noi dire Altrui : ed un altro disse : non de' credere ,
pè pensare che uno uomo possa tenere una chosa cielata -, e petro
)( 37 )(
alfunso disse : Io consiglio e '1 secreto tuo tlei tenere ciolato e ser-
rato 'ne la tua prisciono, ma da clie tuo l'ai manifestato tiencti
legato 'ne la sua , perciò disse , chi '1 suo consiglio e '1 suo secreto
tiene nel chuore puote dire che sia signore di se, e a 'legere e pren-
dere lo mellio ; e piuo siclmra chosa e a tacere , che non pregare
altrui che taccia, unde senaca disse : se te medesmo non potresti
costringere di tacere , cliome volli tuo che altr' e' taccia . ma se
tuo credi che'l tuo istato dehia meliorare per lo consìglio Altrui
Alora dilihera , e dentro da te diligentemente provedi a chui tuo
adimande questo Consilio , e a cui tuo manifeste lo tuo secreto . e
senaclia disse : dilibej'a tucte le cose elio l'amicho, ma in prima,
di lui . e petro Alfunso disse per li no provati Amici: provedi una
volta de li nemici , e mille delli Amici , perciò che per aventura
l'amico adiviene nemico, e chosi potrebeti lievemente *danegiare.
XVIII.
Chome non dei mostrare la tua i'olontà ai consillieri .
ANchor dei provedere no sopra '1 consiglio che tuo adimandi ai
consiglieri mostri la tua volontade , perciò che gli uomini sono
tucti quasi piacendieri e usingatori, e guardano la volontà del si-
gnore, e isforzansi di dire quello che credeno , che pino piaccia
Al signore, e magiormente, vedendo la lor volontà, la lodano, che
'1 dispresciano , Ancor che non sia utile; e questa è la rascione per
la qual cosa , li grandi uomini e potenti se per loro non sanno ,
d' altrui neuno buono consiglio possono Avere , ne prendere, de'
quali usingatori pienamente ti ne dirò di socto. Adonque in adi-
mandar Consilio da te prima provedi, a ciò che chosi da te e dai
tuoi consiglieri rimuovi quelle chose che sono contrarie A lo consi-
glio; apresso, che lo tuo consìglio secreto dei tenere in te, e no dir-
lo se per quello non credi meliorare lo tuo istato . Ancor infra te
medesmo dei consiglieri dei diliberare, e propensare che non mo-
stri loro la tua volontà di quello che adimande .
XIX.
Come dei adimandare consiglio d' altrui .
Or da eh' ài adimandato Consilio de te medesmo, e proveduto
)( 38 )(
diligentemente dentro da te, abisogna che alchana volta Adìmandi
consiglio d' altrui, dei sapere da chiù debie adimandare Consilio ,
e in adimandare consiglio d' altrui abìe questo senno che cogno-
sche li buoni Amici da riei. adonqua da tucti li amici e savi e pro-
vati , e (ideili, e specialmente da vechi devemo adimandar con-
siglio , e perciò dissi de li amici; che sì chome disse Salamone: io
cUuore de 1' uomo sì dileta dei buoni confecti , e 1' anima si dile-
cta del consiglio del buon Amico, e neuna cosa è piuodolcie che
avere Amico chol quale posse parlare sì chome cop teco medesmo,
e Salamone disse ; neuna chosa è che s' aguagli ne vaglia tanto ,
quanto 'l fidele Amico , ne non è né ariento , ne oro Al quale si
possa aparegiare; e ancora: l'amico se dimorrae fermo sera uno te-
co i e anchora : lo fidele Amico è forte difenditore, e chi '1 truova
buono guadagna grande tesauro. Ancora si dicie che tal' è l'uomo
senz' amici , qual' è '1 corpo senza 1' anima , e se quelle chose , le
quali sono diete doni d'ayentura, sono celate da li amici, non posi-
sono essere piacevili , e per ciò disse de' savi; perciò cLe '1 savio
porta Arme centra tuti quando pensa, e per lo suo senno Consilia/
gì è che tuo lo credi , non puoi chadere mactamente; eum*pro*
verbio dicie : non del ponte diade chi con senno vae. e senacha
(disse: i savi per le chose aperte pensano le scure, e per le picciolo
le grandi; e de' provati efideli perciò dissi, che i molti sono tenu-
ti savi che sono malitiosi, e tosto consilierebbero altrui male per
la lor malitia ; e per la qual chosa non si de' credere A tuti, m' a
choloro che sono provati e trovati fideli; unde san gio vanni 'ne la
fìstola sua disse : Amici charìssìmi no credete a ogna ispirito, ma
provateli se sono buoni . e san paulo disse; ogna chosa provate, e
quello eh' è meglio tenete , e da ogne ria isperanza vi guardate .
ed uno savio disse : chi tosto crede, à '1 chuore lieve e'meaima, e
la lievezza del chuore , e de 1' animo viene da pogo senno , ed è
una partita di follia, ed un altro Savio disse: no lodare l'amico
fine che noi pruove ; e uno fisolafo disse: guardati dal consiglio
di ebollii da chui tuo 1' adimande , che ti sia fidele , e provato .
E perciò feci menz/one de' vechi, perciò che sì chome disse san-
to globo : 'ne li antichi è '1 savere, e ^nel lungo tempo è la pru-
(lenza. Ancora cassiodoro disse : quelli sono sempre tenuti savi
che sono Amaestrati, e provati savi per la convisationedi molti
huomini ; e' vechi 'ne consigli Aparano senno, unde Marcialle
disse : 1' uso de' panni vechi tosto dispiacie , e si disprescia, ma'l
consiglio de' vechi non è chosi da dispresciare . e tulio de la ve-
)( 39 )(
chieza disse: le grandi cl>ose non si fanno per forza , ne per avac-
ciaraento, ne per frecta del corpo, ma per consiglio ,e per auto-
rità, e per senno, le quali cliose la vecliieza non suole rnenimare,
ma cresciere. Adonqua adimandando consiglio da sopradicti abie
tal guardia, che prima da uno o da pogbi adimandi consiglio , e
Salamone disse : abie molti pacefichi ; consiglieri de mille uno . e
no pure uno consiglio de' fare co' loro, ma piuo . ciò disse Sala-
mone: là u' non à signore lo popolo diruina,e la salute e la pacie
sì è là u'sono li molti consigli ; e se abisogna abie assai consiglie-
ri ; unde Salamone disse 'ne proverbi : li pensieri sono vani, e si
perdono là u' non à consiglio , e là u'sono assai consiglieri so-
pra van/io e si confermano.
XX.
Lo cui consìllio si de' schifare .
VEduto e cognosciuto diligentemente da cbui lo coiisiglìo si
de' adimandare , vediamo lo cbui consiglio sì de' iscbifare. e pri-
ma iscbiferai lo consiglio de' folli, perciò cb'e folli Amano le cliose
folli , e ì loro consìgli traieno a mactia , unde iscripto è : propìa
cbosa E de la mactia d'altrui peccato cognosciere, e del suo no ri-
cordarsi . e Salamone disse : lo cbuore del savio 'ne la sua dricta
parte, e '1 cbuore del non savio 'ne la mancba . unde Altròe disse :
in orecbia de' folli non parlare, perciò cbe disprescierà lo tuo sen-
no; e ancbora : la via del folle sì è dricta al suo parere... *e'l sa-
vio ode i consigli . Ancor : 1' uomo savio, se cbol folle contende, e
s' aira o ride, non troverà riposo .
XXL
Coni'dei ischìfare lo Consilio de li usingatori, e di coloro
che mostrano una cosa, e volliono un' altra,
Simillìante mente devemo iscbifare lo consiglio de li usingato*
ri , e di quelli cbotali uomini non pur 'ne l'aversìtadi, ma 'ne le
seconde cbose; e 'ne le seconde cbose massima mente devemo usa-
re lo consiglio de gli amici, e allora si de'guardare no l'osìngatori
lo sentano, a ciò cbe noi no ci lasciasimo usingare,'ne la qual cbosa
legiera mente* si falla, perciò che noi devemo credere d esere tali
)( 4o X
clie slamo lodati per rascione, e di ciò uascieno molti peccati, qua ff-
do li uomini che si tegnono savi e scioccliamente sono isclicrniti, e
cliageno in grande errore . unde dei sapere che 'ne l'amistà non k
neuno si grande peccatochome le inghanneviliUsinghe,maavegna
che l'usinghe e le lode denanzi siano mortali chose, ma non puote
nuocere Altrui, se no A choloro che le ricevono, che le credono,
e che in quelle si dilectano di loro udire, e sopra ciò disse chato:
se alchuno ti loda Pticorditi che tuo medesimo sic tuo giudicie, e
non credere Altrui di te piuo che a te medesmo . e senacha 'ne
le pistole disse :chonsidera dentro da te, e no credere altrui quel-
lo che tuo sai; magiormente si pertiene A te medesmo di credere
quello che tuo se' , e da savio uomo viene magiormente Volere
piacere a se, che altrui . Adonque 'ne consili, e 'ne l' altre chose
non temere le parole Aspre, ma temi l'usinghevoli parole . disse
Salamene: lo rio uomo che parila usinghe e iughanno è uno laci'a-
ollo de' peccatori . Ancor 1' uomo che dicie parole d'inganno Usin-
ghevili A l'amico suo, rete dispande a'suoì piedi. ed un altro disc:
neuno Aguaito è si nascosto come quello che si fae cho inganno; e
secondo tulio donque è melilo A credere che crudeli nemici ispes-
se volte digano vero, che l'usinghevili Amici una volta. Unde cha-
to disse: Ilicorditi di schifare l'usinghevili e le ingannevili paro»
le . Adonqua non ti de' muovere a le parole Unsinghevili, dolci ,
e hene composte , m' a la verità solamente . e Seneca disse 'ne le
pistole : muoviti Al dricto, e no a le parole composte . Ma lo dicto
di colui che dà opera a la veritade de' essere no composto, e sem-
pricie . E se per Aventura tuo credi essere savio, non perciò dei
credere pure al tuo senno , ma consiglio Adimanderai d'altrui;
perciò disse chasiodoro : quelli Adimanda consiglio d'altrui, e
senno nel qual' è grandissimo savere. Adonque dubitare , e dei
savii consiglio adimandare no è vergogna, ne senza utilità .
XXII.
Come dei ìschi/are lo consiglio di coloro che sonOp.
o già furo nemici y eh' or sono Amici .
ANcor dei ischifare lo consiglio di choloro che già furo nemi-
ci , e possa sono tornati in gratia . e scricto è; neuno uomo chol
nemicho Riede in gratia sichuramente . E isopo disse: non vi fida-
te, ne scoprite li vostri secreti A choloro coi quali siete istati ne-
)f 4" )(
mìci . Anclior disse : ncuna fede dare 'ne i nemici, E loro confor-
tarnento abie per nolente , perciò che V ira , e V odio sempre istà
celata 'nel pecto do' nemici ; e sccliondo clic senecha disse: li\ u*
lungamente e stato lo fuoco non menima 'l caldo, ancor disse:
magiore mente conviene A morire per l'amico, che vivere chol ne-
mico . lo simile disc Salamoile: A 1' anticho nemico non credere
mai, e se contra te s'aumilia no 'i* credere, perciò ch'è presode l'uti-
litade, ma no de l'amistade; vuole Avere quello per volontà o per
inghanno , che non puote prendere per forza . Ancor disse : de-
nanzi Ai tuoi occhi lagrimerà lo nemico, e se vedrà tempo non si
sazerae del tuo sangue. E petro Alfunso disse: non t'acompagna-
re Ai tuoi nemici se puoi avere Altri compagni, per che'l bene che
farai obrieranno, e '1 male terranno A memoria •
XXIII.
Come dei ischi/are lo consiglio di coloro che per
paiiraj o per amore fanno riverenza ,
ÀNchor dei ìschifare lo consiglio di choloro che per paura , e
nò per amore ti mostrano d' amare , e no perciò sono Amici, ma
mortali nemici , e neuna chosa è melio a difendere e ritenere le
richeze, che essere Amato j E neuna chosa è pino istrania che es-
sere temuto; e li uomini chiaramente chui temeno, sì odiano, E la
chosa che l'uomoà in odio Adimanda che perisca . Adonque non
de'credere potere Avere buon Amico, né buono consilieri per pau-
ra ne per foraa ; e sì chome uno fisolafo disse : neuno è fidato ami-
co a cholui chui teme . E marcialle disse : 1' amore volle le chose
pari, E eguali, E l'odio le contrarie . E no solamente l'amistà e 1
buono consiglio per paura non s' accata, né si ritiene , ma etian-
dio lo'mperio per paura si perde . E tulio disse: neuna forza d'im-
pero è tanta, che, da che la paura constringe, possa essere lunta-
na* e perciò molti uomini de' temere quelli che da molti è temu-
to; unde senecha disse: neuno puote esere grande sicuramente,
XXIV.
Come dei ischifare lo Consilio de li uomini ehri ,
ANcora dei ischifare lo Consilio di coloro , che sono ebri , per-
)( 4^ )(
ciò che '1 secreto consiglio non possono celare . e Salamone disse:
nc'uno secreto là u' regna la ebrità .
XXV.
Come dei ischìfare Consilio di coloro che consìlliano
secretamente in cosa, e palesemente vuole altra,
ANcora dei ischifare, e avere sospecto lo consiglio di choloro
che secretamente consiliano una cliosa , e palesemente mostrano
di volere un' altra . A ciò disse chasiodoro: elli è specie di tradi-
mento dire secretamente una chosa , e palesemente mostra' * di
volere altro .
XXVI.
Come dei ischifare lo consiglio de V uomo rio,
Slmilliante mente dei ischifare, e avere sospecto lo Consilio de
l'uomo rio; e scricto è : lo rio nomo da seneuno buono Consilio dae.
XXVII.
Come dei ischìjare lo Consilio de' giovani,
ANcora dei ischìfare lo consiglio de giovani , o almeno dubi-
tarlo , perciò eh' e giovani non anno senno maturo , e amano le
chose giovani, e non si puote avere con loro successoìunìano, che
troppo tosto prendeno la matureza . per la quale chosa disse Sa-
lamone : guai a la terra là unde lo fancello è signore, o i co' * prin-
cipi mangiano da matina . E marzialle ti disse : messer melibeo
confideti tao* 'ne i consili de' giovani ? e puoi aspectare a avere
dannagio sine a tanto che se' senza Consilio .
XXVIII.
Come dei esaminare lo consillio generale,
DEvemo vedere chome '1 Consilio si de' esaminare • e certo in
esaminarllo Consilio dei essere sì distrectoche guarde lo'ncomin-
)( 43 )(
ciamrnlo e '1 mczo , e la 6ne , e quelle cose che siano utili ina*
r esaniinamento del consiglio , e provedi diligente mente quello
che fae bisogno A ciò . inperciò'ne 1 esaniinamento del consiglio,
prima che sia, da te , e da i tuoi consilieri quelle cliose rimuovi
eh' è dicto di sopra, e che sono contrarie Al consiglio, cioè l'ira,
la voluttà, r avaritia, e la frecta, e possa ritorna A lo comincia-
mcnto del facto, perciò che di ciaschuna cosa lo principio è gran-
dissima parte ; etiandio 'ne i contracti io 'nprincipio di ciascuno
contraete si de' guardare del principio, secondo chella legedicie:
li principi de le cose si deno guardare e vedere, e scricto è : con-
trasta, e antivedi Al principio, A ciò eh' e malli* non crescano, e
inperciò tucti li mali Assempri sono nati da i buoni principii, se-
condo che disc salustio : in tucti li beni troverai dopi mali . E ge-
sù seraca disse ; per ciò dei ma gior mente temere 'ne i principii
per li doppi mali, che in tucte le chose sono; ma se 'ne buoni
principi àe periccoilo*perlidopi mali, molto magiormente Ae pe-
ricolo, e dubio'ne le chose eh' ano mal principio, e sono mal pro-
vedute, inpercioché non ponno venire a buon fine le cose ch'ano
avuto mal principio, secondo che dicono li dicretali; per la qua-
le cosa il principio e la fine considerare dei . e panfilio disse : lo
savere guarda avere insieme lo principio e la fine di tucte le co-
se , àe in se tucto onore e disnore , e vede lo principio e la fine de
la parola, a ciò che possa mei 'parlare quello ch'àe propensato . e
senecha disse: piuo lieve cos' è a constringere l' incominciamenti
de' vitii , che soferire lo loro furore, e perciò li 'ncorainciaraenti
sono i' nostra signorìa, e la vertude giudica di quello che aviene.
Adonque saviamente , e con grande discrectione si de*Asaminare
lo Consilio; e propria chosa è del savio uomo isarainaro lo Consi-
lio; e dell' altre chose, secondo che disse tulio: sì considerate que-
ste chose, cioè che in ciascuna cosa sie dricto e chiaro e qual sia
la rasciiine di ciascuna cosa , e com' ciò sia vero; per ciò debiarao
guardare che la verità sempre deverao onorare , la qual cosa fae
li uomini prossimi a dio, concio sia chosa che idio siae verità sì
come e' medesmo dicie : io sono via , verità , e vita ; perciò disse
tulio: chiara e pura de' essere la verità, senza neuno falso, per la
qual cosa disse chassiodoro : buono è '1 vero, se in quello non si
mischia lo contrario, e dio disse: lo diavolo è busc/ardo e 'l suo
padre; E salamone disse: magioremente devemo Amare 1' uomo
eh' è ladro , che quello eh' è busciardo . Ancor de' vedere 'nel con-
siglio che t' è proposto, se quello consiglio consenta a la rascionjBi
)( 44 }(
o no. Ancor deVedcre cLi consente A. questo Consilio, e chi contra-
ci iciu, A ciò clic per quello co^uoscie se'l facto e '1 Consilio tuo puoìe
avere compimento, o no. Ancor dei guardare e provedere se la tuii
voiontade e 'l consiglio Risponde Al tuo podere o no, e in tucle io»
predecte cliose provedi che la tua volontà consenta a la lascione,
e al podere . sopra la terza parola che disse tulio : fedel consiglio
seguite, bene o m;ile,o odio, o paura, o amore, rascione o torto,
pacieo guerra, danno od otilitade, ealtre molte chose che dire si
potrehero, Avegna che no chomodamente; 'ne le quali tucte chose
lo bene si de' prendere , e '1 contrario lasciare . Sopra la quarta
parola là u' tulio disse: e qaal sia lachascione di ciascuna chosa di-
ligente mente provedi, esamina la chascione delle chose, e solici-
tamente le ricercha, e quando troverai Io principio pensa de la fi-
ne ; del quale principio e fine asai ti ne dissi di sopra . Adonque
richiedi chascione soficente e buona e principale, e prosima, e ri-
mota, e a ciò che lo Consilio bene isamini, e tuoi facti saviamente
faccie, guardia a quel che dei*, e puote Avenire, aranimo tuo tucto
proponi , e non pur a quello che de' venire, ma a quello eh' è pas-
sato dei intendere ; perciò disse senaca de la forma de la vita one-
sta, che disse : se 1' animo tuo è savio dispensasi e disortisciesi in
tre parti , in ordinare le cose presenti , in provedere le cose che
deno e possono Avenire, e ricordarsi de le cose passate; perciò, che*
di neuna chosa passata si ricorda perde la vita ; chi no pensa di
quello che puote avenire in tucte le cose , è mal proveduto , Or
proponi 'ne l' animo tuo le cose che ti possono avenire , le buo-
ne , elle* contrarie , A ciò che quelle posse comportare .
^ XXIX.
Quando 'l Consilio si de' prendere , e aprovare.
Poi eh' a verno veduto chome 'l Consilio si de' esaminare, ve-
diamo chome si de'prendere, e quando è a aprovare, e certo pren-
derete Aprovare sì de'lo Consilio e quando sera esamìnato,e trova-
to buono e utile; e avegna che '1 consiglio ti paia buono non perciò
inmantenente '1 dei prendere, ma diligente mente guardare chome
si puote compierei e perciò disse tulio: chi viene a fare una cho-
sa guardisi che non chonsideri che quella chosa solamente sia one-
sta , ma ancor disse : chonsiderare s' àe lo podere di compierlla .
Ma in tucti li facti j Anzi che l'inprende, diligente apparechiamenta
)( 45 )(
de'avere. Adonque clionsidera non troppo prende; e proverbial-
nienle si dicie „ chi troppo abraccia , poi^lio istringie ,, e perciò
dei inchuminciare tai cliose ch'elle posse condure A fine, sicliome
disse senacha , clie disse: non adiriiandiamo chose che siano ma-
ijiori di te; adinianda quello che si possa trovare ,e si d'altre co-
se, e non ti ponere a più alta cosa di te/ne la quale incontenente
si debia tremare, e chadere ; e chi vuole volare Anzi che mecta
penne, diade in tera, e tucto si digiungie; e se per aventura so-
lamente a la bontà , e a Tutilità, e a l' onore guardasi , e no a la
potenza tua, tosto t' averrebe ciò eh' è dicto di sopra; e chi piao
crede potere, che la sua natura porti , lo suo podere puote esse*
meno ; e se '1 Consilio sera dubio , o al dicto , o al facto che porte-
gna , sempr' è da tacere , o no farllo , o alegere piuo tosto lo no
clie 'l sì . perciò disse petro Alfunso : se temi di dire , taci ; e al
savio magiormente sì cliome si conviene tacere per se , che par-
lare contra se , perciò che neuno in tacendo, e molti in parlando
A verno veduti Riprendere, e le parole sono simili a le saecte, lie-
vemente si dicieno , e gravemente si stornano e s' amendano , e poi
che la parola è dieta, non si puote mai Rivocare; per la qual chosa
'ne dubi è melilo A tacere che a dire, si chome 'ne facti dubi è
melilo A no farli, che a farli , si chome disse tulio , che disse: ben
fae chi vieta di fare quella chosa che dubita, o dricto, o falso che
sia , per ciò che'l dricto lucie per se medesmo, e'I falso pare si-
gnificamento d'ingiura . ed un altro disse : se alchuna chosa da-
bite, né la fare . A la per fine in tucte le predicte chose sì per te,
e per Altrui sie savio, che st^mpre prende lo bene, la verità, l'ulti-
lità, la rascionc; la giustizia; e lo contrario lasci ,
XXX.
Quando, e in che modo lo Consilio si de' ritenere •
VEduto E cognosciuto quando, e in che modo lo Consilio si de-
bia prendere, vediamo quando, e in che modo si debia Ritenere ;
€ cierto lo consiglio si de' ritenere quando per legipiinia prova
appara utile e buono, sì chome disopra disse sampaulo : provate
tucte le chose , e tenete lo melio ; e anchora con grande fermeza
si de' ritenere, perciò disc chato : sie fermo e umile sì chorae '1
facto Richiede: e, 'l savio muta costumi quand' abisogna senza
peccato . Adonque fermamente servemi* lo consiglio, e non volu-
bile mente .
)( 46 )(
XXXI.
Quando 7 consillio , e la cosa promessa
si puotc e si de^ mutare ,
Or devemo vedere quando '1 Consilio , e '1 promesso si puote,
e si de'mutare. e certo lo Consilio, si puote mutare per molte Ra-
scioni. puotesi mutare quando nuova chascione sopraviene , e qui l
eh' è di nuovo Consilio si chome dicie la lege. Ancor si dicie: noti
è macta chosa mutar Consilio con cascione; e senacha disse : se 'l
nemico tuo odirà lo tuo Consilio, Rimuta lo proponimento di quel-
lo, puotesi Ancor mutare lo Consilio se per errore, o per altra cha-
scione fosse preso Rio e inutile, la qual chosa ispesse volte A vie-
ne ; ma sì chome dicie senacha , cose sono che non paieno huone ,
e sono , ma secondo eh' è alchuna volta che l'amico mostra trista
faccia, e T usingatore Alegra. Ovidio disse: li malvasci veleni si
chelano socto '1 dolcie mele, e 'n tucti li beni troverai doppi ma-
li , si chome di sopra dissi . Ancor si de' mutare lo Consilio s' eli
è sozo, o per soza chascione dato, ma Ve se* per le predicte cha-
scioni eziandio se la promessione fosse facta cho effecto non ter-
rebe , perciò che per quella rascione serebe neiente , o drebesi
contra lei exceptione,e generalmente sapiamo ch'e sothi * istipula-
ment' e' non sono di neuno valore, secondo che dicie la legie . An-
cor si de' mutare lo Consilio se pertiene a peccato, eperciochè ge-
neralmente è usato di dire: neuno Consilio è contrario ; e che ti
dissi de la sotha promessione, no essere da servare, intendi de la
promessione, che non puote essere da servare; Ancora overo di
quella che comodamente non si puote oservare , overo di quella
che magiormente nuoce a cholui a chui è promessa , overo di
quella eh' è inutile e contraria a cholui a cui è facta ; e per ciò
disse tulio : non sono da servare le promessioni che sono inutili A
choloro chui sono facte ; und' è iscrito di sopra : lo savio non men-
te , quando '1 suo proponimento Rimuta in melio .
Or serva e tieni per reghole generale quello che per li savi è
usato dì dire : lo consiglio che non si puote mutare è rio .
Or cognosciute le predicte cose diligentemente, Messer raeli-
beo Ripuose, e disse ; fin 'a qui, Madonna mia, convenevile mente
m' ài dei consili insegnato in genere : vorrei che discendendo a
specie , Consilio sopra questo facto presente a me dato meco in sie-
me esaminasi, si che veduta 1' utilitade prendiamo quello che '1
)( 47 )(
meglio è . E donna prudentLa Rispuose : signore mìo, io ti prego
eli e se io avesse dicto o dicesse troppo che ti dispiacesse , che
m' il perdoni , perciò che io lo dico per otilità e per onore di te ,
credendo che humile mente l'udirai, e chi chastìga e insegna l'uo-
mo, magioremente troverà i' lui gratia, che chi per usinghe lo 'n-
ganna . Adonque sapie che '1 Consilio, lo qual di' che ti fue dato,
non fue Consilio, salva la pace tua , ma fue uno Aringamento e uno
parlamento non proveduto e non discreto, e i* molti chapitoli
crando Ai pre' mal consiglio .
XXXII.
De V errore del Consilio .
PRimiera mente errasti nel congregamento del Consilio , e per-
ciò che prima deve' raunare poghi per cascione d' avere lo Consi-
lio , e possa se fosse istato bisogno , Asai ; e quando incontenente
del principio chiamasti la moltitudine gridatrice . 'ne la seconda
parte errasti cuando* deve' Raunare li buoni Amici e i savi, e quel-
li eh' ave' trovati e provati, e fideli, e specialmente li vechi tuo',
elio predicti Raunasti tucti li tuoi E chonti*, e i mali giovani e ma-
li e lusinghieri, e coloro che ti facciano Reverenza piuo per paura
che per Amore, la qual cosa non deve' fare . 'ne la terza parte er-
rasti perciò che con ira, con volontà {con voluttà) e avaritia, con
frecta Adimandasti Consilio no rimovendo le diete tre chose, che
sono contrarie Al Consilio . 'ne la quarta parte errasti perciò che
mostrasti la tua volontà Ai consiglieri di volere fare la vendecta
in mantenente, per la qual chosa li consilierì seguitando piuo tosto
la tua volontà che l' utilitate, consiliarti de la vendecta fare . 'ne
la quinta parte errasti perciò che fosti contento a uno solo Consi-
lio, conciò sia cosa è eh' a si grande fato [facto) vollia piuo d'uno
Consilio . 'ne la sexta parte errasti perciò che no isamenasti lo Con-
silio . 'ne la settima parte errasti perciò che, facto '1 partito, non
seguitasti la volontà e '1 Consilio de'buoni Amici, ma magiormen-
te quella de la moltitudine de folli . Adonque se tuo guarderai a la
moltitudine, e no Al senno gzà non potrai avere buono Consilio ,
perciò che tutta volta troverai piuo folli che savi , e i folli diceno
folle , e a quelle dispognono lo loro intendimento, de savi si truo-
vano poghi , per la qual cosa 'ne partiti che s' usano di fare 'ne
consiii , sempre perdono, e sempre vi si prende lo pigiore. Mess.
)( 48 )(
melibeo Rispaose: bene sono confesso eh' i' òe errato, e da che mi
dicesti di sopra ch'io posso mutare lo Consilio convenevilc niente,
A-vegna che serebe melilo che dal principio non fosse preso, sono
apparechiato di mutarlo a la tua volontà, perciò eh' eli è homana
cosa a peccare, e diaula chosa a perseverare 'nel peccato. Alora
donna prodentha Rispuose: quello ch'è facto, per neuna Rascione
si puote dire che non sia ff\cto, ma quel eh' è facto e' si puote esa-
minare, lasciando V errore , e prendendo l' utilitade .
XXXIII.
Come dei isaminare lo Consilio specialmente ,
E Perciò isaminiamo quello Consilio, e elio la forza di dio Al-
chuna utilitade ne prenderemo, a ciò che lo isaminamento si pos-
sa fare drictamente, inchuminciando dal chapo ogne cosa isami-
niamo; el Consilio de medici fue buono e dricto , e a loro uficio si
pertiene A tuti gzovarej e a neuno nuocere, e a lora*Arte fare so-
licita mente, e anchora savia mente sono portati; meritali grande
mente A ciò che solicita mente, e tosto guarischano la tua filliuola.
e avegna che siano tuoi Amici, non perciò di meno si deno Rimu-
nerare, e là u'senteno guadagno, quine magiore mente anno fede .
or volilo udire chome intendi la paraula dubiosa che dissero : lo
contrario si chura per contrario, melibeo Rispuose: intendo che '1
contrario che mi fecero li miei nemici si possa curare per l'altro
contrario eh' i' voi' fare loro . e prodenza Rispuose: lievemente
puote r uomo credere chi vuole lo suo animo metere in quello
che volle ; ma io non ti intendo chosl quella parola; perciò che '1
male non è contrario Al male, ma è simile; ma intendo ch'el ma-
le è contrario al bene, e la pacie a la guerra, e asai Assempri so-
pra ciò si potrebe dire , e chosì secondo quello eh' è dicto contra
la discordia si potrebe ponere la guerra, e contra la guerra la pa-
cie ; e sichome disse Sampaulo , che disse : non ti lasciar vincere
Al male, ma vinci lui in bene. Ancor disse : seguitiamo le cose
che sono di pacie. Ancor disse : non rendere male per male, pro-
vedete lo bene non pur denanzi da dio , ma deLanzi Alli uomini,
se fare si puote que' che é di voi, e con'tucti Abiate pacie . Or ve-
rniamo A lo 'saminaraento del chonsilio de' savi giudici, e de' ve-
chi, li quali uno medesmo Consilio di te dero* dicendo, che la tua
persona V altre cose guardi, e la tua casa diligentemente fornisci,
)( 49 )(
Allegando clie in colali cose non si volea procedere con frecta, ma
con diligente dilibennncnfo. e certo con ciò sia cosa clic questo
coiisilio sia driclo per le cascioni che vi sono asegnate, secondo lo
mio Albitrio in poghe cose vuole esaminamento.
XXXIV.
Come dei a^^ere guardia de la persona quando sediti guerra.
E CIÒ che dissero de la guardia de la tua persona, ben si puote
dire, e de' sapere, che chi guerr' àe, in molte maniere la convie-
ne guardare, adonque primieramente de' adomandare da dio guar-
dia divotamente, senza l'aiuto del quale neuna cbosa si puote
guardare second'el profeta clie disse : se dio non guarderà la cita-
de, indarno fae chi la guarda; e la guardia di te cbometila 'nei fide-
li Amici echiirissimi. e cbato dise: se a te fae mistieri Aiuto adi-
mandalo da' fideli Amici, e neuno è millìore medico eh' el fidele
Amico, e guardati da tucti li strani, di loro sempre dubitando. A
ciò disse petro Afunso: non prendere via, ne compagnia cho al-
cuno, se prima noi congnosci. Ancora ti dei guardare di non ave-
re A vile li tuoi nemici , perciò che '1 savio uomo teme in tucte le
chose , e massimamente i nemici, e Salamone disse: beato l' uomo
che sempre teme, e chi è di dura mente diverrà in malie . Adon-
que de'temere tucti li aguaiti . Acciò disse senacha; che* di tucti li
aguaiti dubita, in neuno decade. Ancor sempre temendo lo savio
ischi fa lo male, e avegna che ti paia essere bene sicuro, non per-
ciò di meno li dei guardare, o non solamente ti dei guardare de'
piccioli, ma da grandi; unde iscritto è: lo nemico, Avegna che sìa
umile, senno è a temerllo: e di ciò disse Ovidio de amore: la pic-
ciola vipera uccìde col morso lo toro , e spesse volte lo picciolo
cane tiene lo porcho . e panfilio disse : la picciola cosa Alcuna vol-
ta muove la grande cbosa, e de la picciola favilla nascie grande
fuoco . e avegna che tuo debie chosì temere, non perciò dei esse-
re troppo pauroso de'pericholi, e quelli che non sono vede"*. An-
cor disse: chi sempre teme, sempre à pene; e calo disse: a pau-
rosi, e a sospetti la morte è utile. Ancor ti dei guardare dal vele-
no, e da la dimesticheza di ciascuno Rio uomo; e scriclo è: cho lo
schernitore e rio non avere dimesticheza, e '1 suo parlare fugi cho-
me Veleno, e la sua compagnia si t' e uno laciuolo : similemente
sopra quello che ti consiliaro li savi, del fornimento de la tua ca-
)( 5o )(
sa, volio intendere da te cliome intendi quella parola. Mess. Me-
libeo Rispuose: credo che dissero ch'i' dovesse fornire la mia cha-
sa di gran torri; e di gran difici A- ciò eh' e miei nemici temessero.
XXXV.
Sopra le torri .
Dona prodenza Rispuose: lo fornimento de le tori de' gran
difici se pertiene a soperbia, 'ngenera odio , e paura sì c^e i liami-
ci * per paura diverrano nemici, e tucti i mali ne nascieno. Vnde
Salamene disse: chi la sua chasa fae alta, chiede le ruina; e chi
schifa di parare* diverrà a male , e fanosi con gran fatica, e con
grande ispesa ; poi che sono facte non valieno neiente senza l'aiu-
to de' savi e dei fideli Amici, de la quale soperbia gesù seraca disse:
XXXVI.
De la soptrbia .
Lo principio de la soperbia de l'uomo è di partisi *da dio, per-
ciò che da cholui ch'el fecie si parte lo chuor di colui, e la soper-
bia si è principio del peccato. Anchor diss': è da odiare denanzi da
dio e li uomini la soperbia, e la malvascia iniquitade , e la casa
eh' è troppo Plica, per la soperbia diviene A neinte. e salamone dis-
se: là u' è la soperbia, quine la nequità, e là u' è l'umilitade,
quin'è '1 senno, e la groria; e g^obo disse: se la soperbia iscende-
rà fin' al cielo, e '1 suo capo tocherà i nuveli, A fine si perderà, e
diverrae com'el ghiiicio. Adonque con ciò sia cosa che la soperbia
sia così ria, e di lei nascieno tanti Mali gz'a le tori non sono da fa-
re, se no quando li altri fornimenti venissero meno, o non bastas-
sero, e Mess. Melibeo dise: chome poso io Altramente fornire la
mia chasa ? e donna Prodenza Rispuose e disse :
XXXVII.
Del fornimento .
Fornimento è molti modi : è uno fornimento lo quale pertiene
A diletione e amore, e quel'è buono del quale disse tulio: Um buo-
)( 5i )(
no foruimento è l'amore de vicini , e l'altro fornimento si è la ver-
Inde, die conforta l'anima e corpo, e sono Ancora Altri fornimen-
ti li quali pertegneno a difendi mento, sì chome sono mura e fos-
si . Sono Altri , sichomc saete , e balestra, altr' arme, clioi quali
la tua cliasa e "l tuo corpo , il qual' è casa de l' anima , puoi for-
nire mellio che con torri; la quale cliosa li savi e veclii 'ne la fi-
ne consiliaro dicendo : in questo facto non si volle frccta , ma di-
ligente mente provedimento. e ciò fue ben dicto e saviamente .
e tulio disse : in tucti i tuoi facti Anzi clie i faccio , abie diligente
aparecbiamento . adonqua in vendeta , in guerra, Anzi clie inclio-
minci, de' fare diligente Aparecbiamento , se fare si puote senza
danno. Ancor disse, cbe solicito apparecbiamento di bactallia
fae tostana vectoria . e cbasiodoro disse clie 1' aparrecliiamento è
buono , quand' è facto cbou lunghi pensieri ; perciò cbelle cliose
che si fanno disubito sono dubitose , e alor vede l'uomo cb' à
nuli facto, quando cognioscie lo dampno , cbe puote avenire ; e
quello è buono apparecchiamento di fare bactallia, che si fae 'nel
tempo de la pacie; e quando è l' asio e buono apparechiare. mel-
lio che quando 'l bisogno é venuto . ora esaminiamolo Consilio
ispecial mente A ciò cbe dì' clie i tuoi vicini , cbe piue per paura,
che per amore t' amavano, ti dissero, e quelli eli' erano facti A-
inici , e solano essere nemici ; e quel de lusinghieri , e quello de
giovani , che ti consiliaro che devessi fare vendecta incontenente,
e che isforzatamente incliuminciasi guerra; in questi consilieri,
secondo che ti dissi di sopra , molto errasti , perciò che nolli de-
ve'cliia mare al tuo Consilio in neuna maniera , e se bene ti ricor-
de, in questo chotale Consilio esaminato di sopra nel capitolo//
quale Consilio è da schifare^ nel sequente capitolo a quello cbe
dicie cjual Consilio si de' ritenere . ma perciò che iv' e non è di-
cto se no in genere , dicendiamo A specie, e vediamo, secondo che
dicie tulio, che dì bontade,edi veritade abia in questo Consilio,
e che ci à di dricto, e cbe chose se ne sieguita, e che di questa
vendecta nascie, e qual fue la chascione, per che la 'ngiura ti fue
facta , e perchè dio ti lascioe fare questa ingìura . e certo , de la
pura veritade di questa ingiura , e brìgha non si conviene molto
pensare , perciò che tuo sai bene chi fuoro choloro, e quanti che
ti fecero questa ingiura, e chome, e quando, e che ingiura ti fe-
dero . vediamo adonque cbe è convenevile, e quanti e quali sono
quelli, che consenteno a la tuo* volontà, e chi a quellaje' nemi-
ci tuoi . e certo con teco consenteno coloro , eh' io ti dissi di so-
4
)( 52 X
pra, e molti Altri tuoi vicini, chonoscenti e parenti , e quelli che
ti chonsiliaro clie incontenente facessi la vendecta . ma vediamo
chi tu se', e quanti e quali sono quelli che tu di' che sono tuoi
nemici, tu de' sapere questo che avenga che tuo sie grand' uomo,
e ricco, e potente, tu se' solo, che tuo non ài filiuoli maschi, né
fratelli, né parenti carnali, per la paura delle quali chose li tuoi
nemici si guardassero di volerti offendere e distrugerti la perso-
na , e quando la persona é distructa hen sai chelle Ricc^eze si
perdenq , e non valeno neiente , ma i nemici tuoi sono trie , ed ano
molti filiuoli , e carnali parenti , e altre chose che loro sono biso-
gno, de quali istuo n'ucidessi per vendecta due o trie Rimarebo*
ren de li altri, che tosto ti toerebero la vita ; e sopra li altri Ami-
ci tuoi de' sapere che avegna che siano molti pino che quelli de'
tuoi nemici, né sono chotali, perc/ò che loro Amici sono parenti,
e ricchi , e presso ; ma i tuoi sono da la lunga , e non sono di sì
grande podere, sì che conpensando choloro che sieguitano loro ,
assai è mellio la loro condizione che la tua . Ancho vediamo so-
pra questa parola convenevile , se 1 consillio che tuo pilliasti di
fare vendecta, s' elli é convenevile a la rascione, o nò . e certo
non è convenevile Rascione, che neuno per dricto faccia vendecta
se non è giudicie, A ciò per rascione sia conceduto a tali che sono
con temperanza di no' incolpato difendimento, secondo che dicie
la legie .
ANcho vegniamo sopra questa parola convenevile, se la volon-
tade , e lo Consilio si convegna chol podere , overo no . la potenza
è diet' a molti modi , und' è decto 'l podere quello che si paote
fare agievile mente, e questo si chiama podere chon agevileza.e
UH altro podere, che si chiama podere di drictura, del quale sì
dicie che noi non potemo , né non ci é licito di fare quelle chose
che guastano la pietade, e la gentilezza nostra, né generalmente
neuna chosa , che sia contra buoni costumi , e questo si pruova
per la lege ; del quale podere disse sancto marcho nel vagnelo suo,
di cristo: e' non potea fare qui ne molte vertudi . e l' apostolo 'ne
la pistola sua Ai corinzi, quasi 'ne la fine, disse; noi non potemo
neiente contra la veritade , ma per la veritade . e ancho è un al-
tro podere di podestà , sì chome disse dio 'ne la sua passione a
sampiero: non credi tuo eh' io possa pregare lo padre mio, e dra-
nii pino che dodici ischiere d' angeli . e un altro podere eh' è po-
dere di possihilitade ; e dio disse di questo A moise nel exodo:
non potete vedere la facia Mia, perciò che no mi vedrà 1' uomo.
)( 53 )(
e viverrae* . un altro podere, eh' è podere di bontade, e di prò-
deza ; e di questo disse dio 'nel vagneìo di sancto matlieo ; non po-
tete bere lo calicie ch'io beroe; e un altro podere, eh' è podere
di grazia , la quale si dicie 'ne libro del savere in persona de la
sapienza : i'ò saputo, eh' io non posso esere contenente , cioè eba-
sto, se no elio' V aiuto di dio. Ancora disse dio nel vagnelo: neu-
na persona puote venire A me , s'el padre mio noi passa. Anco
si pone 'ne la lege un altro podere che si puote dire devere, e so-
pra questa parola podere si possono dire questi versi : podestà e
natura dà podere A le cose , Rascione, e uBcio e '1 divino volere;
e se tuo guarderai tucte le significazioni di questa parola podere,
la potenza e '1 podere tuo si confa' con la volontà e '1 Consilio , sì
che per tua A torità o potenza tuo posse fare vendecta, se tuo non
sforzassi lo podere tuo , tanto che tuo n' aresti danno , la quale
cosa tuo non dei fare , perciò che si truova iscricto , cbe quelli
che si crede piuo potere che non puote, soperchia 'l suo podere,
e puote men di se medesmo . Ancora la lege non costringe neuno
ultra suo podere, e non credo essere Rio cholui che aopera tucto
'1 suo podere. Andonque non dei fare vendecta passando '1 tuo
podere . perciò che quelli che vuole fare vendecta , e combactere
cho un altro de' 'l fare con guardia di se di sse, e chon dano del
suo nemico. Unde scricto è, che non combacte bene quelli che
per volontà à di vincere si gnuda de l'arme. Ancho disse : se tuo
dìstendì'l bracio, non ti si scuopra lo lato; unde tucti periscono
insieme choloro , che mactamente, e gravemente conbacteno, e
altramente ogn' uomo potreste ucidere e inperadore . Und'è di
qui el volgale, che chi vuole morire, lo reie* puote uccidere ; e,
mal vendica sua onta chi , vendecta facendo ^ la pegiora . e al'nl-
tirao ti dico che sopra questa parola convenevile tre cose inten-
derai : in prima chi consente Al tuo proponimento, e chi '1 con-
tradicie; e poi se '1 tuo proponimento si confa' con la rascione, e
se ti conviene con la potenza tua o no. e questo ti basti sopra que-
sta parola convenevile . e rimane a vedere 1' esaminainento di que-
sta parola che si seguita , e brevemente mine sbrigro, e dico che
"n fare vendecta si siegaita un altra vendecta, e pericolo, e guer-
ra , e altri danni senza modo . e sopra la quarta parola eh' io ti
dissi, che devee guardare unde nascieno tucte le cose, dicoti che
la 'mgiura*, che ti fue facta naque de l'odio dei tuoi nemici , e
d'una vendecta nascìe mischia . e de la mischia nascie odio e guer-
ra , e de la guerra, tradimento e consumaraento de la persona ,-
e bactallie, e innoraerevili mali ne nascono.
)( 54 )(
XXXVllI.
Sopra la rasc'iotie .
Ogì mai vediaaio la spositione sopra questa parola, qual sia la
cascione de le cose , e dico che la rascione perchè la'ngjura ti fue
facta fue in due modi: l' una fue remota e luntana, l'altra fue
proximana . la rimota fue dio; eh' è chascione dio che fae tncte
le cascioni , per la quale si fano tucte le cose , e senza lui non si
puote fare neuna chosa, secondo che dicie'nel vagnelo ,• e la cas-
cione proximana fue quelli tre tuoi nemici, che commisero quel
malificio ; e la cascione nccidentale fue Todio ch'elinoavàno con
te, e i facti ch'erano passati denanthi; e la cascione materiale ftie
le piaghe e le fedite eh' ebe la filiuola tua; e la cascione formale
fue la forma , e '1 modo di quello malificio , e fue in questo mo*
do che intraro salliendo per iscale , e per le finestre; e la cascio-
ne finale fue che volsero uccidere la filiuola tua , no rimase da lo-
ro che no la uccidessero . ma la cascione finale Remota, cioè A che
fine noi ne debiamo venire , noi potemo Anco sapere , se no per
credenza e per presenzione , o potemo credere e presumere, che
né verrano a fine, che secondo ch'io ti dissi di sopra: a pena che
vegnano a buona fine le chose ch'anno mal principio; eh' altressi
no potemo sapere, perchè dio ti lascia fare questa ingmra, se no
per credenza , perciò che secondo che stolta cosa, e peccato è a
gmdicare de le scerete cose del cuore d' un altro , si come dicie
sancto Agostino , e sampnulo 'ne la prima pistola A corinzi, cosi
'ne facti di dio neuno puote , ne dee giudicare, mA per credenza
di ciò eli' al mondo non si fae neuna chosa senza cascione, ne non
si rege '1 mondo per Avenimentì *, secondo che disse chasiodoro,
e perciò credo che dio giusta cascione ti lasciò adovenire questo
facto, e dico che secondo ch'io credo la chascione fue, che no te-
mendo né onorando dio , né li uomini del mondo non volesti vi^-
vere; e convientissi dricta mente '1 nome tuo, cioè melibeo; com-
ponesi questo nome da mele e beo, cioè melebeo, per ciò che be-
vendo lo mele e le dolceze dì questo mondo se' ineobriato , si che
ài abandonato dio creatore e factore di te, e confidandoti de le
tue molte riccheze se' isvaliato 'ne la gioventudine tua , e tucte
quante cose li tuoi oclii ano disiderate, no 1' ài loro negate, e ài
dimenticata la scrictura che dicie: non bere mele senza fele : e
ancho uvidio che dicie c^e '1 malvascio veleno è nascoso socio '1
)( 55 )(
mele eh' è dolcie, e anco '1 clicto di Salamone che disse: trovasti
'1 mele? mangiane tanto che ti basti , ne quando tuo ne se' sazio
tuo no '1 rivoinichi . e imperciò dio volgendo la sua fticcia centra
te lascioti divenire queste cose, voUiendoti ponire de' peccati
eh' ài facti, e del bene che dovee fare, e non ài facto lasciandoti
sopra stare a tre tuoi nemici, e contristare la tua anima, cioè de
la carne , de'l mondo, e dal dialo , che sono tre tuoi nemici, e di
tucta l'umana generatìone , li quali nemici tuoi ài lasciati intra-
re per le finestre del tuo corpo , cioè per la bocca , per le nari ,
per li ochi , e per l'orecchie, li quali tre nemici intrando per le
diete tre finestre yVno fedito 'ne l'anima tua di v. fedite, cioè di
quelle cinque che nascono de cinque sensi del corpo , cioè del ve-
dere, de l'udire, de l'olorare, del chostare,e del toccare. Adonque
a questa similianza forsi che indegnato chontra te e'iascioe la fi-
linola tua fedire da trie tuoi nemici intranti cho le scale per le
finestre , in cinque parti del corpo , cioè nel naso , 'ne la bocca,
*ne li ochi , 'ne l'orechie e 'ne le mani, A ciò che tuo ti ricordassi
di cristo che ricevete Y. fedite 'nel suo corpo, e a ciò che ricom-
perasse te, e la lua filinola, e tucta l'umana generatione dacho-
tali tre nemici , e chotali piaghe .
XXXIX.
De le cinque voloiitadi di dio .
Rlspuose Mess. melibeo e disse: avegna che l'altre chose, che
tuo ài diete siano vero, e verisimile, non perciò credo che la vo-
lontà di dio fosse che si devessero chomectere chotali malifixi ;
Anzi piacie a dio, e sua volontà è che li uomini facciano bene, e
non facciano chotali mali, secondo che quasi tucte le scripture di
dio diceno, e donna Prudenza Piispuose , e disse: in cinque modi
è la volontà di dio : lo primo comanda ; lo secondo vieta ,• lo ter-
zo permete; lo quarto Consilia; lo quinto compie; e ciò è che dicie
questo verso: „ Comanda e vieta dio, lascia, e Consilia, e com-
pie. Comanda, quando dicie: Ama dio signore tuo con tucta l'ani-
ma tua , el prossimo tuo Ama secondo che te raedesmo; E alora
la volontà di dio comanda; ma quando vieta che no si facia Alcu-
na chosa, chome quando disse : non commectere avolterio, non fu-
rare, non disiderare le chose del tuo vicino; quand'elli lascia, cioè
negando, e toUendo la sua gratia Ad alchuno peccatore e rio no-
)( 56 )(
mo , e concedeli di peccare , e eh' ei sia ponilo da li altri pecca-
tori . e così lasciò dio fare in te . Consilia dio, quando dicie: vae ,
e vendi tucte le cose che tuo ài , e dalli a' poveri istuo vuoli es-
sere perlecto . Anchor compie dio, quando compie, e fue quello che
li piace , e puote fare e compiere tucte le cose . e Mess. meliheo
Rispuose, e disse : sempre mi pare che tuo con parole piane e soa-
vi volie eh' io non faccia vendeta , mostrandomi li pericoli , che
me possono Avenire. Ma certo neuno farebe mai vendeta, se o-
gn' uomo guardasse a quello che 'nde puote intervenire , e chosl
neuno inalilicio si ponivehe, la qual chosa non de'essere; perciò
che molti beni provegneno de la vendecta 5 perciò che i malfa-
ctori s' uccideno, e li altri si spaventano, sì che già mai non si ìn-
vezano di fare cbotali cbose ; e secondo che a molti minaccia chi
fae ingiuria A uno, e chosì molti fae guardare de malificii, e ispe-
gna molti mali chi potentemente fae vendecta de' malfactori.
XL.
De V oflcio del giudice 'ne la vendecta *
Rispuose donna Prudenza : le cose che tuo ài decte son vero ,
e ano luogho 'ne giudici che anno signoria, e lecenza di punire li
malfactori, ed ispaventare li riei uomini; unde dice casiodoro che
alora si fano li mali con paura, econ dubio, quando si crede che
dispiacciano Ai giudici; e anco ti dico pino, che secondo che cia-
scuno uomo facendo vendecta per se, farebe peccato, chosl 'l giu-
dice quando lascia di non fare una vendecta non è senza peccato,
perciò non, de'lo gmdice perdonare Ai malfactori; perciò che di-
cie sennca che chi perdona a riei fae male A buoni; e un altro Sa-
vio disc : el giudice che teme di fare vendecta fa molti malvasci.
Ancora lo giudice che non castiga cholui che falli, chomanda che
li altri fallano, e un altro disse, the lo sfacciamento sicuro cre-
scie per lo fallo che si perdona . Adonque '1 giudicie de' fare ve-
decta poniendo li uomini in avere, e in persona, e che '1 giudicie
possa ponire in persona dicie sampaulo 'ne la pistola a romani ,
quando dicie , che 'i giudicie non porta la spada senza cascione,
ma per vendecta de malifici co' laide de buoni; e perciò li buoni
deno Anzi Amare lo giudice , che temere; unde dice sampaulo
eh' e' principi non sono buoni per paura, ma riei, e la rascione
non teme la signoria. fa'bene,e sera' 'nde* lodato; e' riei denotami-
X 57 )(
re lo gmdice . e ancKo disse : istu fai male abie paura . Anch' è
scricto eh' e buoni non vuoleno peccare per Amore de la verlu-
de, e' riei per paura de la pena . Adonque '1 giudice de', e puo-
te ponire li riei uomini in avere , e impersona , e non debono so-
ferire che la signoria sia tenuta ad vile secondo che la lege dice.
Anco disse tulio che non è contra natura a spoliare 1' uomo dei
suoi beni , s' elli è onesta cosa a ucciderlo . e casiodoro disse :
che se lo 'mperio è uno pogo tenuto A vile , in ciaschuna parte
si conrrompe . Adonque istuo diligente mente intenderai queste
cose , e quelle eh' io iscrissi 'ne libro de la forma de la vita 'nel
capitolo, ehome si de' fare la vendecta, tuo intenderai, e aperta-
mente cognoscerai , che fare vendecta si pertiene a solo dio , o a
giudice secolare , ma non a te, ne a un altro sini^ulare uomo . a-
donque se tuo vuoli fare vendecta Ricorrine al giudice che 'nd'
abia giuridizione e licenza, lo quale co l'aiuto de la rascione de-
bitamente puuirà li nemici tuoi , e non tarderà , e or scranno puni-
ti in persona e in avere, e scranno abominati , e così perdi ndo
grandi quantitadi de le loro RiccAethe, infamati e mendichi vi-
verranno con vitopero e con disrìore. e alora Rispuose melibeo e
disse: cotal vendecta mi dispiace , perciò che cureranno pogho
de loro abominamento, e de la perdita de l'avere, ma io soffe-
rendo la 'ngmra che m' è facta , e a la mia fìliuola , non potrei
naai vivere senza disnore e senza vitoperio ,
XLI.
De la ventura.
ADonqua non volliendo la vendecta del g^udicie , volio pro-
vare la vendecta , e voliomi raectere A ventura di fare questa
vendecta, perciò che la ventura fine A ora m'àe conceduto mol-
to bene , e aitatomi in molte cose , e chosì cho la grazia di dio
m' atrae* di questa vendecta. Allora donna prodenza Rispuose, e
disse: quanto per Io mio Consilio tuo non farai vendecta , né non
ti mecterai a questa ventura , e ciò è permolte rascioni . la pri-
ma si è, sì chome dicie sena ca 'ne le pistole, che disse : mal si fae
quella chosa , che si fae a speranza de la ventura, la seconda Ra-
scione : per ciò che la ventura è di vetro , e chome '1 vetro, che
quand' e' Risprende si s' ispezza . la terza Rascione è perciò che
tuo sopra stresti a la natura , e abandonerestilla ; unde disse se-
)( 58 )(
naca , che quando 1' uomo si fida 'ne la ventura abandona la na-
tura . la quarta Rascione, perciò che la ventura è secondo eh' è'I
medico non savio, clie uccide molti uomini . la quinta Rascione
è perciò, che la ventura ma' 'iuta*, ma disaiuta cholui che si fida
di lei ; unde iscricto e che la ventura neuno prende se no chi di
lei si fida . Andonqua e non ti fidare 'ne la ventura in neuno mo-
do , perciò eli' ella non è ìstabile , ne ferma ; e scritto è: neuna
cosa può essere istabile in questo mondo, e quello medesmo dis-
se senaca: che disse : ne vita, ne ventura è perpetua A li uomini.
Adonque conciò sia cosa che la ventura sia trascorrente, e non
si possa tenere 'ne la vita , erri , e se' ingannato se tuo credi che
la ventura sempre ti dia prosperila, e ti notrichi perciò che fine
a ora t'ahia nodrito ; vogi puoi* credere tucto il contrario, perciò
che se la ventura fine a ora t'àe facto molto bene, e àti consenti-
to , àti facto istolto , secondo che si truo-va Iscricto: elio' *la ven-
tura fae istolto cholui A chui el:i tropo dà baldanza e prosperità,
adonqua non ti de' fidare 'ne la stoltcza che t'àe data la ventura,
perciò che la stolteza Radi volte, o neuna fae otilitade. dei Adon-
que essere savio, e vincere la ventura con vertndie, secondo che
dicie sennclia, che '1 savio uomo vincie la ventura cho le vertude;
e non credere che la ventura ti possa aitare, perciò che disse sena-
cha , che errano choloro, che credeno che la ventura non dia Al-
cuno bene , o Alcuno male , e questa intendo di quella che volgal-
miente si chiama ventura . unde dicie Boezo nel secondo libro del
consolamento , che la ventura non è neiente , se no secondo lo
pensieri del popolatho. e chato disse: conciosia cosa che tuo sie
sempice, e non sapie fare le cose a rascione , non dire la ventura
cieclia, la quale non è; e desi cosi intendere; la quale non è
cieca , la quale non è clie nulla,- e se tuo credessi che dio fosse
ventura drictamente crederesti, eperciò che puote torre via lo
male, e dare lo bene, adonque se la vendecta del giudicie ti spiace,
e al postucto Ai volontà di fare vendecta , Ricorri al somo e vero
giudicie, che no lascia neuna ingiura A vendicare, ei ti vendicarrae
grande mente ; unde e' medesmo disc; A me la vendecta, e io la
venclìcheroe . e anco l'apostol' e' disse 'ne la pistola Ai coloeensi :
quelli che farà ingìura Altrui riceverà quello che malvascia
mente arae fato; und' eL profeta dicie: mecti '1 tuo pensieri in
dio, elli ti notricherà, e non drà ira mai al gmsto. Messer Meli-
beo R.ispuose, e disse: sofferendo questa iagiura io non farò ven-
decta, invierò li nemici miei , e li altri uomini A farmi nuova
)( 59 )(
ingiura , perciò che si traeva iscripto , che sofferendo 1' anticha
inij/ura inviasi la nuova, e così mine serano tancte facte, ch'io noi le
potrò solVeriro ; e scrictoèche sofferendo molte cose, viene quel-
lo che non si puote sofferre , e cotale sofftrimento è Rio. donqua
la vendecta è buona, donna Prodenza Rispuose e disse; le due
Autoritadi die tuo ài decto Anno luogo 'ne giudici piuo avacio
che 'ne li altri uomini, eniperciò che s' e giudici non vendicano
li raalitìci non solamente inviano novella ingmra, ma etiamdio
chomandano che di nuovo si pechi> e se molti malifìci si sofferis-
sero , senza dubio Averebtro tai cose che no si potrebero soffe-
rire, perciò che i Ricchi uomini farebero tanto male che non si
potrebe patire, e cosi sei eber cacciati da li ufici cotai signori ;
e' giudici debono magioreraente cercare e solicitu mente in vendi-
care li inalifici, e i malfactori , che sofferire essere dispresciati
e tenuti a vile, o essere con vitopero cacciati de i' nficio; e po-
gniamo che le predecte autoritadi Avesero luogho 'ne li altri uo-
mini, non perciò serebe Ptio lo soferire in questo caso chorae tu
di', perciò che tu ài Ben veduto di sopra che la tua volontà di fa-
re vendecta non si conviene A la rascione , e non si confà col po-
dere tuo; unde la Rascìone vieta di fare vendecta co' intervallo,
e quello c^e non è con Rascione non puote molto bastare, e scri-
ctoè: chi vuole vincere tucto'l mondo socto pognasi A la rascio-
ne ; convenevile cosa è eh' elli vegna meno in tucti i facti, e la tua
potenza non è da contare, ne d'agualliare A quella de tuoi ne^
mici, secondo che noi vedemo di sopra, Anz' è molto minore, si
che non puoi fare vendecta senza pericolo e distrugimento de la
tua persona ; e perciò non credo che '1 sofferire sia rio chome
tao dicesto , Anz' è tropo buono in questo caso .
XLII.
De la tendone,
UNde scricto è che contendere e litigare con suo magiore si
è furioso, e molto pericoloso ; e contendere col pari , dubitoso ;
e chol minore è vergogna, e perciò è utile di fugire le tencioni ;
chi non puote contastare ai potenti, procuri solicitamente di fari-
li A piacere; e non solamente contendere, e '1 contastare al poten-
te è pericoloso, ma etiamdio puro* airirsi co'lui è pericoloso: e ciò
è che disse senaca che chi s'aira chol potente si è adimandare
){ 6o )(
pericolo, e per ciò se'l piuo potente farà ingior' a Alclauno, pia
sicura co^ è a colui che riceve la'ngiura a ssofiferirlla, che d*ai-
rarsi co'lui; e ciò pare che 'ntendea cato quando disse : quando a
te è facto incresci mento sotìera la ventura e 'i potente , perciò
che quelli che ti puote fare male, ti potrae Alcuna volta fare be-
ne; donqua se '1 potente ti danegerà, e airerasi con tcco no richor-
rere a vendecta, ma a sofferenza.
XLIII.
De la sofferenza.
Ed è la sofferenza iguale sofferimento de l'animo de le'ng^u-
re chelli sono facte, o la sofferenza è vertude, che benigna mente
comportali subiti Avenimenti de le 'ngzure e de le aversitadi ,
overo così : la sofferenza e' teme dio de le 'ng^'ure secondo che si
contiene 'ne la doctrina de'filosofi; adonque la sofferenza à celate
Ricc^eze, e quelli c/i' è sofferente fa se raedesmo bene aventuro-
so, e forte, e la forteza è remedio di dio a ciascuno dolore; e cer-
to alquanti sono che diceno che la sofferenza Vale piuo che tucte
r altre Vertudi, e ciò è che dicie questo Verso : neuna vertude
vale tanto, quanto la sofferenza,- e ancho: la vertude è vedova se
la sofferenza no la ferma, e cato disse: la sofferenza è de le: raa-
giore vertude che siano infra chostumi; e Socrate disse: la soffe-
renza è porto de le miserie . e 'ne l'ultimo, sappi che non è bene
savio quelli cbe non puote bene sofferire; e ciò è die dicie Sala-
mone cliel Savere de l'uomo si cognoscie per la sua sofferenza ,
e la sua groria è la via 'ne la quale puote Andare ; e quelli cli'è
sofferente chovernase di molto savere, e quelli che non è soffe-
rente Acrescie la sua follia; e l'uomo niquitoso comete le mi-
schie, e'I sofferente le spegna, e sapie che, secondo che la soffe-
renza è buona, chosl la non sofferenza è ria , e quelli che non è
sofferente sofferà danno, e chi non è sofferente non puote essere
piacente, e questo viene da fina conoscientha , e per lo no soffe-
rire comete tal volta l'uomo de le cose che non dee; la qual cosa
è da incolpare in mactia, secondo che dicie la regola de la ra-
scione , che falso è d' infraraectersi de le cose che nolli per-
tegnono . linde dicie Salamene: mellio è 1' uomo sofferente,
che l'uomo forte , e quei che signoregia A l'animo suo si è vin-
citore , e la perfccta sofferenza Aopera secondo che dicie sa-
)( 6i )(
Iacopo Apostolo 'ne la pistola 'nel principio : o frati miei , pen-
sate ogna allegreza quando voi chadrete in diverse tenlationi, sap-
piendo cli'el provamento de la vostra fede adopera sofferenza, e la
sofferenza à grande uopo a ciò che voi siate intact'e interi, e non
menimate in alchuna cosa . Mess. Melibeo Rispuose e disse : Ave-
gna che l'avversari miei siano potenti piuo di me di persone , io
sono piuo potente di loro d'avere . e certo e' son poveri Apo me,
e conciò sia cosa che le riccheze , e la pecunia sia regimento di
tncte le cose, elio l'avere eh' i'ò; potrò Avere agievile mente gran-
de moltitudine d'uomini, e così li potrò soprastare in avere e'n
persona, e regliarlli A povertà, e a mendicare, e a la mor'te,.
XLIV.
De la poi>ertà , e de le riccheze»
Rispuose donna prudenza : inperciò che pare che tuo ti con-
fidi molto 'ne le RìccAeze, e disprescie troppo la povertà, no dire
Alcuna cosa de la povertà, e de la richeza per la quale tuo fugi
e schifi la distructione de le richethe, e cesi da te la povertade
che fa mendichità, e bisogno . e ben' è vero, secondo che tu di-
cesti, che la pecunia è regimento di tucte le cose, cioè che si re-
gano e si convertano per lei, quanto che in se la pecuna e le ric-
cheze tenporali son buone perciò che ogna criatura di dio è buo-
na, secondo che '1 corpo non puote vivere senza l'anima, cosi non
puote durare senza le riccheze temporali, perciò ch'el mangiare,
e '1 vestire sono si bisognosi al corpo che senza Ricchezze tenpo-
rali non potè lungamente durare la vita, nè'l corpo, per le grandi
Riccheze fano li uomini li gram parentadi , e aquistano gvfinde
onore. TJnde dice panfilio che la fiUiuola d'ano bifolcho s' ella
sera bene Ricca potrassi iscelere uno uomo infra mille . Anco si
dicie che le riccheze grorificano, e fano gentile cholui che non à
punto di gentileza, e la povertà Rabassa la casa ch'è bene alta di
gentileza. Anco per le riccheze temporali Aquista l'uomo si gran
potenza che i Re, e principi e quasi tucta gente '1 seguita, e '1 te-
me; e sapie che'l secondo per le riccheze temporali sine seguita-
no le predicte cose, e molte altre può, cosi quand'elle sono per-
dute ne coriarao in necessitade e in mendicanza , e convienci so-
stenere ogne male.
)( 62 )(
XLV.
De la necessitade.
Epercìò clie la necessitade è madre di tucti i peccati , unde
dicie cbasiodoro , che se si tolle via la necessitade , eh' è madre
de' peccati, si si tolle la volontade del peccare , e la necessitade
non ama cose temperate . e petro Alfunso disse: etiamdio l'uomo
ch'è onesto per la grande necessitade è costrecto di lagrunare* e
d'adimandare Aiuto Ai suoi Nemici, la quale cosa è molto grave,
e ciò è che mi disse : una de le piuo gravi cose di questo secolo è
a l'uomo libero, ch'ei sia costrecto Adimandare per necessitade
al nemico suo Aiuto, la quale cosa è molta gravissima; e in tanto
è pessima la necessitade ch'eia costringe V uomo di provare tu-
cte le cose, e fallo essere busciardo, e senza lege, e conducelo a
tucte follie ; unde la lege e'I proverbio dice: la necessitade non
à lege; e senaca disse che la necessitade fae l'uomo mendace , e
àe da lui ciò che li domanda, e conforta l'uomo di provare tucte
le cose. E casiodoro disse: giustamente devemo fu gire la necessi-
tade, la quale ti conforta a peccare. Esalamone disse: V. cose sono
quelle che domano lo popolo, cioè la libertade e la licenza , el
pianto, e la fame, e la bactallia e'I pogho senno, e sola la necessi-
tade conduce, e costringe l'uomo a tucte le cose, e ancor dicie un
savio, che melli'è A morire che essere i' necisitade , e 'l bisogno
conduce l'uomo A mendicitade, de la qual disse inocenzio 'ne li-
bro là u'disprescia Jo mondo:
XLVI.
De le mendichitadi .
O Misera conditione di mendichitadi , che se tu adimande sì
muori di vergogna; e se no Adimande, si ti consume di poverta-
de , ma se' costrecta per necessitade d'andare mendicando ,• laun-
de ìsdegna , e mormora e rimansi di pregare, per la quale cosa
disse Salamone 'ne proverbi : o dolcie dio no mi dare mendichi-
tade , né riccAetha. A donque le riccheze temporali per le quali
seguitiamotantibeni, e schifiamo tanti mali, sono buone s'elle so-
no possedute da buoni uomini : e a rispetto de' mali, uomini che
possegono quelle Riccheze, no st)no tenute buone , per ciò che
)( 63 )(
neuna cliosa è buona A l'uomo se elli non è buono , Avegna che
per loro niedesmo siano buone, ma a mali uomini sono diete Rie,
perciò che danno loro cascione , e podere di mal fare , e perciò
disse Seneca : le ricc^eze sono casc/one de' mali , no perchè 'le
facciano alcuna cosa, ma confortano, e riscaldano coloro che voU
liono tare male . Unde disse uno tìsolafo: la pecuna è tormento
A r avaro , e a largo moderato si è onore , ed al traditore si è
micidio . Adonque usa le riccheze , e ritienti da quelle modera-
ta mente , e savia mente secondo vertude ; e perciò disse tulio :
grande vertud' è d'ausare le cose , che noi guadagniamo, o farle
temperatamente, e savia mente . E Ovidio : vertud' é d'astenersi
da quelle cose che ti piacciano . Adonque in guadagnare Avere ,
e in usarllo dei avere con teco tre cose, cioè dio , e choscienza ,
e buona fama, e almeno le due , cioè dio , e la conscienza, e di
ciò piuo pienamente troverai 'ne libro de 1' amore di dio . Or' ài
veduto sopra le riccheze e la povertade, e la necessitade , e la
ventura , ma io no ti consillio, che tuo ti confidi troppo *ne le
l'iccAeze, né che tuo le consumi in fare guerra.
XLVII.
Dei mali de la guerra .
Ererciò neuna RiccAeza per lo mio g/udicio è assai a le spe-
se che la guerra Richiede . Unde disse uno filosafo: neuno uomo
che sia in guerra puote essere assai Ricco , e quantunche 1' uo-
mo sia ricco e' conviene, se lungamente dimora in guera, che per-
da o la guerra , o le riccheze, e per aventura V uno, e V altro , e
la persona ,• e s' elli è pavero* per neuno modo puote sostenere la
guerra , e s' elli è molto Ricco , molto magiormente lo conviene
espendere, e secondo che V uomo che pecca, quanto elli è magio-
re, cotanto à magiore peccato, secondo che disse Marzalie, e co-
si l'uomo eh' è in guerra, quant'elli è magiore , tanto li convie-
ne di fare magiori ispese . e marcìalle disse : quanto 1' uomo è
pmo alto, piuo chade magiore percusso, e non solamente si per-
deno le riccheze per la guerra , ma l' amore di dio e '1 paradiso,
e la vita presente, e li amici ; e molti altri pericoli .
)( 64 )(
XLVIII.
Vedi le cascìonì per le quali dei ischi/art bactallia .
Or nota e vedi la rascione , perchè dei ischifare la bactallia,
e la guerra , e quanto tuo puoi dei ischifare ; e ancor la bactallia
che si fae per casclone de la guerra molto magiore mente si de'
ischifare per molte Piascioni . per la prima rascione , perciò die
le bactallie dispiacceno A dio ; unde lo profeta disse : distrugi la
gente che vuole bactallia ; per la seconda rascione , perciò che
non sola mente li uomini perssingolo, ma tucto '1 popolo è usato
di domare, secondo Salamone che disse : V. sono le cose che do-
mano lo popolo, cioè la libertade, e '1 pianto, e la fame , e la ba-
ctallia etc. per la terza rascione , perciò chella bactallia si de'
troppo temere : unde scricto è : beata quella cittade che 'ne la
pace teme troppo la bactaglia . e non solamente si de' temere la
bactallia , ma di ricordare; e scricto è : se tuo ame pace non fare
menz/one di bactallia. per la quarta rascione, per ciò che diver-
so e dubitoso è lo caso de la bactallia , né per moltitudine d'uo-
mini , né per altra rasc/one, che vedere si possa né toccare, ne
potemo esser certi . unde g/uda Machabeo disse : non per molti-
tudine d' uomini si vince la batalia^ma da cielo viene la vertu-
de, e lieve cosa è a dio campare li poghi da molti , e sopra molti
dare vectoria hX poghi . E davi' disse a filistèo lo quale uccise con
la pietra de la fonda : e ciò sappia la chiesa che quella vectoria
non è 'ne la forza terena , ma la bactaglia è sua. per la quinta
rascione perchè la bactaglia è da ischifare per ciò ched è
di troppo pericolo , e i savi molto lo deno fugire ; E tulio disse,
che fugire lo devemo , né farla altrui senza casc/one, perciò in
ischifarla dei usare lo Consilio de medici, per la sexta Rasctone
devemo ischifare la bactallia perciò che di quella s'aspecta mor-
te, e non è certo in quale luogo la morte t' aspectì, ma tuo in
ogna luogo la puoi aspectare, e dei, e specialmente in bactaglia, e
perciò sono senza fine le rasczoni, per le quali la bactalia e la guer-
ra devemo ischifare, le quali non sipotrebero lievemente pensa-
re , né dire . Alora disse Melibeo : avegna che tuo m' abie Ben-
date molte Rasczonì per le quali io debo ischifare la guerra , e
la bactalia, ma lo tuo Consilio, lo quale io molto disidero, in sa
questo facto , non mi ài Ancora mostrato .
)( es )(
XLIX.
Or seppie come la guerra si vince per la pace
e per la concordia,
PRodenza Rìspuose e disse; lo mio si è, che tuo per pacevin-
cbe, e per acordia la discordia, e la guerra ; e pe rciò si truova
iscricto; la u' àe concordia e pace si àe vetoria, e alegreza, e così
arai g/oia , e diti mali fugendo le tue cose crescerano , e molti-
pricherano; E Salarnone dise'ne proverbi: chi s'atiene al Consilio
de la pace sieguiterà 'ne li beni . e Seneca disse 'ne le pistole :
le picciole cose crescono per la concordia, e le grandi menimano
per la discordia, e melibeo Rispuose: come mi posso Ra pagare co
miei nemici perciò che incuminciaro discordia , e no m'adoman-
daron pace. A. ora madonna prudenza Rispuoss: s'è tuoi aversa-
rii credessero che tuo volessi pace, con grandissima umiltade te
la domanderebero . i' òe udito dire che del peccato, e de la follia
loro forte sì dolliono, e si penteno, e i tuoi comandamenti in tu-
cte cose volieno ubidire ; per la quale cosa credo sia piuo sicuro
a oscire di guerra, e di pericolo con questo onore , che slare a
dubio di perdere l'anima, e'I corpo, e l'avere. Ancora ti dico piuo,
che s'è tuo' Aversarii non t' adomandassero, non perciò di meno
la dei tuo adi mandare loro, unde iscricto è : e sempre s'incomin-
ci discordia d'altrui, e da te pace; e'I profeta comandò la concor-
dia e la pace, non solamente l'aspectare c^e ti sia Adoraandata ,
ma richiedela. Anco disse: dicessati dal male, e fa' bene: Richiedi
la pace, e sieguitala. e l'apostolo disse 'ne la pistola A romani: non
rendete male per male, ma provedete i beni non solamente davanti
a dio, ma davanti A le genti, se fare si puote quello ch'è di voi abien-
do pace contucti li uomini. Adonque Richiedi, e abie pace, e metti
in oblìanza le 'ng/'ure; e Seneca disse: noi devemo obliare le'ngm-
re, e ricordarci de'servisci, perciò che l' ubriaza è rimedio de le
'ng^'ure. Unde gesù seraca disse: non ti dei Ricordare de le 'ngm-
re del p»'oximo, né operare alcuna cosa 'ne l'opera de la 'ngzura.
e Mess. melibeo Rispuose e disse : io non posso obliare la 'ngm-
ra, ma vorrei che tuo mi dicessi se 'n alcuuo caso è licito altrui
di fare guerra e di combactere . Prodenza Rispuose: li uomini
sono tucti tenuti sempre di fare guerra , e di combactere contra
peccati, e scricto è: non sera uomo coronato se nocombacte legì-
timamente, e per cotale bactallia tucti li combactitori accadano
)( 66 )(
vita eterna e corona dì pcrpetoale Victoria ; ma con tucti li uo-
mini dei avere pace.unde iscrlcto è: abie pacie con tucti li uo-
mini, e co pecliati guerra . e allor Ms. melibeo Rispuose: io non
parlo de la bactailia contra peccati, mn parilo de la bactallia
centra coloro die comectono li mallfici .
L.
Nota le casc'ìoni per le quali liei tainent e possiamo conbactere,
PRodenza Pùspuose : Vili, sono le cascioni per le quali licita-
mente possiamo combactere : per conservare lo fede , e non cor»
romperlla . per mantenere giustizia . per avere pacie . per con-
servare libertà . per iscbifare sozura . per contastare a la forza .
per fare guardia del suo corpo, per necessaria cascione . de le
quali singulariamente Vegiamo . e certo per la fede devemo Ri^
cevere bactallia e combactere; e sì come la fede de' essere nossa
iscudo soct' al quale tucti ci copriamo, e tucte le vertudi , e per
1' aiuto di quello iscudo devemo conbactere, de la quale bactallia
disse l'apostolo 'ne la pistola ad efesios Apresso a la fine : pren-
dete lo scudo de la fede, 'nel quale possiate vincere le bactallie
del maivascio , e cosi per la fede devemo conbactere, e magiore-
mente devemo sostenere morte, cbe abaudonare la fede catliolica'*'
sì come fece giuda macabeo, e moises, e david, e carilo* e li altri
conbactitorijCmolti sancti ricevendo morte per la fede conbactie-
ro. Simile mente devemo conbactere per la giustitia fino a la morte,
unde gesù seraca disse : fine a la morte conbacti per la giustitia ,
e dio iscaccerà li tuo' nemici . per la pace devemo combactere .
disse tulio : da ricevere sono lo Jìactallie per casc/one cbe senza
ingmra viva in pace. Ancor disse: prendiamo la bactallia in tale
modo die neun' altra cosa paia che s' adomandi cbe pacie. E per
conservare libertà ; per discacciare indebita servitude devemo
combactere fine a la morte . unde tulio disse .* quando 'l tempo^
e la necessitade Ricliiede, devemo conbactere , e accambiare la
morte a la servitudine, e a la sozura; e Seneca disse : bella cosa
è di contastare a la servitudine s' ella si fae sì come non dei :
de la servitudine die non si de' fare perciò dissi, cbe se altri
debitamente è servo non dei* curare, perciò disse sampaulo'ne la
pistola A corinzi : c/ascuno in quell'oficio in cb' eli è cliiamato,
in quello dimori ; e se tuo se' cbiamato servo non tine ebalia . e
X 67 ){
sainpiero disse : voi servi istate solo posti in tucta paura Ai sigiio-
ri , e non solamente Ai buoni , m' a coloro che non sarano tucli
buoni . E per ischifare la sozura devemo combactercj e la morte
le si dei Antiporre, sì com' è dicto di sopra . E per contastare a
la forza devemo comba etere > si chome dicie la lege, e la dicre-
tale che dice; la lege ha tucte rascìoni de lasciare discacciare
la forza per forza. E io intendo la forza non solamente quando
li uomini sono fediti, ma quando Altr* e' non adomanda a rasc/o-
ne , e denanzi al gmdice quello chi* crede c/^' altri li debia j si
come dice la lege. e per la difensione del tuo corpo devemo com-
bactere. E la lege dice: quello che Tuomo fae a difensione del suo
corpo pare che dricta mente faccia , e per ciò la naturale rascfone
consente e hiscia difendere incontr' al pericolo. E in tanto si con-
sente la defensione, che anzi tempo ti posse difendere, perciò che
mellio è Al principio difendersi, che a la finevendicarsi; E intan-
to si consente la difensione, che se altra mente non puoi ischifare
lo pericolo , e uccidi uno uomo , per la lege e per la rascione
no ne dei essere punito; e tulio disse : cosi è in colpa chi non con-
tasta a la ingiura se comodamente puote, come quelli eh' aban-
dona li parenti , e li amici , e la defensione del suo corpo . incon-
tenente dei fare, e temperatamente che se altr'e' ti vuole fedire
con coltello , tuo innanzi che ti fiegha, puoi fedire lui con coUtello
a difensione, e no a vendecta. E per necessaria cascione devemo
combactere; cioè quando la bactalia èdicta, e dinontiata ; e per-
ciò disse tulio : intendere si puote che neuna baclallia è gmsta
se no per forza , o per cose Adomandate si facesse, e cato disse :
combacti per lo tuo paese . e quello che dicto è de la bactallia
fare, intendi che a luogho in ciascuno uomo, che non è religioso;
ma li perfecti religiosi che anno vera devotione non deno muo-
vere Arme . dit' è da dio ; A me la vendecta, e io la renderò; e
se alcuno ti drae una mascellata 'ne la guancia porgili V altra; e
se alcuno ti torrà la gonella, dalli la guarnaccia; e perciò cotali
Bilegiosi non deno combactere co' le mani, ma deno magiore-
raente patire la morte, che fare peccato mortale, e allora Rispuo-
se raelibeo, e disse : due volte àe* udito da te che per avere pace
uomo de' combactere co la mano, per la quale cosa voliÒcoi pre-
dicti miei nemici conbactere, e cosi potrò avere pace possa co'lo-
ro. e Prudenza, quasi airoso Animo col volto cambiato, disse : Io
mato no tracorre con ciò sia cosa eh' elli possa discendere si si
sforza d' ire puro* incontra i' aqua; e tuo veramente puoi essere
5
)( 68 ))
Repalalo malo , che conciò sìa cosa che tuo li posse avere a tuo
comandamento con paci' , e con seramento, talli voli perdere a
fine par con verrà * e con battallia; e per ciò chi vede lo bene e
prend' el male , o elli s' infinge , o elli è folle . E alora Melibeo
Rispuose : non vogizo che airato Animo tuo dice incontra me al-
cuna cosa , ma se alcuna cosa soza o folle avesse dieta, o dicesse,
voila Amendare a la tua volontà , ne io non arò per male ciò che
tuo mi dirai con posato Animo; e in peroe disse sigiamone: chi casti-
ga l'uomo m.ig/ore mente troverà gratiaapo lui, di ch.i perusing^e,
l'anganna. e Prodenza rispuose : io no m' airo centra te senza ca-
sc/one ma per tua salute, ma secondo che disse lo dicto Salamo-
ne : meliore è l' ira, che 'lR.iso, inperciò che per lo coruccio la
volontà s' ameoda, e Tanirno di colui che falla . Adonque ti consi-
glio che ti castighi , e che mi lasci Iractare parole di pace, o s' e'
tuoi Avversari volliono fare quello eli' io dissi , a buono animo.
Ricevili ai tuoi comandamenti. E allora Rispuose Melibeo: poiché
ciò ti piace e consiglimi eh' io faccia , no l'obriare di fare. E al-
lora Prodenza Adimandato piccolo rispetto per volontà del mari-
to, ma in sua iscenza secretamente li suoi aversarii fece chiama-
re A se, e 'ne la loro presenza narrando 'nel predicto modo li beni
de la pace, e mali de la guerra, e de la bactallia, preseli a pregare
che de la 'mgmra a lei , a mess. melibeo, e a la sua filinola facta
si dolessero , e a comandamenti dì mess. melibeo con saramen-
to e giuratori, e con pena devesse' venire senza 'nduscio. e quel-
li udiendo queste cose fuoro molto Allegri,e commosi di gran dol-
\^eza di parole , e con grande dolore di cuore con pianto Rispuo-
sero dicendo: madonna sapientissima tuo e' ài trovato con dol-
eeza, e quello che tuo Ai dicto A noi, noi lo devavamo dire pri-
ma a te,' per ciò c^e lo'ncominciamento de la discordia venne da
la nostra macteza, per la quale cosa lo principio de la concordia
devea incuminciare da noi. unde inperciò che noi non sapavarao,
clie le predicte cose piacessero a te , e al tuo signore non vi Tar-
davamo* di muovere . Andonque voUiendo istare Ai tuoi consili,
e a comandamenti di mess. melibeo in tucto, e per tucto volen-
tieri ubidire, la tua benignità a ginocchia ingnude in terra umi-
le mente preghiamo , che quello che n' aveto decto in paraule
debiate compiere con buone e con sancte opere, ma noi temiamo
no per aventura per la reità del nostro peccato, e del nostro fal-
lo mess. melibeo irato procederebe contra noi iratamente, per
la qual cosa lo vostro Consilio sopra ciò devota mente Adimandia*
)( 69 )(
mo. E madona Prodenza Rispoose : quamvisdio eh' ci sia dura
cosa, e contraria a tucte rascioni , che l'uomo s' afidi 'ne Taver-
sario suo, o nel nemico, o che si mecta in sua podestà (secondo
che dice disopra in questo libro ) mess. melibeo di queste cose
tracterà meco, né per mio Consilio A malvasc/o comandamento
potrehe ricorere, e perciò vi consiglio che dico non diiidiate ,
perciò ch'io cognosco la benignitade, e la largheza di mess. meli-
beo, per ciò che non è malvasc^o e cupido dì pecunia, ma volien-
do sempre honore , la nequità e la pecunia al tucto disprescza ,
Altramente per neuno modo consilierei che senza alcuno cognosci-
mento di piato , o precedente tractato dese Albritro al suo ne-
mico, o podestà sopra se; e per ciò disse Salamene : udite popo-
li, e tucte genti, e rectori de le chiese: Al figliuolo, A la femina,
Al fratello , ne a V amico non dare podestà sopra te 'ne la tua
vita ; molto magiore mente vietò A cz'ascuno che non dese pode-
stà Al suo nemico sopra se. E udite le diete cose, quei tre aver-
sarii in concordia Rispuosero dicendo: confidandoci de la vostra
bontà , la tua volontà e di mess. melibeo faremo pienamente a la
speranza di dio . Adomque quando ti piacerae manderai per noi,
a tucti li vostri comandamenti seremo apparechiati d' ubidire .
E dona Prodenza ritornando Al suo marito, e dicendoli ciò che
con loro Avea tractato , Adomandò da lui se le diete cose li pìa-
ceuo , lo quale quando elli udio la loro devotione, e la constri-
zione , e '1 pentimento de loro fallo che facto Avano, Ripuose e
disse: e' sono degni d'avere perdonanza, li quali del peccato non
fano iscusa, ma co lagrime e con veracci ^Ripentanza Adiman-
dando perdono ; e perciò disse senacha : là u' è la confessione ,
quine de' essere lo perdono, e perciò asoctillia lo peccato chi to-
sto sì pente . Adonqne lo Consilio che tuo m' ài dato molto mi
piace se noi lo potemo fare con volontà e con consentimento del-
lì Amici, e Prodenza co^ allegro viso, e con chiara e pura fiicia
disse: drictamente Ai Risposto: ma secondo che Consilio, e con
r aiuto de li amici nostri avete pensato di fare la vendecta, cosi
'ne la concordia, e 'ne la pace, lo loro consiglio non tardate d'a-
dimandare ; e perciò nenna cosa è cosi natorale come di solvere
una cosa in quella maniera ch'era legata, secondo che dice la le-
ga. Or tractate cosi queste cose, incontenente richiesero li ami-
ci e parenti, e fedeli provati, e a loro quasi tucto dict'è dì sopra
notando per ordine, Adimandaro Consilio diligente mente eh' ava-
no a fare sopra le diete cose . E li amici udiendo queste cose j
)( 7« )(
ìsaminate bene queste cose, lo consiilo de la pace, e de la con-
cordia lodare , e aprovaro . e Prodenza udite queste cose disse .*
sempre ò udito dire, quello die puoi bene fare , quello no lo'ndu-
sc«are , e per ciò Consilio che incontenente si faccia quello che
si dovesse fare per indusc/'o. E così per Consilio di tucti fuoro
mandati savi messi per li dicti Aversarii , li quali dissero Ai di-
cti messi , che se piace A loro Al predicto raunamento senza neu-
no induscio con jdonea compagnia venire non tardino, li quali
risponcleiìdo benigna mente, e ringraziando li messi pregarli! che
A mess. Meli beo e al suo raunamento dicessero, ched ellino ver-
rebero incontenente , e che elli erano apparechiati d'ubidire a lo-
ro comandament' e in tucto e pertucto; e quando voleano venire
uno di loro disse: facciamo noi grande Raunamento, si che noi
andiamo a loro onorevile mente; e V altro disse ; facciendo que-
ste cose lo 'nduscio inpedirebe lo facto nostro , per la qualcosa
consillio che ciò facciamo senza dimora ; la quale cosa piaque al-
li altri , coi giuratori e poghi Altri Ala corte di mess. melibeo
di vota mente Andaro . e allora Melibeo levandosi diricto , intra
r altre cose, dise: Eli è vera cosa che voi senza g/usta casc/one
grande ing/ura faceste A me , e a la mia donna , e a la mia fi-
linola , intrando a forza 'ne la mia casa , e faccendo tui cose , de
le quali dereste morire giustamente, unde volilo udire da voi se
vi piace di commectere la vendecta de le predicte cose Ala vo^
lontà mia e della donna mia Prodenza ; e quellino rispondendo
dissero : Messere, noi non siemo degni di venire Acotal corte di
tal signore, ma noi avemo comessi tai peccati, dei quali sererao
degni di morte Ricevere; ma veramente confidandoci non del sa-
vere, né de la potenza nostra, ma de la umiltà e de la bontà vo-
stra siamo venuti quie, eccoci e apparechiati d' ìstare a vostri
comandamenti, e con sarà mento e con giuratori in tucto e per tu-
cto , inginochiandosi , e spargendo le lagrime obidire in persona,
e in avere ; E chosl ìnginochiati a pie 'di melibeo e di madonna
Prudenza con grandissima devotione Adimandaro da loro perdo-
nanza, li quali Melibeo levandoli per mano benigna mente 'nel di-
cto modo li ricevecte Ai suoi comandamenti in tal maniera ; che
una volta e pino potesse incontra loro comandare, lodare* e pro-
nonziare ; A quali comandò che di quie e 1' octava si rapresen-
tasero quioe a la sua presenza A odire la sua volontà e i suoi co-
mandamenti , per ciò che volea tractare co* medici de la qualità
de la sua filliuola,e pensare de' comandamenti che devea lor fare
)( 7« )(
con grande diliberarhento . e ordinate cosi queste cose tucti di
lae e di quae si partiero con glande allegreza; e possa appellati
li medici, melibeo li adomandò de lo stato della sua fiUiuola, ed
ellino Rispuosero: ecbo che la tua filinola è guarita , né del suo
istato non t' abisogna dì dubitare ; li quali Melibeo Abondevile
mente meritò, e pregalli cbe de la santade de la sua filliuola isto-
diosamente procacciassero . le quali cose cosi facte , Prodenzi la
mactina molto per tempo in un luogo rimoto istando co' Melibeo
disse a lui : Messere io vorrei udire da te cbe comandamenti tuo
vuoli fare Ai nostri aversarii ; lo qual disserio li vollio ispo-
gl/are di tutti li loro beni , e comandare loro, cbe vadano oltra
mare senza gm mai reddire. e quella disse: questo comandamento
serebe rio; per la quale cosa se questo comandamento facessi g/a
non potresti vivere g/amai e' onore, conciò sia cosa cbe tuo oltra-
modo sie ricco, e de la loro pecunia non ài bisogno, e potresti es-
sere Ripreso di cupiditate, la quale T apostolo 1' appella Radice
di tucti li mali .
LI.
De la buona nominanza .
E Melilo ti serebe perdere tanto del tuo, cbe l'oro prendere so-
zamente.e scritto è: mellio Amerei d'avere perduto, cbe sozamen-
te guadagnato, unde usato é di dire: l'onestà de la mente passa
le grandi ricbeze Adunate; inperciò l'onestà e la buona fama
per neuno tesoro si de' cambiare , e perciò disse casiodoro : abie
cura del buono nome, perciò cbe durerae pino cbe mille tesauri
grandi e pretiosi . Ma secondo cb' el raedesmo gesù disse; la lu-
cie de li ocbi ralegra 1' anima , e la buona fama ingrassa l'ossa,
Adonque quello guadagno sì com' el danno al tucto disprescia ,
e fugi, e per la buona fama lo buono uomo si cognosce; e casio-
doro disse : l' uomo è cognoscmto per fama , e lodato per testi-
monianza. E Salamone disse; melli'è lo buono nome cbe le mol-
te Riccbeze . Ancor disse : meglio è '1 buono nome, cbe i pretiosi
unguenti. E Senaca disse: la buona openione de l'uomo è mel-
lio, e piuo sicura cbe la pecunia. Ancora disse : la buona fama si
luce intra le cose iscure . Adonque rifiuta questa pecunia , oserva
lo dicto de l'Apostolo che disse 'ne la pistola ad timotbeo : pen-
sate quai sono le buone fumé . e uno fisolafo disse : ogna virtude
tace , ma la fama 'nel' oscuro Risprende . la qual fama Al tucto
perderesti istu facessi cotali comandamenti . e scrìcto è; la fa-
X 7^ )(
lìi.i ?e non si Ritiene nuova, vecchia si si perde; E de' studiare
di nò j)crd(;rll;i, ma di rinovarlla .
ÌLx ciò die dicesti, clic volo loro comandare clic andassero ol-
tre mare senza mai redirc, A me parr<;be soza cosa , perciò che
ciò che t' anno facto d'onore dandoti podestà sopra loro, volile
convertire in disnore perpetoale . con ciò sia cosa che di rasc/o-
nc perda lo privilegio , chi la podestà A se conceduto* si rega A
propio danno. Anco ti dico piuo che se di rasc/one lo potessi fare,
la quale cosa io non concedo, di facto non potresti compiere, per-
ciò se per aventura li tuoi comandamenti non volessero fare a
quella guerra medesmo con tuo danno e vergogna ti converehe
tornare. E acciò che tuo sie meglio ubidito e tue 'ne comandare
umile mente comanda, scrìcto è chi leggieri comandamenti fd
è mellio ubidito, e Melibeo rispuose . no mi pare che cotali co-
mandamenti fossero riei; eperciò che fecero tanto che derebero
sostenere pena corporale ; Adonqua minore mente serano puniti
se i' luogo de le corporali pene , e' le patiscono chetali , e secon-
do rascfone c/ascuna pena corporale è più dura , che la pena de
l'avere, secondo che dice la lege ; e perciò, concio sia cosa che
gesù seraca dica che la pirovincia di gente si rimuta in gente per
le 'ngmre fare, per ingiustiticy e per contumelie : E non fie rio
se per la^ngiustitia, ingiure e contumelie contra noi , di luogo
A luogo si rimutano perdendo tucte le loro sustanze. Prudenza
rispuose : gesù seracha parila del divino gmdiczo , e la lege par-
ila de la forza de la rasc/one ; ma quie non si de' tractare del
gzudic/o divino, ne de la forza de la rascione , ma mag/oremente
di benignità de la pace , e de la concordia; per la qual cosa io ti
consìglzo che tuo nolli gravi così , ma sofferati di fare questo rio
comandamento. E lo inperatore ghostantino disse: chi si sforza
di fare quello eh' è rio, istudia d' incactivire la bontade, e per-
ciò disse Seneca .
LII;
De la ventura che sì fa con perdonanza^ e co' umiltà
e con pietà .
Due volte vince chi se medesmo vince 'ne la vectoria, E quel-
li vince continoamente che sae tuete le cose tenperare . Adon-
que tenpera l'animo tuo per umiltade e per pietà; inperciò disse
tulio: neuna cosa è più da lodare, e neuna cosa Al grande Uonoo
piao degna , che 1' umiltà e la pietà . e tulio disse :
)( 73 )(
LUI.
Ùe V umiltà) e de la pietà, e de la misericordia .
ADomque sempre vince chi àe umiltade. Ancor ti elico , piao
ipercìo c/ic la pietà e l'um iliade non solamente li piccoli e meza-
ni onora e inalza , ma li grandi , principi, e baroni esalta e ono-
ra, e a loro signoria guarda e salva . E perciò disse sampaulo'ne
la pistola prima a timotheo; la pietà a tucte cose è alile, e àe Dro-
messione de la vita die è, e serae sempre. E casiodoro disse: certo
la pietà guarda tucta la signoria dei principi, e Salamene 'ne pro-
verbi disse : la misericordia e la veritade guardiano lo ree, e lor
truono prende forza per Umiltade . E senaca disse de Tumiltade de
lo 'mperadore : A neuno si conviene melilo 1' umiltade , clie a co-
lui eh' è signore. E ancora : di molta ira e di picciolo corpo sono
l'api, ma lo loro reie è senza pungoro . Adonque Adopera A que-
sta vendecta misericordia , umilila e pietà , e se tuo facessi la ven-
decta con nequitade, lasc/ando ciò ciie dicto è dipo la mala fama
di cotal vectoria molto ti dorresti, e avverebeti quello che disse
senaca che disse : mal vince chi si pente de la vectoria . Adon-
qua è meglio a non vincere, che pentersi de la vectoria; per la
quale cosa ti consiglio che sieguiti lo senno di senaca che disse:
Se per aventura tuo vedi lo tuo nemico in tua podestà , e crede-
rai avere potuto vendicare la tua vendecta, sappie in prima quel-
lo eh' è onesto, e guardia la genneratione de la vendecta . Adon-
que Adopera in questo tuo gmdicio misericordia , A ciò che dio
nel suo ultimo giudicio abia misericordia di te, e che ti perdoni.
Altramente dio ti ponirebe senza misericordia . e perciò disse
saiacopo 'ne la pistola : gmdicio senza misericordia sera facto a
colui che non arac facta misericordia .
Udite queste cose, e diligente mente cognosciute, Melibeo dis-
se : d'unguento e di diversi odori si dileeta lo chuore, e de' buo-
ni consigli de l'amico si ralegra l'anima. E io per li dolci e per
li soavi tuo' consigli rimutando lo mìo proponimento voglio se-
guire la tua benignità, e in questo facto in tucto e per tucto fare
la tua volontà. Unde avegnendo lo termine assegnato, li dicti
aversarii coi suoi giuratori a la corte di Messer Melibeo a gino-
chie ignude, e cho lagrime ispargeudo a'piedi di Messer Melibeo
e di donna Prodenza gittandosi dissero: eccoci, siamo venuti
qui apparecchiati, e per tucto d'ubidire ai vostri comandamenti,
ma avegna che noi non ne siamo degni, preghiamo la vostra signo-
ria, che incontra noi non operando vendecta , ma mag/ore mente
)( 74 )(
njisericorilia, umiltà e pietà a noi vostri fideli vi piaccia di do-
nare perdono , perciò che voi ne serete piuo potente; e scricto è:
molte cose perdonando l'uomo ch'è potente, ne crescie in ma-
giore potenza. Alora Melibeo per la volontà e per io consenti-
mento di madonna Prodenza sì disj»e: avegna che gran soperbia
in vo' contra noi procedesse, ma mag^ore umiltà è seguita, la quale
e se minore fosse, a tucti mali si de' più pensare, con cioè cosa
che debia piuo giovare um bene, che nuocere uno male; ma per-
ciò le vostre dolci parole ano a umilitade messa la nostra ira e
*i nostro ìndegnamentOj secondo la parola di Salamone che disse:
la dolce parola moltiprica li amici, e umilia li nemici, e ancora:
la omele risposta e ispeziaal' ira, e '1 duro parlare isveglia lo fu-
rore. E secondo ciò lo principio de l' amistà è a bene parlare, e
a male parlare si è capo di nimistade.
Ancorala vostra divozione e la ripentenza del cuore, e la
confessione del peccato ci ano menati a tanta misericordia, umiltà
e pietà , guardando ancora a la vicinanza , secondo che disse Sa-
lamone: megli' é lo vicino apresso, che '1 fratello da lunga. E al
dicto di cato, che disse: quelli che t' àe ora potuto fare male,
alcuna volta ti potrà fare bene. Espectando Ancora che quello
che dite co' la bocca farete per opera, per amore di dio, e per
onore di noi , a voi e a la vostra parte per noi e per la nostra
parte ogna ingiura, e ira, e indegnamento Rimectendo rice-
viamo voi 'ne la nostra gratia e buona volontà; e cosi rilevan-
doli per la mano ricevuti sono in bascio di pace, ai quali Meli-
beo seguitando la parola di dio si disse: Andate in pace e piuo
non peccate; e così ciascuna parte con grandissim' Allegreza sì
n' andare.
Or finiscie lo libro del consolamento e del consiglio, lo quale
Albertano giudiciedi brescia de la contrada di sancta agata con-
puose 'neli anni D. MCCXLVI del mese d'abrile, ed imagore-
galo in su questo volgare 'ne li anni D. M CC LXXV del mese di
sectembre.
Chi scrisse questo volgare
Dio li dia bene a capitare.
' Chi scrisse ancora scriva
Sempre e ognora.
A Chui venne in vogh'a questo libro iscrivere
in gzoia e in alegreza li dia dio a vivere. Amen
Dio li doni paradiso chi scrisse questo libro. Amen
Incomincia lo libro de V aniort
de la dilcctionc di dio, e del proximo e d' altre
cose de la forma de la vita.
LO PRIMO LIBRO.
Xjo PRINcipìo di questo mio Iractato sìa al nome di cristo, dal
quale tucti beni discendeno, e dal quale ogna dato è fino , e ogna
dono è perfecto discendente dal padre de' lumi. Con quanto amo-
re, e con quanta dlletione lo mio Amore Ami la tua subiectione,
fiUiuole a pena til potrei innarrare, ne la lingua mia no til po-
trebe dire. Vogliendo Adonque io Albertauo te figliuolo mio
Vincenzio Riformare di buoni costumi, e de P amore, e de la
diletione di Dio e del proximay'e de la forma de la vita, in pri-
ma due cose credo che t' abisognino, ciò è la doctrina e'I parlare.
Ma secondo che disse gesù seraca che disse : inanzi al giudicio
aparechia la gmstitia, inanzi che tuo parili appara; E Salamone
disse: Chi imprima parila, che apprenda, in onta, e 'n disprescio'l
si tegna. Adonqua odi doctrina primeramente, Apresso A prendi
per animo, e per la mente ritieni, eperciò che noi viviamo per
r anima, Aprendiamo per l'animo, Ritegniarao per la mente.
n.
De la doctrina
ADonque dei avere droctrina A ciò che tuo Abie iscienza. Si
come disse Salamone che disse : Chi ama la droctrina sì ama la
la scienza, e chi l'odia sì è mato ; e altroe disse: j)rendete lo
senno mio, e non l'avere. Amate pino la scienza che 1' oro. An-
)( 76 )(
cora : e chi fae la sua casa Alta Adlmanda la Raina, e chi schifa
d'imparare Avrà male, e la huona doctrina si drà gratìa. Ancora:
lo cuore Savio la dimanda. Ancho: non cessare filliuole, d'udire
droctrina. Anco: che tuo n' obrii U paraule de la scenza. E gesù
seraca disse; filliuole, 'ne la tua g/oventudine aprendi doctrina
e 'nffine A capelli canuti troverai lo savere. Ancora: udite do-
ctrina, e chi la guarderà non perirà per suoi parole, né non sera
iscandalizato in raalvascie opere. E un altro Savio diss(^: con ciò
sia cosa che senza doctrina la medicina non faccia prode, e senza
droctrina la lepore non puote fugire da la bocca del cane, né sen-
za droctrina la nave non va per mare, né senza droctrina la trita
farina non dà il pane; odi doctrina istu vuoli ischifare ruina. E
]a tua doctrina de' avere principio, ma fine che tuo vivi non dei
avere fine , A ciò che la tua mente si ne notrichi; Sì come disse
lo savio : E se io Avesse V uno piede 'nel molìmento, Ancora vor-
rei apparare, e quello medesmo fine de' essere A in para re, che
a vivere, e cato disse: non cessare l'animo tuo d' imparare, che
senza droctrina la vita è quasi una imagine di morte. Ancora dei
inparare, ma da li uomini Savi. E la droctrina delle buone cose
è da manifestare. E chi Alli altri insegna se medesmo Amae-
stra. E marcialle disse elli è modo d' imparare
(r) Fin' a qui il MS. pistoiese. 11 seguito fu laceratolo di'
sperso in tempo anteriore al trovamento accaduto nel 1808.
Testamento in Scrìptis della Contessa Beatrice figlia del
C Ridolfo da Capraja,e vedova del C. Marcovaldo , da essa
scritto, sigillatcre consegnato a otto testimoni per esservi da
essi apposte le firme e Sigilli nel dì i8. Fehbrajo 1278; ed a-
ptrto da M. Iacopo giudice ed assessore di M. Scorta dalla
Scala Vicario regio in Firenze alla presenza di lui e dei te-
stimoni , che riconobbero i loro Sigilli , e finalmente copiato
dal Notaro Rinaldo di Iacopo da Signa per comando dei
prenominati Vicario regio e Giudice nel di 5. Settembre 1279.
In dei nomine Amen . M. CG. LXXVIII . Io Contessa Bietricc
figliuola ke fui del conte Ridolfo da Capraia, et mogie ke fui de
Conte Marcovaldo sana dela mente et del corpo Vegiendo la fra-
gilitade dell uomo . per utilitade dela mia anima con licentia di
Ghino Baldesi mio manovaldo Volglendo disponere la mia Vltìma
Volontade dispongo et ordino cosi dele mie cose et de miei beni
etfonne testamento in inscritti. Inprima A frati minori da santa
croce a tempio L. e. Item A frate paolo da prato del detto ordi-
ne se vivo in quel tempo L. In. Item a catuno delgl altri Frati
Ke saranno di questo convento da tempio L. I. Item a frati pre-
dicatori di Santamaria novella L. e. Item a frate Gherardo nasi del
ordine dei frati predicatori se vive allora L. XXV. Item a frate
donato di questo ordine de predicatori se vive allora L. v. Item a
frate pasquale di questo ordine de predicatori se vive allora L. V.
Item a frate Bonaìuto converso di questo ordine se vive allora L. II,
Item a cattuno degli altri frati Ke saranno di questo convento
di santa maria novella L.I. Item ale donne del monesterio di mon-
ticelli L. ecc. Item a madonna Giovanna Badessa del detto mo-
nasterio se vive allora L. v. Item a Madonna Gherardina sorore
in questo monesterio se vive allora L. xxv. Item ala sorore Bona-
ventura servigiale di questo monasterio se vìve allora L. X» Item
a catuna dell altre donne et servigiali del detto monesterio L. i.
Item ale donne del monesterio di Pvipole L. e. Item a suora laco-
)( 7« )(
pa degl adimarl sorore in Ripole se vive allora L. li. Item a suora
prima et a suora oderinglia sorori in Ripole se vivono allora L. V.
Item a suora lucia del baldese sorore del detto munesterio di ri-
pole se vive allora L. li. Item a catuna dell altre donne del detto
monesleriodi ripole L. I. Item a frati servi sante marie di cafag-
uio L. T.. Item a frati delle sacca di san gilio L. XV. Item a frali
di santa maria del cannine L. XXV. Item a frati Romitani di san-
to Ispirilo L. XXV. Item a frati di sani giovanni Battista L. X.
Item a frati dogne santi L. XXV. Iterii ale donne del moncslerio
di san donato a torri L. L. Item a catuna di queste donne del detto
monesterio L. I. Item ale donne Rincliiuse dala crocie a montesoni
L. X. Item ale donne convertite riucliiuse a pinti L. XX. Item ale
donne da fonte domini, et a quelle Ke stanno nela casa Re fue di
frate Iacopo Sigoli a pinti Kessi Chiamano le fratelle L. X. Item ale
donne del monesterio rinchiuse da gingnoro L. v. Item ale donne
rinchiuse da majano L. V. Item ale donne rinchiuse da santo Ste-
fano da Boldrone L. V. Item ale donne del monesterio da kastel-
lo fiorentino L. L. Item a suora lucia del detto monesterio et fi-
gliola Re fue di messer paglia nel lo da Sanminiato se viva in quello
tempo L. X. Item a suora filippa del detto monesterio figliola di
madonna Imelda di mess. Arrigho malpilgli da sanminiato se vi-
ve allora L, III. Item ale donne del monesterio di Volterra L. XX v.
Item a poveri da sanghallo et Ressi debbiano ispendere in gon-
nelle et in Ramisele et in un mangiare in consolatione de [overi
et non in altro L. L. Item alo spedale dal bigallo Rsssi debbiano
dare in terra per lo spedale L. x. Item ale donne rinkiuse nel
monesterio da sangaglo L. x. Item a poveri delo spedale di san-
piero ghattolini Ressine comperino letta per li poveri L. v. Item
alo spedale da sancasciano Ressi debbiano dare in terra overo
farne casa e rìconciare per li poveri L. xv. Item Ressi debiano
ispendere per ornamento del corpo di nostro Signore a santo am-
bruogio L. XX. Item a padre Alberto lo quale dimora a santo am-
bruogio se vive allora L. X. Item al monesterio di sangiorgio da
Kapraja et Ressi debbiano ispendere in terra ovvero in raconciare
la Riesa overo le case et non in altro L. C. Item a catuna dele mo-
nake del detto monesterio a sangiorgio L. l. Item ale donne rin-
chiuse da camaldoli L. I. Itera ala Riesa di santo istefano da Ra-
praja Ressi spendano in utilità dela Riesa L. v. Item ala pieve
a limite Ressi spendano in utilità dela Riesa L. ili. Item ala calo-
nicha di sandonato in yaldibotte Ressi spendano per utilitadede-
)( 79 )(
la Riesa L III. Itera ala calonicha da samontana Ressi spendano
iu utilità dela Riesa L. ili. Itera ala Riesa di san michele da pon-
torme Ressi spendano in utilità della Riesa L. II. Item ala Riesa
di san martino da pontorme Ressi spendano in utilità della Rie-
sa L. II. Item ala Riesa di santa maria in campo Ressi spendano
in acrescimento dela Riesa L. X. Item ale donne monache da pra-
to Vecchio et Ressi debiano ispendere per raconciare la Riesa
over lo dormentorio od altrove ove fosse magìore mistiere Re sia
utilitade et aconciamento del monasterio et non innaltroL. L.Iteiu
ala badessa del detto monesterio di prato Vecchio L. i. Item a
catuna monacha del detto monasterio di prato Vecchio L.X. Item
a ministri de frati di penitentia di firenze et Re si debbiano dare
in terra per li poveri Rome loro para Re sia più utile per li po-
veri L. ce. Item a raess. l abate da settimo et ne suoi monaci si
lascio di Re debiano ispendere L. XXX. per lanmia di donna Giu-
liana la quale fue mia Rameriera sicome loro para Re sia più uti-
lità dela sua anima . Item alo spedale di san domenico a fighine
Ressi debiano ispendere per acrescimento delo spedale in utilità
de poveri L. XV. Item ala Ralonica di monte Varchi chessi debia-
no ispendere in uno paramento da prete col quale vi si debia di-
cere messe per anima del conte Guido guerra mio figlolo il quale
si sepellio ala detta Ralonica et non si debbiano ispendere in al-
tro se non nel detto paramento L. X. Item a frati minori da ca-
stello 6orentino L. XXV. Item a frati minori da Barberino di vai-
di elsa L. XXV Item a frati minori da fighine L. xxv. Item a frati
minori da prato L. xxv» Item a frati minori dal borgo a sa' lo-
renzo di mugelloL. xxv. Item a frati minori da licignano di mu-
giello L. XXV. Item alo spedale dela misericordia da prato ove
albergano i frati predicatori L. XV. Itera alo spedale da trespia-
no Ressine debiano comperare letta et panni per li poveri L. V.
Item alopera dela Riesa de frati predicatori da santa maria no-
vella L. C. Item ale donne del monesterio di sanmaffeo dvircie-
tri L. VI. Item ale donne del monesterio dal borgo a samiorenzo
di mugiello L. x. Item a madonna la contessa Agnesina figliola
Re fue del conte rngieri mio figliolo L. xxv. et di questo Voglo
Re stca contenta et più non possa Riedere ne domandare . Item
a madonna Biatrice figliola Re fue del sopraddetto conte rug-
gieri mio figluolo L. C. sella è viva in quel tempo et di questo
voglio Ressia contenta et più non possa Riedere ne domandare .
Item a mess. Bastardo figliuolo Re fue del conte Guido Guerra
)( 8o )(
L. ecc. in questo modo liei detto mess. Bastardo debìa rifare car-
ta a Ri sarà mia creda dela ragione di mia madre dela quale elli
a carta da me . Item ala Bice figliola del detto mess. Bastardo
seviene adetade Re compia legìttimo matrimonio overo si rin-
ckiuda in monisterio Riuso L. CC. Item ala gianna figliola Re fue
di mess Rinuccio da Rastillione lo quale è dele vestite da santa
crocio sella vive in quello tempo L. C. Item a donna Jacopa sc-
rocchia Re fue di messer Ridolfesco da pomino la quale è stata
et sta meco mia Rameriera L. C. 1 quali denari li fidecommissari
Resseranno le debbiano dare in sua necessita per Vita et Vesti-
mento et sa venisse Re la detta donna Jacopa morisse prima Re
detti denari fossero ispesi in lei lo rimanente i fidecommissarii
Re saranno debbiano ispendere per sua anima come para ala det-
ta donna Jacopa . Item ala lippa filiola Re fue di mess. lotteringo
da bogole la quale dimorata et dimora medio L. e. Item a due
figluole di filippo di mess. paganello da samminiato L. e. in que-
sta condizione sei podere Re fue dalberto conte si raquista del
quale io contessa Bielrice ricevetti carta dal detto filippo et se le
dette fanciulle sono vive in quello tempo debbiano avere de detti
danari Ratuna livre cinquanta et selluna morisse suceda laltra in
tucti et se morissero ambedue sieno dati per mia anima . Item
A la saracina figliuola Re fue di madonna Bietrice mogie Re fue
di tadeio de donati se la detta saracina si marita si cbe Vengna
compimento di legitimo matrimonio overo intrasse in moniste-
rio . L. L. et se morisse prima Re facesse le sopradette cose i det-
ti danari Voglo Re sieno dati per mia anima. Item a monna con-
telda Vestita dele donne di penitenzia di santa maria novella se
viva in quel tempo L. ni. Item a madonna Giemma donna di pe-
nitenzia Re fue matrìngna di Guido pazzo se viva in quel tem-
po L. in. Item Ala Romeia zoppa dele Vestite da santa maria no-
vella Re del popolo di santa maria in campo se viva in quel tem-
po L. XXX. Item Ala Benvenuti) zoppa del popolo di santa maria
magiore se viva allora L. il. Item a ser federigodi Rapraja notajo
L. xxy. Item a Bardo figlio Bencivenni da cona L. C. Item e Gieri
figlio Re fue del detto Bencivenni da cona L. L. Item a Martino
dacorticella da pontorme L. L. Item a Baldese figliuolo Bonfigliuo-
li del popolo di santa felicita L. e Item a latino figliolo Re fue Bon-
segnori notajo da caino se vive allora L. x. Item al figluolo
Re fue di Gianni di sibuono da san leonino lo quale è mio figloo-
cio se vivo in quello tempo L. II. Item a coderino figluolo Re
)( 8i )(
fae di Guido pazzo di sopra a prato Vecchio lo qaale fue mio fi-
gloccio se tìvo in quello tempo L. il. Itera a Bartolino figluolo
Ke fae . . . (ita ) tavolacciaio del popolo di san cristofano se vivo
in quello tempo L. xx. Item ala compiuta da roma che sta nel
popolo di santa maria novella se viva allora L. xxx. Item a dom
francesco monaco del lordine da settimo i quali dehia dare ale sue
serochie L. xxx. Item a mess. Giamberto et a Gieri et a guelfo
et a chante et a Bindo fratelli et figlioli Ke furo di mess. teghiaio
Giamberti de cavalcanti a tutti insieme L. ecc. Item a madonna
dounigia mogie Ke fue di ser pagano del corso degladimari se
viva in quello tempo L. V. Item a Kuscio figliolo Ruberti Alta-
bruna da Kapraia L.xxy.Item per lo passagio doltremare il qua-
le si fa in aiutorio dela terra santa L. C. Item a mess. lo conte G.
salvatìco figliuolo Ke fue del conte Rugieri mio figluolo L. v. et
di questo Voglo Ke stea contento et per neuna altra ragione non
possa ne debia più avere dela mia ereditade et dela mia ragione
et ne per neuno altro modo possa più Kìedere ne domandare in
perciò Kegli non ma dati i miei alimenti siccome dovea e la mia
ragione si ma molestata et quando sono istata inferma quasi a
morte non ma visitata ne non se portato di me sicome de fare ne-
pote di sua avola . Item Voglo et lascio et ordino miei fidecomi-
sari il priore de frati predicatori di santa maria novella el Guar-
diano de frati minori da tempio et frate Gherardo nasi , et frate
donato del ordine de frati predicatori se scranno vivi in quel tem-
po a pagare tutti i sopradetti legati a quali fidecommissari sì do
piena et libera podestade di domandare et di ricevere tutti i miei
denari i quali avesse Rinieri di mess. Jacopo Ardinghelli o daltro
mercatante o persona Ke glavesse \ quali fidecommissarii si vo-
glo Ke debiano pagare in primamente e senza neuna diminutione
a Bardo Bencivenni da cona livre ciento et a martino da corti-
cella da pontorme livre cinquanta et a Baldese Bonfigluoli po-
poli santa felicitati livre ciento i quali sono soprascritti . et se
questi denari venissero meno a pag^are questi tre legati voglo
Kessiano pagati Kome glaltri legati di sopra dale sue rede, et si
do piena et libera podestà a sopradetti fidecommissarii di fare
fine et rifiutascione et pacto a sopradetti debitori et a ogne altra
persona da le quali ricevessero alcuna quantità di danari semistie-
ri fosse. In tucti glialtri miei beni mobili et immobili Ke si per-
tengonoa me per rtigione dereditade o per compera o per qualun-
que altra ragione fosse in firenze et nel suo distretto, in pistoja et
)( 82 )(
nel suo distretto. In luccha et nel suo Vescovado. In pisa et nel sao
distretto et in qualunque altro iuogho fosse Rame sipertenesseet
per qualunque ragione . Sì istituischo . fo . et lascio mìe herede
il monesterio elabate el convento di san salvadore da settimo del-
lordine di cestella stando loro in quello luogo la ove sono etdal-
troveil convento si mutasse , dando al predetto Abate et conven-
to piena et libera podestà di Riedere et di ricevere tutti i miei
beni come detto e di sopra et la compera Rio feci da filippo di
mess. pagbanello da saminiato, e denari i quali debo ricevere dal
comune di pisa et dalerede diGiudice diGhalluiia et del Giudi-
cato di Galluria de la qual compera et de quali debiti si sono le
carte apol detto Abate et monesterio et Voglo et comando Rei pre-
detto Abate et convento mie berede di tutti i denari i quali ra-
quisteranno et averanno dal comune di pisa o dal erede di giudice
sopradetto o da qualunque altra persona fosse le due parti de
detti danari si debiano tenere a se per otilitade del monesterio
loro et dela terza parte Volglo Re sia tenuto labate el convento
di dare et di compiere a predetti fidecommissarii tutto quello Rai-
loro menomasse a pagbare i sopradetti leghati de danari i quali i
detti fidecommissari Averanno da rinieri ardingbelli sopraddet-
to oda altra persona et savenisseRe detti fidecomissarii non po-
tessero avere niente di miei danari da rinieri Ardingbelli o da
altra persona, volgo Re sia tenuto labate el convento di dare in-
teramente et sanza molestia tutta la sopradetta terza parte a so-
pradetti fidecommissarii . de quali denari elli debiano pagbare i
sopraddetti legati interamente ese la detta terza parte non bastas-
se a pagbare tutti i sopradetti legbati Volglo Re sia sottratto per
livera et per soldo come ne toccbera. tratto el legato di Bardo
Bencivenni da cona et di martino da corticella di pontorme et di
Baldese Bonfiglioli sopi'ascritti i quali leghati V^olglo Re sieno pa-
gati interamente et sanza diminutione. etse de la detta terza parte
soperkiasse paghatì tutti i detti leghati . Volglo chel detto abate
et fidecommissarii quello cotale soperchio debiano dare per mia
anima Rome alloro para Re sia il melglo et tratto ciento livre
Re Volglo Rhe detti fidecommissarii debiano dare al detto Abnte
per piatire et raquistare le sopradette Rose, le quali ciento livre
Volglo Rei detti Abate et convento siano tenuti di rendere et pa-
gare a detti fidecommissarii de primi danari Relli raquisteranno
et averanno non contandoli nela quantità de la terza parte. E tutte
queste cose si volglo Re valglano et tengnano per ragione di te-
)( 33 )(
sla.nento e di codicillo e per qualunque altra ragione possono più
et meglo valere et si do piena et libera podestà ale sopradclle
rait; herede et fidecommissarii Ke possano questo testamento idre
aconciare a senno de loro savi in qualunque modo melalo possa
et più valere tengendo il contratto fermo et saparisse iatto per
me alcuno altro testamento o codicillo et leghato neuno innanzi a
questo si volglo Re quello cotale sia Kasso et vano et di neuno
valore . lo contessa Bietrice supraddetta questo mio testamento
inniscritti si a presentai chiuso con otto corde alinfrascritti testi-
moni . A frate paolo da prato et a frate Leonardo del ordine de
frati minori, et a frate Gratia.et a frate Simone del ordine de fra-
ti da settimo . a prete Alberto da santo Ambruogio . et a ser Bin-
do Montanini . et a ser filippo Marsoppi de lordine de frati di
penitenzia di firenze . et pregoli Relli ne fossero testimoni et po-
nesseroci i loro sigilli . et questo feci nel palagio de conti Guidi
nella camera dov io stavh . nel popolo di santa maria in campo,
anno domini MGCLXXVUI . del mese di febraio XVHI. di in-
trante Indictione settima et pero si ci puosi il mio sigillo .
Ego frater Paulus de ordine fratrum minorum testamento mihì
representato a dieta domina comitissa ut apponeret(5/c)meum si-
gillumet quodpropriumnon babeo sigillumGratianinot.apposui.
Ego frater Leonardus dicti ordinis rogatus diete domine Gomitisse
ut siglllum apponerem quod proprium non liabui sigillum dicti
Gratiani apposui . Ego frater Gratie de ordine cistcrciensi rogatus
diete domine comitisse ut sigillum apponerem quia proprium non
habui sigillum predictiGratiani apposui. Egopresbiter Albertus
de sancto Ambruogio rogitus diete domine comitisse ut sigillum
apponerem quod proprium non habui sigillum pliilippi Marsop-
pi fratris penitentie habitus nigri apposui . Ego fi ater Simon de or-
dine cistcrciensi rogatus diete domine comitisse ut sigillum ineum
apponerem quod proprium non habui sigillum predicti fìlippi ap-
posui . Ego PhiJippus frater penitentie habitus nigri rogatus di-
ete domine comitisse ut siglllum apponerem meum sigillum ap-
posui . Ego Bindus Montanini frater penitentie habitus nigri ro-
gatus diete domine comitisse sigillum meum apponerem et quod
sigillum non habeo sigillum predictiGratiani apposui . L S. Ego
E.enaldus lacobi de Signa imperiali autoritate not . predictum te-
stamentum presentatum clausum et sigillatum sigillis predictis
et sigillo diete domine comitisse pendentibus a domino Abbate
de Septimo piioie fratrum predicatorum et Guardiano fratrum
)( 84 )(
r.ìinorumde florentia nobili viro domino Scorte dala porta regio
Vicario in regimine fiorentino et domino lacobo ejus judice et
assessore presentibiis dictis testibus et recognoscentibus sigilla
que posuerant excepto fratre Laonardo qui dicitur esse absens
et presenti bus testibus donno Francisco et donno Martino de Se-
ptimo ordinis cisterciensis et Gherarduccio corsi nuntii comunis
fiorentini apertura et desigillatum per dominum lacobum judi-
cem predictum coram ipsis testibus domino Scorta Vicario et
donno lacobo judice lectum de ipsorum dominorum Vicarii et
judicis mandato fìdeliter per ordinem esemplando transcripsi
quod inelius et veracius potui nil addens vel minnens et in pa-
blicam formam redegi sub anno domini millesimo dugentesimo
septuagesimo nono . Indictìone septima die Lune quinto septem-
bris . Ideoque subscripsi .
Io infrascritto pregato dair Illustrissimo signor Profes-
sore Cav. Sebastiano Ciampi di tener con esso a confronto
sul Codice originale il presente TestOj dichiaro d'essermi
volentieri prestato alle sue istanze, e d'aver eseguito col
massimo scrupolo il suddetto confronto; in fede di che mi sot-
toscrivo questo dì 6. Luglio i832.
TOMMASO GELLI
Sottobibl.^ della Libreria
Magliabechiana.
ERRORI
CORREZIONI
Pag, 5 t^. 18 e da che
ed a che
8 i^. 28 sì è
si è
ne
né
9 u. ult. tuo che
tuo sì che
li w. 35 degli uomini piuo
degli uomini de' ire piuo
Il u. 5 0 elli l'iufinge
0 eili s'infinge
33 p». ai chosa fare
chosa possiamo fare
rSOTE
AL VOLGARIZZAMENTO
DEI TRATTATI MORALI
DI
ALBERTAJVO GIUDICE DA BRESCIA
P*g. 3. T. I. TucTORA cioè sempre dal latino tota hora,
V. a. Erra.no, Nel Codice erano secondo la pronunzia, oggi nisti-
ca, del distretto pistoiese, come tera per terra ecc. forse dal
greco verbo Técù) tero, conterò, perchè dai piedi è pestata;
anche eruì-e è forse antichissima pronunzia dei verbo errare
derivato dal greco èppeiV che in radice deriva da pésiV flue-
re, deciirrere. Ho scritto errano per togliere V equivoco di
erano del verbo essere.
ivi. E ^ON È, manca nel codice perchè fu rasato a bella posta ad
onta del senso. IN eli' originale latino,, et non est aliquis „,
negli altri mss. yoÌQ^AXÌ et non è nessuno — et non è alcuno»
Probabilmente fu rasato da qualche saccente cui parve troppo
generale il dire non è alcuno che la sua lingua pienamente
possa domare»
V. 7. IsTEFAKo. Negli altri codici leggesi Stefano; in alcuni è tra-
lasciato, in qualcuno è cambiato; ma 1' Orig. latino ha Ste-
phatio- l'aggiungere la lettera i alle parole che incominciano
da * impura è d' uso antichissimo ; nei documenti lucchesi
air anno ^26. pag. 5. leggesi iscripsi in luogo di scripsi: an.
•^49* pf'g* 23. Istabilis preshiter , e Istallile presbitero^ an.
'J-/2, pag. 28. iscriptor,ed in questo codice a pag. 6. v. 4« ista-
bile consiglio. Per sempre più confermarsi nella poca fiducia
che debbesi avere nelle buone speranze che profondono mol-
ti moderni editori d'Opere antiche per ispacciare la merce
loro ai meno avveduti, sappiasi che nella ristampa fatta in
Brescia dei Trattati d'Albertano l'anno 1824. si dice ai let-
tori che Albertano scrisse al Jlgliuolo suo Vincenzo alcuni
libri ecc»
Invece dovea dire „ affiglinoli suoi Vincenzo, Giovanni,
lstefano;ma contentandosil'editore di leggere i primi versi
del trattato, che nell' edizione di Firenze del 1610. da esso
ristampata è il primo, non andò più oltre, e non vide che cia-
scuno de'tre trattati, da esso chiamati librile diretto aduno
de' suoi figliuoli. Con questa premessa seguita adire:,. Vol-
garizzati da contemporanei di Albertano questi scritti , ire-
7
)( 88 )(
bastiano cleRossi, detto lo Inferigno, Accademico della Cru-
sca, con somma accuratezza li rese nel 1610 in Firenze colla
stampa di comune diritto. Noi sali' esemplare medesimo, e
quasi ardiressjmo dirlo , con eguale e forse maggiore dili-
genza, ci facciamo un pregio di riprodurre quest* opera ,,.
Chi si prenderà la pena di confrontare le due edizioni potrà
conoscere quanto sia stato diligente Latiti promissor hiatus,
Pag. 3. V. II. DISP0RLI.0, SGUiAEARLLO. Si r;iddoppia la lettera l per meglio
pronunziare la r che precede _. la quale per essere affine ten-
derebbe a mutarsi nella seguente / come dispollo, schiarallo,
pronunzia e scrittura che tengono alcuni moderni dicendo e
scrivendo confortallo, amallo, onorallo ec.
V. i4' A.KTHI. In questo Codice è scritto anthi, prodentha ecc. in-
vece di anzi , prodenza ; e talvolta si trova anche adoperata
la lettera z, specialmente quando accanto alle vocali a, e, o
non preceda la ?, perchè se precede, scrivesi latinamente: giu-
?titia,gratia ecc. Quando si cominciò a scrivere il volgare
si vide il l:)iscgno di esprimere una pronunzia che raramente
ayeano i Latini, quella cioè della z dolce , come anzi , pru-
denza, tolleranza invece di prudentia, tollerantia ecc. per lo
che si adoperò a vicenda lo scrivere th, e z esprimenti il suo-
no della pronunzia de' Greci moderni, che gli antichi indi-
cavano col ^- donde poi s'introdusse generalmente la z in-
vece del ?/' de' latini, e fu scritto indifferentemente pruden-
za eprudenzia, grazia ecc. invece diprudentha, prudentia
gratia ecc. anthi ed anzi, "Nei documenti da me citati nella
Pref. a pag. 82. v. 24. si legge Tunithi nella formula latina;
nel volgare si scrive Tunichi (i) e nell'uso prevalse Tunisi- e
trovasi anche Tunizi» Jnzièyoce affatto greca: cCVt) contra.
In alcuni dialetti, come nel pisano, a distinguere la dif-
ferenza della zeta dolce, ed aspra, o forte adoperano una sola
s o due, dicendo e scrivendo prudensa , ansi, e giustissia,
ricchessa. Ma i latinisti del secolo XV. tornarono all' uso
de' Latini scrivendo gratia , sapientia, e taluni aggiunsero
una t per la pronunzia forte come attiene per azzione ; ma
prevalse sino a noi lo scrivere con una, o con due z,
y. 33» IMPRAMECTERE. Le lettere m, n quando precedono alle affini
/', p, bj ed ancora alla lettera q, si scambiano; e perciò tro-
vasi scrino ifì/ì'amectere, inperadore, inbevere, adomque, e
imframectere ec. IN ei frammenti del libro xci di T. Livio
descritti ed illustrati da Vito Giovenazi e Paolo Jacopo
Bruns Roma 1778, e che si riconoscono scrìtti nell'età degli
Antonini, è Po/ipeius invece di Po/wpeius (pag. 26, e 29J.
(l) Ved, pag, 81. u, 35. Tunichi era forse la pronunzia volgarissima
aspirata più 0 meno de' Toscani ini^ece di Tunithi , come fahe per fate ^
«enehe per tenete ^ in Firenze; Tunisi per Tunithi e Tunizi j cambiati tb,
e 2 /'/? s secondo il dialetto pisano*
)( 8j) )(
Pag. 4. t. 4. A LA. E' noto che gli artìcoli, così detti, si compongono dai
pronomi relatiti il, la, lo, ecc. derivati per troncamento dai
latini ille, illa, iliiul, uniti ad una preposizione esprimente
la modincazione dell'azzione nei casi obliqui, fuori dell' ac-
cusativo. Ma nella pronunzia unendosi la preposizione ed
il pronome fu raddoppiala la consonante del pronome, e si
pronunziò e si scrisse della, alla , dalla ecc. dal che nacque
r errore di chiamarli articoli come se fossero specie di av-
verbi declinabili premessi a' nomi per distinguere i casi, o
congiungere il nome col verbo secondo la direzione dell'az-
zione ; ufiìcio che appartiene alla sola preposizione. Gli an-
tichi intendeano la forza, e l'uso di queste preposizioni
nnite al pronome, e le scriveano separate quantunque la
pronunzia le unisse tra loro, ed anche ne facesse tutt' un
insieme col nome; ma poi la pronunzia prevalse pure nella
scrittura, perchè ì copisti ignoranti non aveano altra guida
che r orecchio.
Pag. 4* V. 4» RAScioHE. Perchè invece di ratione fosse scritto ra^ci'one crè-
do potersi ripetere dalla pronunzia degli antichi Romani,
che proferissero le lettere s t innanzi alla i con suono di
j strascicata; che talvolta, ed in certi tempi avesser piutto-
sto il suono della lettera e dolce, poi cambiata in alcune
voci anche nella g; di maniera che la t innanzi alla i si pro-
nunziasse come se, poi e, fìnalmerite g; doùde ratio, rascio,
racio, ragio, sapientia, sapieriscia, sapietìcia ; ed a vicènda
judicium, juditium, judlscium; e così dicasi dèlia lettera z,
come, dispresciare per disprezzare, dispregiare etc; talvolta,
e in alcuni dialetti tuttora si ode la s invece delle se, e dèllac>
come basiare, basciare, baciare, così rasione, rascione, rsi^
gione, cascione, cagione, pisgione,pisione, pigione (di casa).
Che le lettere t eà s prèsso i Latini innanzi alla vocale si
pronunziassero 5Ci, sce potrebbesi congetturaredal vedere che
molte parole latine nella pronunzia volgare sono pronunzia-
te in quel modo: per esempio: simplex scempio; insipidus
/scipito, basium bacio, e ba^cio; ed anche il latino otium
ocrum ; o^c/nis, o^ciuum, da occinere; da os o^cillum; dal
greco ^\jVQiOi' {inteUigo^ '^vonnmìaVo ^iiilò (si/iìo) scio,
^c^entia ecc. Nel dialetto fiorentino la lettera e è pronun-
ziata dolce o con strascico quando è innanzi alla e ed i, co-
me dÌ5ce, iesce, fesci per dice, fece, feci ecc. Ma questo non
è il luogo da dovermi diffondere in tali ricerche.
V. 5. Pechato, chato, chome^ Senocha ecc. L'aspirazione dopo la
lettera e accanto alle vocali a, e, o, ìi, è propria della pro-
nunzia toscana, e specialmente fiorentina. In que' principi
della scrittura volgare seguitavasi servilmente il suono che
ne udia l'orecchio, perciò in questo codice é quasi sempre
Vh dopo la e unita a quelle vocali. L'orecchio è certamente
stato sempre la guida principale nella scrittura; ed ha pre-
)( 90 )(
valso di 8ovente alle regole grammaticali. Cicerone (in Ora»
/ore) fa rimprovero ai rigorosi grammatici, che invtcedi scri-
vere molte jìarole secondo la pronunzia popolare, voleano
seguire le regole grammaticali, piuttosto che le orecchie
quorum est judicium superbissimum (Cic. 1. e.) su di che
può vedersi il detto nel Gap. IV,
Che i Latini aspirassero molto la pronunzia ce lo testi-
monia Cicerone nel libro intitolato Orator; ed alcuni giun-
geano sino airafrettazione;al che si riferisca quel!' epigram-
ma Catulliano nel quale deridesi Arrio:
Chommoda dlcebat si quando commoda vellet
Dicere, et inshidias Arrius, insidias.
Questa aspirazione si trova in uso sino dal secolo ottavo in
Toscana nelle parole volgari, Eccone alcuni esempi presi
dalle Memorie e documenti lucchesi; an. 'j'^3. pag. 129 aii-
c7<o per aliquo ; an. ^29. pag, 86 Runcho de Cassile (nomi
locali ); an, 7^6 pag, 109. in loco ubi vocatur ad Ch uzia , . .
in loco ad Jrcho; an. 758 pag. i58in rivo ISonniche ; e nel
documento 54 Cuocho per cuoco.
Gli eruditi del secolo XV, e molto dopo non solamente ri-
strinsero, o moderarono 1' uso di scrivere secondo pronunzia
la lingua volgare, ma sostituirono quasi intieramente l'or-
tografia grammaticale latina , e cosi a poco a poco fecero
quasi due lingue, una scritta ed una parlala; ed in appresso la
lingua scritta passò anche nelle bocche di chi per parere eiu-
dito ricusò di parlare come il popolo, e s'andò in questo mo-
do a perdere gran parte di quella grazia popolare che tanto
valutava Cicerone, da aver detto: impetralum est a consue'
tudine ut peccare suauìLotis causa liceret(in Bruto). Forse
non m'inganno nel credere che la naturai grazia e dolcezza
della lingua italiana derivi appunto dall'essere costituita
per la differenza della pronunzia popolare dal rigore gram-
maticale della lingua latina mantenuto nella scrittura. Così
alcune lìngue settentrionali che grammaticalmente sono du-
rissime, nella pronunzia riescono assai più dolci, come la
russa nelle bocche è dolcissima, e la polacca assai meno aspra
in parlando, che non pare nella scrittura.
Pag. 4» ▼• 7* Madie. Dal latino medius fidius, e trovasi pure madia. Forse
anche da meo dea o meo dio cristianamente sostituito a ine-
dìus fidius,
T. 8. Pose per possa terza persona singolare.
V. IO. TUE. Cosi anche nelle memorie e documenti lucchesi all' an-
no 782, pag. 143.
V. l3. omana per umana solito scambio delle lettere u ed o. Forse
nel volgare latino si pronunziava homanus analogamente ad
homo» È nota la etimologia homo humus. Io ne sostituirei a
questa un'altra dedotta da QijioVoéco conseniio , concors
sum, siche OfJLOVoéocV-) *^ov.de (homanus) fosse anlonoma'
)( 9> X
sticamente chiamato quest'animale per le sue qualità socia-
li, come oriovoicù concordia (d'onde humanìtas, od ho-
manilas) ed in ciò si distingue àhferitas, che per quella gli
uomini si ridussero in società, per questa insociabili sono le
belve: a ciò parmi che si possano applicare le seguenti parole
di Cicerone nel 1. Gap. de Inventione:
,, ]Nam fuit quoddam tempus cum in agris homines pas-
sim bestiarum more vagabantur, et sibi victu ferino vitam
propagabant . . . quo tempore quidam magnus videlicet vir
et sapiens cognovit quae materia esset, et quanta ad maxi-
mas res opportunitas animis inesset hominum si quis eam
possit elicere . . . Compulit in unum locum et congregavit,
et eos in unamquamque rem inducens utilem atque hone-
stam . . , , ex feris et immanibus, mites reddidit et man*
suetos. „
Alla stessa etimologia potrebbersi anche adattare que-
ste parole del medesimo Cicerone nel libro V. de finibus
ecc. ,, Sunt aulem bestiae quaedam in quibus inest aliquid
simile virtutiSj ut in leonibus, ut in canibus, ut in equis....
in horalne aulem summa omnis animi, et in animo, rationis,
ex qua virtus est „ sicché ou^oyyg sia concordia ratiouis ,
simul unita virtus intelligendi, summa omnis animi; proprie-
tà che nelle voci homanitas, homanus, homines potrebbersi
ravvisare.
Pf 3. A. V. i4« Uomo invece di omo, come buono per bono e simili. Che an-
tichissimamente uo si pronunziasse e scrivesse in luogo del
semplice o, lo mostrano i monumenti scolpiti , e la conti-
nuazione degli esempi in tutte l'età posteriori sino a' dì
nostri. In una delle iscrizioni de' sepolcri degli Scipioni
leggiamo: ,, Honc oino ploirume consentiont R. diioxìoro
optumo fuisse viro Lucium Scipione filium Barbali. Consol
Censor. aidiiis hic fuet .... Cepit Corsica Aleriamque ur-
be : dedet tempestatebus aide mereto ,,. Dove nella voce
honc la lettera o sta per m, come in omano invece di //ma-
no, ed io altri innumerabili esempii della lingua latina e
della volgare ne' tempi delia buona latinità, nei secoli bas-
si, nei codici, nelle lapidi, nelle carte notariali della lingua
volgare antica e moderna, tanto parlala che scritta.
oiKO uno invece di unum, ed oi pure invece di e, quasi dit-
tongo mì. Lo che mostra l'uso dell' p- consonante analoga-
mente all'ou de' Greci pronunziato per i^ consonante, aven-
do presso di loro la p» vocale il suono e dell' u, o della /, più
o meno secondo le diverse età; di questa pronunzia fanno
testimonianza le molte parole greche passate nella lingua
latina, come lacruma e lacrima y inclutus ed inclitusf pre-
shuter e presbiter ecc. Notisi anche la desinenza in o alla
maniera de' secoli posteriori sino a noi delle voci latine ter-
minate in US ed in um. Che la terminazione in us si prò-
)( 9^ }(
nunzìasse e si scrivesse per u, ed o ce lo confermano i codici
antichissimi e le lapide, come ne'frammenti Liviani Pompeiu
per Pompeius. V, Note alla Prefaz. pag. 75. nota (5), Cice-
rone in Oratore^ i versi di Ennio ecc. (i).
Ploircme invece di plvrimi scambiata la e colla ù
CoNSENTioNT per consenliunt. Ecco un altro esempio della
pronunzia volgare de' verbi terminati in ««, cambiata in
ono\ cioè mutata la u in o, soppressa la t consention, ed ag-
giunta la o infine, come tue e tuo per tu. Quest'allunga-
mento od aggiunta di vocale alle parole terminate in con-
sonante, o tronche continua tutta via nella pronunzia ita-
liana sì nel latino, che nel volgare, pronunziandosi pane/wc,
dicun^e, cume, simule ecc. ed in volgare cone, pere; invece
di panem, dicant, cum, simul, con, per.
DuoNORO oPTTJMo bonovum opturaum; in volgare od italia-
no, de' buoni ottimo. Cicerone dice nel Perfetto Oratore
,, Saepe brevitatis causa contrahebant, ut ita dicerent: mul-
timodis, vas' argenteis, palra' et crinibus, tecti' fractis.
Anche il fu chiarissimo marchese Cesare Lucchesini,poco
fa tolto all'onore ed alla utilità delle lettere Greche, La-
tine, ed Italiane, con sua del 3o maggio 1816 mi scriveacosì:
„ Profìtto di questa occasione per suggerirle una di quelle
parole della nostra lingua che vengono dal latino. Nelle
Opere di Frontone dissotterrate poco fa dal Mai da un co-
dice Palimpsesto dell'Ambrosiana di Milano, P. U. pag.
2^3 f si legge; Feres prqfecto buona uenia i^eterem potestà'
tem et nomea Magistrì me usuryantem denuo- Ivi il Mai
fa questa nota : „ Ita cod. buona; et quidem duonum prò bo-
num legitur apud Festum; sic duellum et Duellona prò bel-
lum, et Bellona ( Varr. de L. L. VI. 3). Buona superest ad-
huc in vulgari Italorum lingua ,,. A queste citazioni di Fe-
sto e di Varrone doveansi aggiungere anche le sopra riferite
parole di Cicerone , dalle quali è manifesto che dnonoro
genitivo plurale di duonus, e duellum , e Duellium si pro-
nunziarono bonoro , bonus , bellum , e Belliura, quando le
orecchie del popolo romano all'antichissima pronunzia ne
sostituirono una che parve loro più dolce e gentile. E' da
osservarsi che Cicerone chiama contrazione il pronunziare
bellum invece di duellum, bonus invece di duonus, bis per
duìs; e così lo chiama perchè le due lettere d u si contrae-
vano in una sola, che era la b, la quale parmi dovesse pro-
nunziarsi dv, cioè, dva, dve, dvi, dvo, o sia cangiando la u
vocale latina nella consonante i^ , come invece di duellum
dvellum, di duonus dvonus, di duis dvis ecc (2). Ma perchè
(i) L*M finale si pronunziava quasi o, si che si confusero l'uno col-
r altro.
(2) Ne* dialetti Slain^ come Polacco, Boemo ecc» due o dua, come dice il
)( 93 )(
facilmente la d s'andò perdendo, o della d e della »/ se
ne formò la lettera b che in greco equivalse anche alla w
e cosi pure in latino, dicendosi venit, e benit, vixit , e bi-
^^^ f irsBspo^ ^^ greco, severus in latino; fu egualmente
pronunziato e scritto belluni bonus ecc. invece di duellum
e dvellum, di duonus e dvouus; e bis invece di duis e dvis;
rimasero per altro anciie duo, duae , duorum , duobus, ed
in lingua volgare due, e duoi , come boce, e bocìare. Ma
perchè nella bocca del popolo, ed in un' od in altro paese
non si perdono alTatlo gli antichissimi usi di pronunzia ,
perciò nei dialetti de'.popoli italiani, specialmente Romano
e Toscano, tanto antichi, quanto del medio evo e moderni si
conservarono, e si conservano modi della pronunzia e voca-
boli d' età remotissime, che non si adoperavano comune-
mente nel culto parlare latino, e non si adoperano nello in-
civilito volgare italiano. In questa categoria sono le parole
buono, fuoco, stuoja, suora, truogolo, tuonare ecc. per bone,
foco, stoja, sorella, trogolo, tonare ecc. nelle quali, ed in
altri esempj si adoperano le lettere uo meno comunemente
della congiunzione di esse in o nell' uso del parlare e dello
scriver comune. Ma gli antichi nostri, come si vede nel Cod.
pistojese ed in altre scritture, ed anche il popolo se ne servono
in molti casi non ricevuti nella scrittura e nel parlare della
gente più eulta, e dicesi talvolta truovare per trovare, suo-
nare per sonare (ma suono si adopera anche in parlare e
scrivere dalli uomini culti per distinzione della prima per-
sona singolare, e terza plurale del verbo essere).
Perchè i latini lasciassero l'antica pronunzia di duonus
D buonus, e forse di fuocus, suoror ecc. ed in altri verbi, e
nomi, non è questo il luogo di ricercarlo con maggior dili-
genza. Basti il dire che generalmente i Romani amavano di
soddisfare all'orecchie, e tutti i suoni od aspri, o rozzi, o
faticosi alla pronunzia sfuggivanli mutando o sostituendo
lettere affini più dolci, sopprimendo sillabe, accorciando vo-
caboli, ed accorciati congiungendoli ecc. Tutto questo ci fa
sapere Cicerone nell'Oratore perfetto „ Nam ut in legendo
oculus sic animus in dicendo prospiciet quid sequatur ....
quod quidem latina lingua sic observat, nemo ut tam rusti-
cus sit, qui vocales nolitconjungere „. A ciò riferisconsi gli
esempi da esso portati di duellum mutato in bellum ec. e
gli altri di duonusy Duellona mutati in bonus. Bellona ec.
e continuando Cicerone soggiunge: „ Libenter etiam copu-
lando verba jungebant ut s'odes prò si audes „ ecc. d'onde
odire per audire nell'antico volgare italiano. Or dunque non
è da maravigliare che se nel culto parlare e scriver latino,
uolgo ToscanOy e pronunziato dva. E^ nota V analogìa o la radice cotwt'
ne di molte uoci Slai^e coli* antichissima lingua latina»
)( 94 )(
ed in Roma si abbandonarono molti usi antichi di pronun-
zia e di scrittura, rimanessero questi più o meno nel bas-
so volgo, e nei luoghi più o meno lontani da Roma; per-
cliè Cicerone parlava sempre delia lingua di Rom^ , e non
di quella delle genti luoi i di Roma, dalle quali più, meno,
si mantenenno gli antichi linguaggi o dialetti , che stante
in pitdi la civiltà romana, rimasero come ristretti ne' loro
antichi limiti, e tra '1 popolo; ma caduta quella, si dilataro-
no e ripresero in certo modo 1' antico dominio che mesco-
lato colle rovine del culto latino andò poco a poco a farsi
universale nelle bocche o nella pronunzia, sin a che inco-
minciatosi ad usare anche nella scrittura come nelle bocche
sonava, i dotti a poco a poco tolsero quel mosaico, dirò così,
di voci e pronunzie, e introdussero voci, ed ortografia
de' buoni scrittori latini o romani; sebbene con troppo ri-
gore, o troppa ambizione, come già dissi; e così la lingua
volgare venne ad essere più eulta, più ordinata, più dotta,
ma spogliata di molte prerogative sue originali antichissi-
me, e specialmente di quella semplicità, e di quella naturai
bellezza che dovettero cedere all'arte ed alla imitazione.
Concludo pertanto che il vocabolo buona nel citato luogo
di Frontone non debbe riguardarsi per menduin prò bonus,
o per un errore del copista , ma bensì per una parola da
Frontone sostituita a bona in un tempo nel quale la lingua
latina non era più nella sua purità, e gli stessi letterati
quasi senz' avvedersene rintroduceano nella scrittura gli usi
antichi, e gli idiotismi del popolo ormai rientrati nell'uso
comune; e ciò faceauo molto più li stessi copisti.
Termino dunque colle parole di Cicerone (1. e). „ Quid
vero licentius quamquod hominum etiam nomina contrahe-
bant, quo essent aptiora ! nani ut duellum belLiim et duis
bis, sic Duellium eum qui Poenos classe devicit Bellium no-
minaverunt, cum superiores appellati essent semper Duel-
lii „» Dunque il pronunziare e lo scrivere diiono , buo-
no , uomo , cuore , suole , puole , puote , scuola ecc. in-
vece di bono, omo, core, sole, vole, potè, scola etc. è d' an-
tichissima origine, mantenuto nell'uso sino a' di nostri,
ne' quali tutta via si dice duello per combattimento invece
di bello , buono invece di duo/zo o hono, ecc.
D'0;;iz«»io per optimo, e per optimum ed optimw/w n'ho
parlato di sopra.
FcET per fuit, dedet per dedit, mereto per merito, sono
scambj di lettere frequentissimi nella lingua latina antica,
nelle lapidi, nelle carte notariali de' secoli bassi, e nelle
parole latine mantenute nella lingua italiana; d'onde le de-
sinenze delle terze persone de'verbi/ue, diede, legge, fece
ecc. invece di dedit, legit, fecit.
Corsica., per Corsica//2,urbe per urbe/w, conso/ per consul
)( 9^ )(
ecc. sono tutte maaiere di pronunzia mantenute nella Hi-
gua italiana. IN ci frarameuii L'viani si lascia spesso la in
in fine de^, quarto caso. V. Cic. nell' Oratore.
Questo cenno delle nioRe osservazioni che appartengono
ad alilo argoiiicnìo bastino a mostrale che nei tempi an-
tichissimi deHa lingua Ialina ciano le medesime incertezze
e varietà nella pronunzia e nella scrittura, che mantenutesi
nell'uso volgare passarono a traverso i secoli sino a noij co-
me si vede da' primi tentativi della scrittura della lingua
volgare presentatici nel codice pistojese, e come si conser-
vano neir uso comune del popolo tuttavia. Basti questo cen-
no anche a provare la falsila dell' opinione che tutte queste
diversità tra la lingua latina degli Scrittori classici, e la
lingua italiana sia provenuta dalle barbaresche invasioni.
Finirò quest'articolo in aggiunta al già detto nel Gap. 1,
della prefazione, con rimettere l'iscrizione del sepolcro di
L. Scipione nell' ortografia grammaticale latina, e poi nella
grammaticale italiana, seguitando tiolamente le regole della
pronunzia antichissima rispondenti all' ortografìa gramma-
ticale.
_,, Hunc unum plurimi consentiuut Eomae honorum opti-
mum fuisse viruQi Luciam Scipionera filium Barbati. Con-
sul, censor, aedilis hic fuit, cepit Corsicam Aleriamque ur-
bem, dedit tempestatibus aedera merito „ .
Lsto (i) uno molti consentono in Roma de' boni ottimo
fosse uomo Lucio Scipione figlio di Bai-bato, consol , cen-
sor', edile fue, prese (-2) Corsica, e Aleria città. Diede a
Tempeste tempio con merito ,,. Da ciò è manifesto che la
pronunzia dal tempo delli Sctpioui si è mantenuta, si può
dire, quasi la stessa sino a noi. È poi da credere che in quella
iscrizione non si adoperasse totalmente il dialetto volgare,
ma che fosse usata la maniera, dirò così, grammaticdie de-
gli eruditi d'allora. Se vorremo per esempio rimetterla nel
dialetto latino notariale de' bassi tempi , diià così:
„ Hunc unum multi consentiunt Romae de bonis optimum
fuisse hominem Lucium Scipionem filium de Barbato. Con-
sol, censor , aedilis ipse fuet. prehendit Corsicam et Ale-
riam clvilatera, dcdet ad Tempestates aedem mereto „.
Alle quali parole sostituita totalmente la pronunzia vol-
gare antichissima , e de'tempi bassi, saranno di nuovo affat-
to italiane così:
Isso uno molti consentono in Roma de'buoni ottimo fosse
(i) Non essendo mantenuta in volgare la parola hunc sostituisco esto
da islam,
(2) Prehendit im-'ece di cepit,.
8
)(96)(
uomo Lucio Scipione figlio de Barbalo. Console, Censore,
Edile isso fue; prendeo (i) Corsica, e Aleria città; diede a
tempeste tempio con merito ,,. Confrontisi ora il seguente
luogo del documento XIX a pag. ii8. delle Memorie Luc-
chesi etc. in data del ^70.
„ per singulo anno ego et heredes mei ... ad misso ve-
stro seu ad actorera vestrum de curte vestra in ipso loco,
tempore consueto reddere debeamus grano modia quatuor;
vino puro decimatas sex; porco anotino bono ; animale ma-
sculo bono anotino,- angaria quanta utilitas fuerit ad ipsa
curte vestra facienda, sicut ( manca) raassarii vestri
de ipso loco, et in tertio anno animalia vestra menare de-
beamus diligenter usque in Ruselle in curte vestra per nos
aut per misso nostro „.
In queste parole certamente non intese il Notaro di scrivere
affatto nel dialetto volgare (come mostrai nel cap. 1. della
pref.) ma si servì a preferenza della pronunzia volgare ana-
loga a quella che ci mostrano la iscrizione di Lucio Scipio-
ne, ed altri monumenti più, o meno antichi della lingua la-
tina. Nel resto la sintassi è latina, e grammaticale, sebbene
non in tutto conforme alla lingua de' dotti. Infatti rimet-
tendo le parole nella scrittura corrispondente alla fissa rela-
zione tra la pronunzia e la grammatica verranno latine così:
per singulum annum ego et haeredes mei ... ad missum ve-
strum seu ad actorem vestrum de curte vestra in ipso loco
ecc. „ e saranno secondo le stesse regole fisse di pronunzia
fatte italiane così: „ per singulo anno eo (2) e redi miei(3j,
a messo (4) vostro (5) di corte vostra in esso luoco,iu tempo
consueto, rendere debiamo grano moggia quattro ; vino puro
decimate sei; porco annotino buono; animale masculo buono
anotino; angaria quanta d' utilità sia ad essa corte vostra,
si come da . , . Massarii vostri d'esso luoco: e nel terzo an-
no vostri animali menare debiamo diligentemente in Rosel-
le in corte vostra per noi, o per messo vostro „.
Dal già detto, e da quel che successivamente verrà occa-
sione di aggiungere saranno accennate le ragioni che mostra-
no la derivazione dall'antico latino di molte voci e maniere,
che sembrano d'origine barbara, come è stata creduta la pro-
nunzia italiana; la lettura dei codice pistojese proverà effica-
(1) Prendeo per prende e simili dissero gli antichi*
(2) Gli antichi dissero eo per io,
(3) Dissero rede per erede,
(4) Gli antichi non dissero sempre al, del, dal, ma a, de, da anche
quando secondo V uso più moderno si disse al ecc» come in questo caso
direbbesi al messo» Il cod. pistojese darà molti esempj, ne' quali si ado-
pera il solo segnacaso o preposizione senza il così detto articolo,
(5) poster, vostra, nostrum si trovano in Plauto comunemente invece
di vester etc.
)( 97 )(
cernente quanto poco bisogno abbia la lingua italiana d'usare
i pronomi il, la, lo etc. sempre uniti col segnacaso ai nomi
come l'uso ba introdotto: ed altrove mostrerò, che pure
nella circostanza di doverli usare, viene dall'antica lingua
latina, e non da que'scttentrionali invasori, cbe piuttosto ne
hanno trasportato l'equivalente nelle lingue proprie col-
l'uso della così detta lingua romana anche da essi adottata
nelle patrie loro per gli atti pubblici e di formalità; come
mostrano i capitolari di Carlo Magno e de'suoi successori in
Francia ed in Germania, e la legislazione, e gli atti pubblici
presso altre genti. Per mancanza di queste osservazioni il
Ginvenazzi nei citati frammenti Liviani a pag. 33. credette
di dover fare le seguenti correzioni :
a pag. 19 e 2^ Hertulejum H'irtulejum
Administrare Jdminìslrarì
a pag. 20 e 29 /jusitaniara Liusitaniam
Che lo scambio delle lettere R ed L fosse in uso ne' tempi
latini si può credere dalli esempii che ne rimangono tuttora
neir uso del dialetto pisano, come Carsolaio per Calzolaio^
ecc. ]Nel pistnjese Rusignolo e Lusignolo ecc.
a pag. 20 e 3o ienit p-enit
a pag. 20 e 21 Fivonvxm ^eronum
Pag. \. v. 24. MACTo, dalla greca voce IJ,Ó,TC110(^.
V. 26-8. DE l'oro e de l' argento fae btjrbakza, e de le parole tue
FAE STATIEIA — Fae "^Qv fai col solito scambio dell' e colla i;
burbanza alterigia, uanto, ambizione, vanagloria', statieia
per staterà, cioè misura» INell' originale latino è Avgentum
iuum confla , et verhis tiiis fucilo stateram. Confa ar-
gentum tiium, cioè ammassa, raguna. Se statieia sia errore
invece di staterà non posso deciderlo,
v. 29. DiscouEÉsi per discorressi»
V. 37. Nell'originale è scritto inexcusabilis, e così nella lettera di
s. Paolo. Il copista lasciò la particella negativa, ed io l'ho
supplita.
Pag. 5. V. I. PERCHÈ PREDICHE LO SCURO ED INVOLLE. Prediche per prediche
come dubite per ànhìti e simili, col solito scambio delie
lettere e ed /; iuvolle cioè involli, involi. Orig. lat. „ Qui
ergo alium doces, te ipsura non doces, qui praedicas non fu-
randum, furaris.
V. i5. Efecto. Nel cod. è scritto afeclo ma il senso, e l'essere
scritto efecto poco dipoi, ra'han fatto correggere efecto; mol-
to più che l'orig. lat. dice : „ Quinto requiras eOtctum tuae
locutionis. „ afecto sta per effetto col solito scambio delle
lettere a ed e, ma ho voluto evitare che si prendesse per af-
fetto.
V. 22. Propensato, cioè pensato innanzi; infatti nell'orig, lat. è
praemeditata loqui.
V. 26. MAGioRE MESTE. Spcssc yolte questo e simili avverbi sono
)( 98 )(
scrilti COSI divisi. Ecco le parole di Sci p. MafTei nella sua
eruditissima dissertazione siillri origine della lingua italia-
na ,, Anf'lie la maniera piii frequente de' nostri avvorbj era
nsitalissiina dalla gente comune, e traspira in Ovidio , che
per dire clie starà fortemente a cavallo disse : insislam for-
ti mote (Amor. lib. 111. elcg. 2. ) ed in Apnlejo leggcsiyw-
cìinda mente 7"?.?po/7r//7 ,,; ed invero considerando io che la
prima parte di tali avverbii è sempre nn aggettivo feminino,
e di desinenza comune da essere accordato con mente che ne
seguita, mi fa credere die il Mafl'eì abbia ragione.
Anche nei capitoli di C.irlo Calvo a pag. oS^. ediz. di Pa-
rigi 1623. ^eggesi ,, Unicuiqiie in suo ordine convenit audi-
,, re et devola mente suscìpere. „
Pag. 5. V. 35. L\ DEiCiUBA. per se wedesmo risprende. Potrebbe parere do-
versi coneggere mcrìcsma. Lascio come sia perchè forse è uno
de' soliti scambìi delle lettere a, ed o; ovveio è m rlcsnio in
senso l'eutro come per srmeiì'psnm; nel cod. è scritto ma si-
gilla; ho corretto rmxf.i'^illa secondo l'orig» lat, fuglto.
GAP. 11.
P&g. 6. V. I. SoPBA LA. PABA.ULA CHE, P,ìrania o parola deriva dalla greca vo-
ce Trace- (ZoÀij-)'^^^?^'' zione, similitudine, passata nella
lingua volgare dal testo evangelico,dove spesso Icggesi 7c5M.y
cìixit paraholam» Di qui vcnneio anche parabolare ep^'va-
uolare e paraula e paravola, per contrazione parlare e paro-
la ; come di «yz/rura, aiiàìve, \iaìicas ecc. oro, odire, poco e
simili, quantunque in molti vocaboli si mantenga 1' una e
l'altra prommzia : p. e. dicesi roco e r«uco , po^a e p<7?/sa ,
p^^sare e p«^/sare , ed anche in u odire , z^dire; in altri ri-
mane solamente l'antica pronunzia e scrittura, come «z/da-
cia, ftìtwtore, «r/tore; così da tabula ne vennero tavola, tauia,
tol ; ( in veneziano ), da Angusto Agosto ed ogosto.
CE invece di che trovasi in molti codici, ed altre scritture
sino verso la metà del secolo XIV. Parbi disopra dell'aspi-
razione delle sillabe ca,ce, cz'. Nella voce che non è solamen-
te un' aspirazione , ma una manierai di scrivere la pronunzia
delle voci latine, c/iiUf qui, qiie^ quo, dalle quali derivarono
le sillabe volgari chi, che, ca, co , in moltissime voci ; così
da qui e qne vennero chi, che; da r/?/omodo corno e come; da
<5f?/^/lItas e suoi derivati c«Htà nella pronunzia volgare , da
qnicumqjie , chiunche (i); da quaerere , chevere, da. quc'
rela cAerela, da quatuor c«ttro in pronunzia volgare; ma per-
chè ci e ce nella pronunzia volgare alle volte suonavano chi
e che, alle volte ritenendo il suono del nome delle dette let-
tere, si pronunziavano ci, ce, ed i meno esperti scriveano
indifferentemente ci, ce per chi, che, ci, ce; gli eruditi
prescrissero che nel primo caso si aggiungesse V h, e nel se-
(l'y Da qualiscumque calunche e qualunque.
)( 99 )(
condo si lasciasse la e col suo suono naturale; così scrissero
c<?na, cercare, cerchio e non chena, c/urcare, chevchio, al
contrario clerico, c//c, chioào da clai^tis ec. invece di ceri'
co, ce, ciodOf quantunque in qualche dialetto si dica dodo
e c/i/cala per c/cala; disliiizione che il popolo facea ccH'orec-
chio nella pronunzia, ma non scrivendo, come pure a'dl no-
tri i più ignoranti scrivono tuttavia ce e ci per che e chi.
Dicasi lo stesso della lettera g il nome della quale suona gi,
o gc,e perciò si trova scritto giisio per giusto. Gesù e Giesìi
€ simili. Sul principio dunque pensarono di avervi rimediato
coll'adoperare la greca lettera K scrivendo Ke, Kì. Cosi in-
fatti si vedono scritte queste due sillabe nel testamento del-
la contessa Beatrice, nelli statuti dell'opera di s. Iacopo di
Pistoia del i3i3, ed in altre molte scritture. Continuò la
scrittura dell'altre sillabe cha, choichu, sino a che, e dove
prevalse la pronunzia volgare fiorentina anche nella scrittu-
ra ; cessata questa nella scrittura, non più si scrissero con
aspirazione quelle sillabe ; e rimase nel solo caso di doversi
determinare la pronunzia aspirata o gutturale della e avanti
all' e, «d all' i.
Ma o sia pei-chè non piacesse poi d'adoperare quella lette-
ra R^ o sia perchè veramente s' accorgessero gli eruditi che
in greco eqnivalea tanto nella scrittura, che nella pronunzia
alla lettera e, onde piuttosto avrebbero dovuto servirsi del
•^ equivalente al eh, preferirono di rifiutare quella figura al-
fabetica greca, e di scrivere che, chi per distinguere quando
doveasi pronunziare la c^ dirò cosi , gutturale, sebbene fos-
se ugualmente unita alla z , e quando rimanea col suono suo
linguale di ci o ce , coraeinc/bo, cesta ecc. Anche nelle
voci derivanti dalle latine c/«vìs, cZ^usus, c/«udere , cla-
vus, c/amare etc. la pronunzia è c/u'ave, chiuso, chiudere,
chiodo etc. e ciò credo sia nato dalla pronunzia antichissima
del popolo a cui dispiacendo il pronunziare le due lettere
ci le pronunziasse per ci, o per chi ; infatti in molti luoghi
si dice clave , ciodo, cìudere (i), clamare; in altri, chiave ec.
come in Toscana; onde que' primi eruditi nostri introdusse-
ro la medesima scrittura anche per queste voci ; affinchè non
fosse pronunziato ciodo, ciamare etc. e per indicare che la de-
rivazione di questa sillaba era diversa dalle semplici e/, ce.
Lo stesso debbesi dire delle voci terminate in chio, come
pinocchio , pidocchio, montecchio, pistacchio, serchio, cer-
chio, occhio etc. derivanti da piniculus, o peniculus,j.pedi-
culus, monticulus, pistaculus, auserculus, circulus, oculus,
che contratti pinoclus, pediclus, auserclus, circlus, oclus ec.
furono pronunziati pinocchio^ serchio, montecchio,"cerchio,
(i) Chiodo, chiudere, si dissero da clafus, e claudere per la naita-
zione dell'ali in Uj ed in o, e dell' u in o, come dissi, e dirò in appresso.
X 100 )(
occhio invece dì cercio, ed occìo, etc. come pure in alcuni
luoghi 8Ì dice per cerchio e per occhio.
Pag. 6. T. 3. Che tuo die. Ciò die tu di' , per dici colla solita paragoge od
alhingamenlo della e infine delle parole tronche o monosil-
labe, come tue, hoc, andoe, die, fae; alle parole l'accento in
fine non essendo altro che il segno del troncamento di que-
sta paragoge , come però invece di peroe, sarò per saroe, li
per He»
Ivi, LI od ELI invece di egli.
▼. 7. ACHACTA per acquista; questo verbo è d'uso comune nel dia-
letto veneziano per comprare, acquistare ecc. come cattar
lode per acquistar lode etc.
T. Ut LA LiTSANZA. Tutlavìa il popolo uniscc l'articolo al nome ed
al verbo sì che ne fa una parola sola, V. nota a pag. 5o. v. 6.
T. l4« SEMPiCE e senpice, idiotismo per semplice.
T. 18. POSSA per poscia ; e così sempre» Nelli statuti dell' Op. di s.
Jacopo del i3i3. si adopra ugualmente.
Pag, 6. V. 24. FiDELiTADE. Qui non si parla della fidelitade politica di cui è
spesso fatta menzione nei capitoli di Carlo Calvo , ma della
fidelitade nel mantenere il segreto. L'originale latino dice
,, et si contigerit fìdelitatem mendacio redimere non men-
tierls, sed potius excusaberis, quod ubi honesta causa est ju-
stus secreta non prodit ,,. Nel codice manca la parola escu-
sato, càio l'ho supplita dal testo latino; e si vede dallo
spazio rimastovi che fu rasata da qualcuno, che non ammet-
tea il dire bugìa per conservare il segreto confidato.
Ivi. Ca-SCOke, rascone è scritto nel cod. per cascione, rascione; ho
supplito la i corsiva. Dissi già che il volgo scrivea la lettera
e secondo il suono del nome di essa chiamata ci o ce, senza
aggiungere la i.
T. 28. Secreto riposo, cioè, sì a lui è riposo segreto , e poco so-
pra: la sacrata cosa invece di secreta o per iscambio del'
l'è in a, o da sacratura, sacramentura per cosa giurata, cioh
sagrata»
Nel testo se li è, cioè sì gli è.
v. 3o. EO per io da ego,
v. 32, TUO per tue; collo scambio dell'e in o.
Pag. 7. V. 2. CHE fughe; che tu fugga, o che tu fughi da fugare; trovasi in
questo cod. diche per dica, sapie per sappia etc.
y. g. V invece di o.
V. IO. Senagha, per Senecha, e trovasi anco Senocha per lo scam<
bio delle vocali a e o.
V. 16. di lungi; nell'orig. lai. corrisponde a diuturnus,
V. 17. isTU trasposizione in vece di si, o di se tu.
V. 28. espeza per ispeza.
V. 38. Nel cod. è scritto tenza ; ma 1' origin. latino dice: ,, quia
licentia eorum imprudentiam nutrit ,,. Sembra dunque che
tenza sia errore del copista invece di licenza» Tenza signi-
fica tenzone.
)( loi )(
V. 39-40. e' wok siNE AMENDA LEG1ERME^TE; cì non se ne amenda fa-
cilmente, lievemente; tìraendare invece di emendare.
Fag. 8. V. 8. Udiato per odiato ; scamltio frequentissimo anche presso i La-
tini come seri'os per servus in Plauto ; dal quale scambio ne
derivarono tutte le terminazioni in o de' verbi e delle voci
terminanti in unt, 11, us, um. ( V. nota pag. 4* v. 7.)
V. 9. 'ne la. nona. Nel cod. in luogo di nona è scritto notissima ,
ma il contesto obbliga a sostituire nona.
y. 18. Mostre per mostra o mostri.
V. 21. E LE INGIURE COSÌ RIE NON SOLAMENTE IMPEDISCIE LESSIUGCLARl
PARTE MA TUCTA LA PROVINCIA GUASTA. Orig. lat. ,, injuriaC
namque et contumeliae tam pessiraae sunt ut non solumcui-
Jibet singulariter noceant , sed et regnum propterea destru-
ctiouem et mutationem patiatur. 1 verbi singolari ìmpedìscie
e guasta sono retti dal nome plurale le ingiure ; solito idio-
tismo antico male a proposito corretto nelle edizioni a stam-
pa da alcuni eruditi.
Parte per parti.
Lessins^itlari, Nella pronunzia antica e nei codici si rad-
doppia la consonante che succede alla vocale ultima della
prima parola nelle voci composte , od unite , specialmente
quando la prima è troncata_, come sossopra invece di sottoso-
pra, vossignoria per vostra signoria, e quando la preposizione
è unita al verbo, come apprezzare assolvere dai verbi latini
adpretiari , absolfeie, od anche exsoli^eve. Lo stesso accadea
pure quando per la pronunzia l'articolo si pronunziava e scri-
veasi unito al nome, come lessingitlari per le singolari. Pres-
so i latini questi raddoppiamenti erano comunissimi , e lo
sono tuttavia nella lingua italiana nei verbi latini di questa
classe che vi rimangono; come corrompere, assopire^ affer-
mare, apparare ec.
Pag. 8 V. 29. STROPPIANO. Orig. lat. „ si possunt non propulsane ,, Qui
stroppiare vale impedire.
V. 3i. ALTRE per altri.
V. 82. èn per ène, che i contadini pistojesi dicono tuttavia per è.
V. 35. rciDiciMA da undici per undecima,
V. 37. s'eli per se egli.
V. 38. PER LE scHiERKE DI LUI FARE, cioè per le schìeme fare di lui.
ivi. Piuo per piue.
V. 4<^' Argollio, per orgoglio ; cioè secondo l'orgoglio dell'amore
proprio si scema l'amore verso l'altro amico.
Pag, 9. V. 7. u' È ... . uv' È ,• di qui è manifesto che u sia troncamento di
uve, ove, dal latino ubi ; e per ciò vi posi l'apostrofo u\
V. IO. Da dio e da le genti, da per de, e per di ; consoliti scambi.
V. II. diche per dica.
V. 16-17. Qui l'autore vuol dire che egli non dà tutti questi avver-
timenti al suo figliuolo perchè suppongalo peccatore in tutti
i vizj che gli insegna fuggire ed emendare; ma soltanto per
)( '02 )(
ammaestramento; giacché soggiunge, non è da credere che
noi possiamo fare tutte le cose che sono contra li buoni co-
stumi.
Y. 21. DFi per dee o deve, o debbe.
V. 34. ASSEMPRi , noto arcaismo per esempii da exemplum cangiate
le lettere e in a, e la / nella afllne r più comoda a pronun-
ziarsi dopo la p. Questa è uua conferma del detto nella nota
del V. 27. alla p.ig. 53. intorno alla pronunzia della lettera x
cambiata in due 5? ecc. anche dai Ialini ; e quindi arrivata
sino a noi che diciamo esempio; in alcuni dialetti e^jempio;
«55cmpro.
T. 36. Nel cod. è scritto: ,, e l'altro ditioni sel'amicho tuo che non
teme che si faccia neraicho. dise pelro alfunso per li amici
ec ,,. E manifesto esservi perturbamento di parole ed omis-
sione per colpa del copista. Nell'orig. latino si legge : ,, sic
habeas amicum ut non timeas illuni fieri inimicum, et petrus
Alfuusus dixit propter amicos non proba tos provide tibi se-
mel de inimicis, et milies de amicis ; quia forsau amicus
quondam fiet inimicus, et sic levius poterit perquireredam-
num tuum,,.Ho restituito questo luogo guasto attenendomi
alla parole dell' originale latino.
C A P. III.
Pag. IO. V. 12. Alegersi per eleggersi più analogamente al latino eligere.
Alegersi risponde ad eligere sibi.
T. i5. nel codice è alwe; può stare per altr/ o per altr' e', cioè altri
ei debbia ec.
V. 17. Nel codice sta: provato e serto (se pur non è abbrev. di se-
creto). L'orig. lat. dice secreto e così ho sostituito guidato
anche dal senso.
V. 33. TAi per tali.
V, 36-7. coGNosci. ..cognosciuto così tuttavia si pronunzia nel con-
tado pistoiese analogamente al latino cognoscere.
V, ^o.^eì codice: isiu pai le chol a^io maclia. Corressi come sta
nella stampa secondo il testo lat. „ tJtrum sapienti an in-
sipienti loquaris.
Pag* l(. V. 4* CHI DICE AL MACTo SAVERE ec. Orig. lat, y, cum dormiente lo-
quitur qui narrat stuUo sapieutiara. „ savere dunque sta per
lo sapere per la sapienza,
V. 7« TJSANTHA per usanza; ved. il detto nella nota di pag. 3. v. i\*
T. IO. Mal^asio invece di malvagio, o malvaggio ; voce rimasta
nel dialetto veneziano; ma in quel tempo si vede che la
lettera g pronunziavasi per e dolce anche in Toscana, co-
me si può dedurre parimente dal trovare scritto rascione
e rascone per ragione ec. che pare dovesse avere un suono di
s mescolato colla e, ossia s strascicata quasi nel modo che si
pronunzia dai fiorentini la g seguendo la e o la i come 5gen-
)( io3 X
le, ca^^ione; .ili' opposto de' romani, ed altri clie raddop-
piano la g, e nel principio e nel mezzo delle parole la bat-
tono forte pronunziando aggente, caggione ecc.
Vcd. il detto nella nota a pag. 4. V. 4^
Pag. II. V. ia-i3. L'uomo ch'À thoppo paraule ecc. ,, perilioso abita il
linghoso ne la sua cittade ecc. Nel Cod. è scritto perilioso
albita 'l linghoso ,, forse debbe leggersi alberga» INell'Orig.
iat. *' terribilis est in clvitate sua homo linguosus ,,. Queste
poche parole sono così espresse nel cod. Riccard. n.^ 1737.
„ Che disse lo poeta l'uomo imparaulato non sera amato iu
terra, e gesù sirac disse: l'uomo troppo linguto grande co-
sa est, le brige non sono per lui in de la citade perchè quelli
che follemente favellano si è che siano odiati ,,.
Nella edizione del 1610; " che il profeta dice: l'uomo
imparolato non è in terra amato; e Gesù figliuolo di Sirac
dice: l'uomo troppo linguardo grande cosa è, le molte brighe
non sono per lui nella città : perocché coloro che follemente
parlano n' è mestieri che sieno odiati.
Ivi TERA per terra, v. nota alle pag. 3. V. i.
V. Il, Malli per mali.
V. 27, credenze cioè segreti; secretuin quod /Idei alterius ereditar.
GAP. IV.
Pag. 12. V. 6. SIA vero; sia verità.
V. 7. OMANA OTiLiTADE. V. nota a pag. 4. V. i3, ed a pag. 8. v. 8.
v. 9. SAVIO DI RAscioNE cioè il dottore di legge , oggi detto anche
avvocato, che dà i cousigli, ì pareri sulle questioni legali,
V. 19. Nel testo latino è ,, ex alieno incomodo suum augere corno-
dura et maxime de exiguitate mendici ,,. Forse il tradut-
tore Soffredi lesse nel suo cod. comodo in<7ece di incomodo,
T. 21. Crudelitadi, nell'Originale Iat, Magliabechiano da me ve-
duto leggesi credulilas; onde preferisco la lezione del cod.
pistojese che ha crudelitadi, perchè tjoffredi avrà letto cru-
delitas^ o crudelitates. Nella edizione del 1610 questo capi-
tolo è mutilato , e molto parafrasato nella parte che ne
rimane.
V. 23. PREiTi. Di qui può rendersi ragione perchè da' Latini, ed an-
che nella lingua volgare antica si scambiassero tanto facil-
mente le due lettere « ed e, e tuttavia in molti vocaboli e ver-
bi si conservi questo scambio nella pronunzia e nella scrit-
tura. Dice Quintiliano che la lettera e non era nella pronun-
zia né bene e_, né bene i, donde ne nacque che si scrivessero
le medesime parole talvolta per ei , tal' altra per ? , o per e,
come omnes ed oraneis, omiie ed omn^ ecc. in latino; e prete
e preite iu volgare; nella stessa maniera che presso i Greci
le lettere y ed /, o m ed ; si scambiano pel suono misto della
Df e della / j cioè di quella, tra la j; e 1'^ (upsilon ed iota);
9
)( M )(
di questa, tra 1' 5 e la ; ( epsilon ed iota ). Il popolo fioren-
tino, specialmente delle campagne , conserva sempre nella
pronunzia in molte voci questo suono misto, come nella pa-
rola prete, sì che odasi il suono della e, e della « alquanto con-
fuso ; come pure in altre voci segue lo stesso d'altre vocali.
Kelli Statuti deirOp. di s. lac. del i3i3 è scritto costante-
mente preitì per /^/'ea", quantunque oggi in Pistoja non oda-
si più nella pronunzia. Da questa ed altre voci si può con-
fermare che in antico le pronunzie, come le parole, fossero
meno circoscritte.
Pag. la. V» 27. Tutto questo pezzo, nel quale sì condanna l'abuso fatto dai
oberici del ministero loro, manca nell' ediz. a stampa del
l6lo, e per conseguenza nelle ristampe. Degli abusi enormi
commessi dal Clero in quel tempo può leggersi ciò che ne
scrisse il Vescovo Isconense Jacopo da Vitriaco nell'ope-
ra intitolata De rebus et stani Terrae Orientalium , nei
capp. 66-67.
V. 28, PARLANO PER LA. PROPRIA. UTiLiTADE cc. INell'Orìg. lat. è „ prin-
cipaliter dicunt prò humano comodo et prò bonis praeben-
dis, et secundario prò servicio; quod facere non debent. ,,
Anche qui prò humano comodo è tradotto per Vumana uti-
litade; dal che vien confermata l'osservazione che ho fatta
di sopra al v. 19.
V# 39. DEI per dee o deve.
C A P. V.
Pag. i3. V. 8. SE 'bria ; si oblia.
V. II. AVA.CHARE per allacciare, affrettare.
V» 16. LO NON TUCTo SAVIO FACTO ecc. Orìg. lat. ,, indocta actìo lau-
dera tamen consequitur si optime proferatur ,,. Ma qui actio
è in senso oratorio, e perciò fu male spiegata -^^er fatto,
vr. 19-20. AMENDARE .... iNFiATE ALEVATE j Soliti scambj dell' a per e ,
della ì per e. Nell'Orig. latino i^el alienata et in Jaucihus
fendentia» Tutta questa descrizione della prononziazione e
dell'azione oratoria è una parafrasi dello stesso argomento
nel libro della Rettorica ad Erennio, e ùeW Oratore di Ci-
cerone. Eccone le parole del libro de Oratore ,, Sed etiam
lingua, et spiritus, et vocis sonus est ipse moderandus; nolo
exprimi literas putidius , nolo obscurari negligenter , nolo
Verba exiliter exanimata exire, noloinflata, et quasi anhelata
gravius. E dunque manifesto che invece di a Iettate, e di a-
lienata debba leggersi alenate ed anhelata. Wel pistojese il
popolo dice allenato per anelante.
V. 23. voLOGALE. Neil' Oiig. latino nec supinus i^ultus. Debbe leg-
gersi inoliale come corporale, cervigale, gambale, pedale di-
consi le parti del corpo appartenenti alla cervice, alla gam-
ba, al piede, così uoltale quella parte del corpo che appartie-
ne al volto poteva esser detta.
)( '05 )(
Fag. i3, V. 3o. DIE per di' invece di dicìf prolungamento del tronco mono-
sillabo di', come fa* da fae, e fai Y^er face ò.Sifacìs,facit e da
fuc troncamento di face anche in latino.
Pag. 14. V. 5. LO TRo' biasmare; sincope o troncamento di troppo.
Ivi ALTRE per altri.
V. 12. MAMA. Nel codice ò scritto /n«/a,onde è incerto se debba leg-
gersi nianìuyOmuctia. Ho preferito mania, perchè la seconda
voce avrebbe l'abbrevazioiie di due lettere ; nel codice ordi-
nariamente quel segno indica mancanza d'una sola. Vero è
che neirOrig. latino è ,, stultitia magis speranda est quam
illius correctio ^.,.]\Ia la traduzione non è sempre esatta nel-
la corrispondenza.
v. 26-27. voLACE .... I NON CONTI ecc. L'Ofìg. lat. dice: _,, vidisti
hominem velocem in omni opere suo. Coram regibus stabit ,
nec erit inter ignobilem „. Secondo queste parole ho emen-
dato il testo del codice che sta così: , , vedesti Tuomn volace
in tucte sue opere de' nanzi da die strae, e non serae intra
noi conti „.
I non conti cioè in non molto nobili; nominansi i conti
per antonomasia e intendesi de' più nobili.
Nella stampa il punto interrogativo è dopo uolace. Io
non so se uolace debbasi intendere per l'eloce; o sia piutto-
sto errore del copista invece di ueloce, Nella edizione del
1610 è frettoloso ; ma il punto interrogativo debbe stare
piuttosto dopo opere»
v. 37-38. sosTRATE. Nel Codicc è così, ma nell'Orig, lat. et Socrates,
Pag. i5. V. 3. FAO per favo; tolta la ietterà p- abominata dai fiorentini.
Anche questo capitolo nella edizione del i6io è molto pa-
rafrasato.
GAP. VI.
In questo capitolo nella edizione del 1610 manca tutto
quello che spetta alle sette parti dell' ambasciata, ed all'e-
sempio preso dall'ambasciata dell' Arcangelo Gabriello alla
B. V. Maria.
Piig. i6. V. 27. IN PROVANO di sancto Aiuolo.
Nel Cod. leggesi in protrano: dopo molta difficoltà si per la
lettura, sì pel significato di questa parola, sono venuto nell'o-
pinione che protrano sia lo stesso di prebano, trovandosi spes-
so scambiati prò e pre (i) nei codici, non meno che le lettere
b, V. Se inoltre osservisi allo scambio comunissimo delle
lettere r ed l, avremo plebano per prebanio, o PLebania se-
condo lo scambio più volte notato dell' o e dell' a, dal latino
basso Plebania ora Pievania. Perlochè ser Soffredi sarebbe
stato pistoiese e dimorante nella Plebania o nel piviere di
Aiuolo, che tuttora sussiste.
(1) Anche nelli Statuti dell' Op. di s. lac. si trova /^robenda invece di
p7*ebenda.
NOTE
al volgarizzamento
DEL TRATTATO
DEL VERO CONSILIO
E
DEL CONSOL AMENTO
CAPITOLO L
Pag. {9. V, ^. PER MIA SCIENZA. Nel Codice è solamente per mia;ho supplito
scienza dall'Orlg. latino, che ha prò modulo mene scientìae,
V. 12. ANDOssi A TRASTULLARE. Nel cod. Baigiacchi anJoe per pren-
der solacelo.
V. i3. APUOSE per aposte dal latino apponere, t^ol^. appore, acco-
■^ stare, appoggiare. Nel contado pistojese dicono sin ad ora
poso per posto ; e come posto è sincope di posilo, cosi di pO'
sto è sincope poso.
V. 22. Ovidio uè amore. 11 testo latino: recordata de inerbo Ot^idiì
de remedio amoris.
V. 26. impathe; impaze. V. il detto alla pag. 3. v. i4»
Nel cod. Barf^. ,, stolto perchè ti smaini _,, dal greco
è/ilJ àlVOU.Cl infuriarsi. Cod. Barg. ,, perchè lo vano dolo-
re ti costringe lo tuo pianto forhi le tue lacrime e
guarda quello che tu fai:
Ori gin. lai, Stulte quid insanis, quid te dolor urget ina-
nis ? Acquirit gemitus premia nulla tuus.
Pag, 20 V. I. guarra' per guarirà.
V. 3. CON QUELLI MEDESIMO ANIMO, invccc di con qiielTo» \
V. II. antri V. pag. 3. v. 14.
V. i4« PROPiA COSA È DE l'anIxMo ecc. Cod. Barg. ,, propria cosa è
del animo bene ordinato d'allegrarsi de le buone cose, et di
di dolersi de le contrarie. Prudentia disse e rispuose; vieta-
to è di piangere, e di molte lacrime ispavgere, ma dei osser-
vare lo modo trovato da Senecha. Orig* lau Et M. Tullius
dixit : proprium est animi bene constituti et laetari bonis re-
bus et dolere contrariisj plorare autera ac lacrimas multas
)( 107 )(
fondere prohihitum est. Modus vero a Senecha iuventiis est
servandus „. Al mio codice corrispoudono le surriferite pa-
role nel cod. Barg. letteralmente con qualche trasposizione.
l*ag 20. V. 18. wo DA piahgeke: cioè, e non discorrano da piangere.
V. 10. RiPAKABE l' amicho. "Nel Codlce non può leggersi chiaramen-
te; pare che dica asiare L'amicho ; neWOrig* lettino „ san-
ctius est aniicum re^arare, quam fiere ,,.
TV. 21-29. LA TRISTITIA DI QUESTO SECOLO DAL ANIMO TUO AL TUCTO DI-
SCHACCIA. Cod. Bavg. „La tristitìa di questo secolo al postu-
cto dal tuo animo caccia „. È scritto ripetutamente Z^titia ,
ma sopra le lettere t ed s sembra aggiunto della stessa mano
un j, sì che pare debbasi leggere a'itizia. In più luoghi scris-
si tristitia perchè poco più in dietro leggesi iriUo e non ti^
sto; e più inavanti contr/slare ; ma ho lasciato lìstitia,du'
Litando , che come altre parole, così questa si pronunziasse,
e si scrivesse talora f/stizia e tristizia,
T. 3i. ciAscHUNo PONDO. Nel mio codice dopo c/a^cZ/f/zio pare scritto
chancho, ma dovrà leggersi chavcho o charicho: wgW Ovig»
lat. è slaL rcctus sub quolibet panciere* INel cod. Barg. stae
dricto sodo ciascuno pondo-, dopo aver messo nel testo ;;ort-
doy e già stampato il foglio, mi avvidi che potea leggersi nel-
la suddetta maniera, cioè charcho,
Piì^^.. 21. TV. I-2.NON PIANGERE perchè tuoabie perduto buono fiUiuolo, ma ra-
legrati che l'avesti chotale ,,. Cod. Barg. non piangere che
hai lo buono figliuolo perduto , ma allegrati che cotale
V attcsti.
V. 3. Per maggior chiarezza riportole parole dell'Or/g. Z«(. ,,lNul-
la res citius ad odium venit quam dolor. Recens dolor liben-
ter ad se consolationera inducit ; inveteratus vero deridetur
non immerito: aut siraulatus est enini,aut stultus. Et certe
tristitiam hujus saeculi repellere debes, quia verum est quod
beatus Paulus dixit : saeculi autem tristitia mortera opera-
tur; quae secundum Deum est tristitia, poenitentia est,salu-
tem stabilem operatur, et ideo a te nullo modo repellas, sed
potius iilam diu, noctuque studeas habere.
V. 7. AT per ad.
V. 12, TrcTo CIÒ ch'ai dicto è vero e utile ecc. Cod. Barg, „ Me-
libeo rispose tucte queste cose ch'ai diete sono vere e utile ;
ma pur l'animo mio turbato in tanto mi caccia che non so
ch'io mi faccia. Allora Prudentia disse: rauna li provati et
li fedeli amici e li parenti , e da loro diligentemente sopra
queste cose Consilio adimanda, e segondo lo loro consiglio ti
regge . che Salomone disse: tucte le cose fa' con consiglio ,
e non tene penterai.
V. 34. A BUONA E SPIANA SANTADE. Orig. lat. ad bonuìu et plenum sa-
nitalem. Forse il traduttore invece di plenum lesse planam,
e tradusse spiana cioè spianata^ J^acile» Il vocab. ha spiano
per ispianata, spianamento, ma non spiano aggettivo.
)( io8 )(
Fag. 22. V, 7, I8PRESCIAND0 ; nel Coti, dopo // amici suoi pare scritto sepre^
stando'^ ed ho sostituito ispresciando, cioè ispregiando.
L' Orii^» la t. dice „ adversariorum insuper eoium impo-
tenliam vilipendendo , dii^itias ucvbis adnihiiando ,,, Le
parole segnate che mancano nel codice le ho supplite in ca-
rattere corsivo dal codice Barg,
V. !»4' QtJANViSDio CHE per quantunque; latinismo come eziandio da
etiamdeus, nelle quali maniere di dire par che sottintenda-
si quamwis Deus uellety etium Deusjaxit quod.
V. So.issE DIO invece di esso Dio, dal latino ipse Deus* Anche Dan-
te adopera isso» Nel Cod. e disse dio,
P^g. 'j3. t. 2. AMuccHiARLA, cloè mandarla a monte, a mucchio, far monte,
come suol dirsi.
V. 7. ANTRATA per entrata col solito scambio delle lettere a ed e.
Nel pistojese il primo accesso della casa dei contadini è chia-
mato Jntrone cioè l'ingresso; per entrone s evirata ; ed en-
troni, introni dicono per molto addentro.
V. l3. suo, paragoge di su', come tuo per tu; overo sincope di suso,
da sursiim.
V. i5. INeir Otig. latino è aggiunto sollicitaque cura, e per ciò ag-
giunsi e chon solicila cura.
Ivi TucTA GHOTAi CHOSE per tuctc ccc. come ogna per o^ni ed
o^ne; fructa, mura j)er frutti, muri ecc.
V. 18. E ANCOR LUI FUE DicTo. Nel God. „ e ancor lo suo dicto ,, nel-
VOrig. lat, ,, dicturaque etiam tuit iUi ,,. Onde attribuisco
ad errore del copista lo suo dicto invece di lui fue dicto,
V-20. la' u'kon SE'uDiTo;qui mancano alcuni periodi deirOr%./«f.
C A P. 11.
Fag. 24* V' 18. CREDENZA, tenere credenza qui vale tenere il segreto'^ segre-
tezza,
T. 20. Nel Cod. è scritto chella per cella, ossia cela] altrove si legge
cheìave per celare.
C A P. HI.
Pag. 24-25. V. 33. e ses,, perciochè la veritade e l' utxlitade delle cose
sempre dapoghi sain si cognosce meglio, che dal popolo gri'
datore; perciochè nel ramare del popolo non à neuna cosa
d'onestade ,,. Questa verità con altre che al tempo di Al-
bertano facea conoscere 1' esperienza ,' andò poi con altre
molte in dimenticanza; ma la stessa esperienza a' di no-
stri r ha fatta nuovamente conoscere.
Fag. 23. V. '>.o. QUANVis DIO Vcd. a pag. 22. v. 24.
V. 89. MAI per mali, e trovasi anche ma',
v. 40- TUO per tue.
Fa-7, 26. V. 4' ^°^ VOLER esser vinto. Nel codice è scritto non i^oler esser
servito f errore del copista nato probabilmente dalla ripeti-
X 109 X
2Ìone dell' ultima ^ sillaba di C5^er, e dall'abbreviazione di
Vito per vinto.
Pag. 26. V ^. JNel Cod. lùnci la malie in bene; ma è da credersi come il pre-
cedente uno sbaglio del copista, ed ho emendato secondo il
passo citato di S. Paolo, e l'Orig» lai»; così anche il codice
Barg. ma l' ilici /<) /n-ilc in bene.
V. 9. A QVEL POPOLO. Orig. lat. ^d Thessalonicenses,
V. 11. TOLTiccii; debbe leggersi .sZo/^ccà" , alquanto stolti, come
nericcio, malaticcio. Forse dlcesi anche da slulliculus stul-
ticchio, stoltuccio , stolliccio ecc. ^e\V Orig, lat» stultis
viris.
GAP. IV.
▼. i3. LA.LDE, e laida, laude, lode. INel cod» Barg» è de la laude de
le femine. f. di la laude si fece per contrazione laide.
V. 16. MOLLI per mogli.
Ivi UDiARE per udire.
V. 24. GiuDiTA. ]Nel Codice è scritto giudico,
V, 26. LOFERNo, cioè Olofemo. Nel Codice: „ 'ne la quale dimora-
va loferno,, ed invece di Giuditta è giudico, 'NeWOrig. lat,
,, Judith per suum bonum consilium liberavit civitatem, in
qua morabatur, de manibus Holofernis „ perciò aggiunsi de
le mani di hoferno, e corressi Giuditta, ^eìì'Orig, lat, se-
guita ,, simillime et Ester Judeos per suum bonum consi-
lium simul cum Mardocheo in regno Asueri regis sublima-
vit ,,. Questo esempio è tralasciato anche nel cod, Barg,
v. 27. nel Codice „ de l'ira de re, e da tucti quelli che volea ucci-
dere ,. ma ho corretto secondo V Orig. lat.
y. 3^. FECiE EBA. Nel codice fede ad eba» f. fecie lo corpo ad eba.
Orig, lat, ,, fecit evam ,,. Eba pei solito scambio delle let-
tere 6 e f .
Pag. 27.VV. 1-2, MALA VITA così nel Coà,,va3t.xì.e\V Orig. lat, Malum adjuto-
rium, e nel cod, Barg, male ajuto. Onde parmi debba cor-
reggersi maV aita. Osservisi il noto idiotismo di passare dal
nome singolare al verbo plurale^ perchè nel nome si consi-
dera non l'unità, ma la pluralità del genere, o della specie.
V. 2. LORO, cioè agli uomini.
V. 4* ^^ TERZA RASGioNE ecc. Nel Codice in tutto quest' argomento
è alquanta confusione; onde l'ho riordinato secondo il testo
latino che dice: „ Quid melius auro? iaspis. Quid jaspide ?
sensus. Quid sensu? mulier. Quid muliere? nihil. „ Anche
nel cod. l3arg. iaspis è tradotto pietra pretiosa,
V. 8. mei' per meio abbreviazione di meglio.
V. 12. RETADi per reitadi o reitade, scambiata 1' e in i; ncW Orig,
lat. „ ita nihil est crudelius infesta muliere „^ forse il trad,
scrisse di crudeltadi, o di reitadi ed il copista ne fece retadi^
VV. l4-l5. SE I.A LI^CCA DE LA FEMINA È CON FRUGTO ABIELA IN M^MG-
)( 110 )(
RIA.. ]\ell'Or/^« lat, „ Uxoris lingua si frugi est ferre me-
mento ,,. Nel testo a stampa ,, sieti in memoria di sostener
la lingua della tua moglie s' ella è utile.
P«g. 27. V. 23. sawta' per sanità.
Ivi FACTO nel Cod. è scritto /«fo, ma il senso mostra che debbe
leggersi /tì ciò.
V. 25. FAo per favo.
V. 26. Nel Codice si legge : „ per li tuoi beni, e per le tue parole,
e ancora per la potenza tua ,, ma ho corretto secondo l'ori-
ginale latino che dice*, per tua namqne bona, et dnlcia vev
ha et per experientìam praecedenteni cognoi^i prudentem et
fideletn nàhi, atqiie discretam ,,.
V. 3 1. Nel Codice ,, conviene che tuo abie prodenzada ch'i'òete,,.
NeirOr/;i^. lai, ,, Melibeus respondit certe liabeo pruden-
tiam ex quo liabeo te ipsam ,, ; donde ho supplito nel testo
le parole che sono in corsivo.
C A P. VI.
Pag. a8. v. 6. RASciONi per rascione; come cavaliere e cavalieri, ragioneri
ecc. solito scambio delle lettere / ed e.
Li'Orig, latino ha: ,, species autem prudentiae sunt sex :
ratioj intellectus, providentia, circumspectio, cautio, doci-
litas ,,. Nel cod. Barg. è tradotto così ; ragione, intelletto,
prowedentiafCÌrcumspessione,causioney et insegnamento ;
nelle quali parole si vede la preferenza data alle voci latine
soprale volgari ; ed in questo modo a poco a poco si latinizò
la lingua volgare, e andarono in dimenticanza le parole del
popolo , nella lingua di cui intendimento rispondea ad in-
tellecto; guardamento a circospezione ; maliscaltrimento a
cauzione; maestramento a insegnamento,
C A P. Vili.
Pag. 29. V. 4» E 'il SAVERE DEL BUONO MAESTRO, cìoè dal buono ecc.
v, 5. DISSE invece di dissi pel solito scambio tuttora in uso in Fi-
renze, come io dicesse, avesse per dicessi ecc.
V. 17. CHE liLA PRODENZA, raddoppiasi la lettera / per la ragione che
torna più comodo alla pronunzia, come della per de la, col-
la per co' la ecc.
GAP. IX.
T. 24. Da queste parole è manifesto che il trattato dell'Amore e
della dilezione di Dio e del prossimo e della forma dell'one-
sta vita è antecedente a questo del Consolaraento, e del con-
siglio.
V. 2j. Rà^NGOLA risponde a cura dell'orig. latino.
. )( III )(
Pag. 39. vv. 2g-3o. Nel Cod. è scritto: ,, possa che tuo sappia la chosa per
l'arte, adoperarla che studio, e sichome lo studio ajuta lo' nge-
gno, chosì la mano aiunto l'uso ,,. Questo periodo alquanto
coufuso, l'ho riordinato secondo rOrig. lat, che dice: dixit
enim Cato: ,, exercere studium, quamvis perceperis artem :
ut cura iugenium, sic et manus adjuvat usura ,,.
Ivi. RANGOLA per cura.
Pag. 3o. ▼. I. CHOME l'opera. Nel Cod. è scritto chome fora', ma credo ab-
biasi a leggere opera. L'Orig. lat. dice exercitatio.
V, IO. PiANEZA. Orig. lat. ha cum humilitade , et mansuetudine*
Pianezza è coutrapposto di altura; e metaforicamente di al-
terigia, superbia; onde in questo luogo sta per /wa/^5«efMc?^■«e.
V. la. RIE rangole; rie cure. Orig. lat. „ A cunctis malis et volu-
ptatibus, et illecebris alienus „.
V. 17. PER CHE ciò, è metatesi invece di perciò che,
V. 37. RUMiCHARE;dal latiuo rumigare, che trovasi in Apuleio per
ruminare. Nelcod.Barg. e nella edizione a stampa è ruguma,
Pag. 3i. T. 1. HUMANiTADB. Nel Cod. è humilitade; ma nell'Orig. lat. „ po-
tius est divinitatis, quam humanitatis ,,.
v. 8. MASTRiCARE per masticare.
V. 17. AFATiAMENTo; nel dialetto pistojese dicesi affatiare tfatia,
uffatiamentOy affatiato,
V. 20. soMiTADi DI BELEZE;di sopi'a è somitade di èe/esa. Neil' Orig.
lat. „ ac tibi diadema decoris parare ,,. Diadema si prende
anche per corona ; e la corona è simbolo, o metafora di al-
tezza, sommità, cima d' onore, di gloria; cumignolo , apice
ecc. Osservando infatti le corone antiche Imperiali, e Papa-
li nelle pitture o sculture del secolo XIII e XIV hanno la
figura d'un gran berrettone o cono elevato sopra la corona o
diadema che ne cinge la base , e circonda la testa del coro-
nato. Tale è tuttavia il così detto triregno del Papa. ^;^_,
^yìULd ^^ greco è fascia o redimiculum. Il conoche si inalza
è culmen o sommitade, significante l'altezza della dignità.
Nelli Stat. deirOp. di S. I. si trova più volte sommità per
somma numerica, che ora dicesi la somma,
V. 26. BONTADi; qui corrisponde a bona de'Latini, e beni in volgare.
Nell'Orig. lat. „ quod licet valde dìves sim, multa de meis
facultatibus consumando terapus amisi ,,.
v. 3o. Cod. Né non posse, forse invece di possi, ma nel testo Orig.
lat. si legge „nec in prudentiae, vel aliis virtutibus studerà
valeo „ onde ho emendato posso.
V. 39. la' unque; f. debbe leggersi tutto assieme launque, come in
latino quocumque^illacumquefUbicumque^eA in italiano c?o-
vunque etc. Orig. lat. „ in via stultus ambulans, cum stultus
sit, omnes stultos reputat.
Pag. 32. V. 3-4» la' u' disprescioe lo mondo, cioè nel libro De contemptu
mundi. Oltre al già detto sulla pronunzia di sci per gì an°
che ne* codici della Lettera del boccaccio al priore de' ss.
10
)( 11^ )(
Apostoli si legge trangu^ciatore per Irangugiatore; ma gli
editori T hanno mutato in trangug^zatore per la solita manìa
di ridurre a più corretta lezione,
GAP. XI.
Pag. 32. V. 23. DEVUTO, per devoto.
V. 24. Cod. DisTRECTo; ma neirOrig. lat. discretus.
ivi. Malescaltrito, cioè cauto, Origin. lat. „ in te prudens; in
aliis vero, vel in alio cautus; in examinando Consilio discre-
tus; in vitando rigidus; in assumendo docliis; in retiuendo
constans; in mutando levis „. Dal significato dato di sopra
a malescaltrimento {cautioi) e qui malescaltrito risponden-
do a caM«M5, è manifesto che nell'edizione a stampa sono
stati cambiati i significati di quasi tutte le dette parole, e
di tutto il senso di questo passo; eccone il confronto:
Nel Codice Pistojese
Da dio de' esser devoto
e savio;
in te medesmo aveduto;
in altrui malescaltrito;
in esaminar lo Consilio^
discreto;
in ischifarlo, aspro;
in prenderlo, savio;
in ritenerlo, fermo;
in mutarlo humile;
Neil' Edizione
dei esser devoto
et savio in te medesmo
provido in altrui
cauto in esaminar lo
Consilio
discreto in ischivarlo
rigido in pigliarlo
dotto e costante in ri-
tenerlo
et lieve in mutarlo
Neil' Ori g. Latino
in deo . . . devotus , et
sapiens;
in te ipso prudens;
in aliis . . . cautus;
in exam. cons. discre-
tus;
in vitando rigidus;
in assumendo doctus;
in retineiido constans;
in mutando levis.
Da questo confronto è manifesto che nel mio Codice le pa-
role volgari sono conformi al significato delle latine; fuori
dell'ultima humile^ che non risponde a lei'is, agile, pronto;
seppure lieve non possa prendersi per non superbo, non
ostinato, facile a mutar consiglio; l'umile è pronto a mu-
tare il consiglio. Nella edizione sono confuse e male applica-
te all'azione del verbo secondo la mente dell'autore; ed il mio
traduttore malescaltrimento fa rispondere a caiitio, male~
scaltrito a cautus; ovechè nella stampa, a malescaltrimen-
to di sopra è contrapposta caussione; ma qui a malescaltri-
to si contrappone proi>ido. L'edizione corrisponde al cor/,
^argf/acc^/. Feci questo confronto per istabilire il signifi-
cato di quelle antiche voci volgari a confronto del latino,
affinchè non siano confuse nelle citazioni.
GAP. Xll.
Pag. Sa. V. 29. E NULLA rimproverane; nel Cod. e nolìa rimproi^erare, ed ho
letto (come sta nell' edizione) nulla per nolla, e rimprove-
rane per rimproverare. Orig. lat. „ et non iraproperat.
X ii3 )(
Vag. 33. V. 9. DRA.E, per darae, come strae, stra, per starà,
ivi. Cod. adimandcrac. Lessi: adimanderai, e
V. 12. ud' ELLi per linde ecc. Orig. lat. „ et non cognoscet unde ve-
niet illi „. Forse cognoscevai sta per cognoscerae mutata
la e in i secondo il solito; ma qui fa equivoco.
V. 2 e. SECONDO CHE DIO DISSE: mima cosa potete fare ,,. Orig. lat.
Sine me nihil potestis facere; per ciò debbe supplirsi senza
me; ma si può sottintendere.
NB, per supplire all' omissione fatta per errore di stampa
si aggiunga possiamo; cioè j, neuna chosa possiamo fare ,,.
V. 33. Invece di da la sua sostanza com'è nel Codice, nell' Orig.
lat. è ,, quaeramus ab ilio consilium et justitiam ejiis ,,. 11
cod. Barg. ,, primamente adimandiamo consiglio da lui e
da la sua justitia ,, forse leggevasi quaeramus ab ilio consi-
lium età justitia (o vero a substantia) ejus. Per sostanza
potrebbesi intendere il figlio di lui. Gesù Cristo.
CAP. XIV.
Pag. 3:^. v. II. l' ira sia di cesso da noi; cioè cessi, sia discosto, di lun-
gi. Cod. Barg. sia l* ira da lunga da te,
V. l'-j» *KE libro ecc. TieirOrigin. lat. ad Vincentium scripto. E'
dunque anche da tali parole manifesto che quel trattato è
anteriore a questo del Consolamento ecc*
CAP. XV.
Pag. 3.:. V. 21. NO l' AVARiTiA E 'l DiiiEGTAMEifTO. Orig. lat. „ ne cupiditas
vel voluptas ,,. E' da osservarsi che il mio traduttore spiega
sempre cupiditas per a\^arizia;e i^oluptas quasi sempre per
volontà) ossìa, per po^H«Ja5, fuor che in questo capitolo, dove
traduce dilettammto e liisuria. Nel Cod. Bargiacchi cupi-
ditas è spiegata cupidità; ma voluptas sempre volontà. Ad
evitare l'equivoco ho sostituito voluttà per avvicinarmi di
più alla voce del traduttore, e dell' Origin. lat.; senza ciò
sarebbe stato meglio dilettamento. Nel volgarizzamento
svampato dal Giunti l'anno 1610 (che è lo stesso di quello
del cod. Bargiacchi) è stampato come sta nel Cod. volon-
tà. L'Orig. latino distingue costantemente voluptas y e vo-
luntas.
v. 25. DiLECT AMENTO, e la voluttade (nel Cod. volontade); ma qui
ancora è meglio leggere la voluttade,
V. 27. Cioè, nel libro intitolato della vecchiezza.
V. 3i. Nel Codice: Sì chome i nimici malvascii parlamenti e con-
silii fare. Tutto ciò che qui dicesi contro la voluttà è dal-
l'Autore preso del libro de Senectute di Cicerone, dove si
legge: „ Hinc patriae proditiones, bine rerum publicarura
eversiones, hinc cum hostibus clandestina Consilia j, per ciò
)( "4 X
dovrebbe correggersi sì cho i nimici malwascii parlamenti
ecc. ma ho lasciato stare com'è, perchè quando corre un sen-
timento non mi proposi di far sempre le correzioni alle in-
fedeltà del volgarizzamento di SofTredi, od a quelle delle
citazioni di Albertano, che non è sempre diligente nel ri-
portare i testi che cita,o che riferisce; diversamente dovreb-
besi quasi rifare il volgarizzamento; e perciò me ne pre-
valgo principalmente quando la necessità lo richiede sia per
supplire e schiarire, sia per emendare il testo in qualche
difetto, o confusione.
Pag. 34» V* 34. Adolterio ed av^olterio sono usati nel Codice.
T. 35. excitati sono; nel Cod. dopo peccato è spazio vuoto, ed ho
supplito excitati sono dall' Orlg. latino: „ stupra vero, et
adulteria, et orane malum flagitium nuUis aliis illecebris
excitantur nisi voluptatis ,,.
T. 36 e seg. Conciò sia chosa che la natura ecc. Cicerone: „ cum-
que homini sive natura, sive quis deus nihil mente presta-
bilius dedisset, huic divino muueri, ac dono nihil tam esse
inimicum, quam voluptatem ,,.
P^i 35. V. i5. Saiacopo. Cosi tutta via si pronunzia in Pistoja ed in Fi-
renze invece di santo Iacopo.
T. 25. INVOLERE, invece à' involare, Orig. lat. „ quod si aliter au-
ferri non posset ipsum cor evellendum esset ,,.
Ivi. SI DEREBBE per SÌ dciferchhe*
V. 3i. Ma' per wa/.
V. 35. Socideke; dal latino succidere» Orig. lat. „ et igne et ferro
succidendo ,j»
CAP. XVI.
Pag. 36. V. 9. Nel Cod. è scritto diliberai per dilibererai, Non so se sia
per sincope, o per isbaglìo del copista,
V. 12. DIMORO e 'nduscio; nel vocabolario dimoro è sinonimo d'in-
dugio: ma qui sono due voci distinte. Dimoro è stanza, sog-
giorno, trattenimento permanente, e tardanza o sospensio-
ne lunga; indugio è intrattenimento, dilazione non troppo
lunga.
V» 16. Nel Cod. in chorta cose, Orig. lat. in talihus\ onde cor-
ressi: in certe cose.
CAP. XVII.
V. 39. odierae. Neil' Orig. lat. è audiet , e perciò dovrebbe tra-
dursi udirae, overo odirae pel solito scambio deiro,e del-
l'm. Forse così' era scritto, ed il copista scrisse odierae.
Ivi. Nel Cod. t' odierae e di ricoprire. Orig. lat. quin defen-
dat; perciò aggiunsi e in luogo di ecc.
Pag. 37. VV. 4-5» A- *LEGERE CHE NON PREGARE. Nel Cod. è SCrittO
pagare', ma l*Orig. lat» ha non rogare; perciò sostituii pre-
gare sospettando che sia errore del copista.
V. i4« LIEVEMENTE per facilmente.
GAP. XVIII.
Pag. 37 y. 18. rsiNGATORij trovasi in questo Codice usinga e lusinga,
usingatore, e lusingatore; vocaboli probabilmente derivati
da usignuolo, od uscignuolOjO lusignnolo.ed anche rusignuo-
lo per iscambio delle lettere /, r, uccelletto che molto di-
letta col suo cantare le orecchie, e perciò lusinga e lusingare
significano quel che i Latini chiamarono htandiiics e hlan-
diri. Usinga o Lusinga e derivati loro forse vennero anche
da Luscinia nome latino dell'uccello suddetto,
Potrcbb' anche darsi che siccome nell'antico nostro vol-
gare si dicea usinga e lusinga, osinga e losinga (1), così pure
nell'antichissimo volgare latino si dicesse uscinia,e lusci-
nia, oscinia e loscinia pel solito scambio dell' o e della 7^,
ovvero da occìncre c&rìi^YCi àonàe oscinis , augello d' augu-
rio, oscìnuin augurio, probabilmente dal greco ofl'fl"^ voce.
Finalmente, lasciando a parte la derivazione di usinga o
lusinga ecc. da usignuolo, potrebbe venire direttamente da
occinere, e se ne fece come oscinis, oscinura, così oscinga,
od uscinga, usinga; ed in tal caso lusinga, lusingatore sareb-
bero fatti da usinga e l'articolo la unito col nome nel modo
che dissi e mostrai nelle note a pag. 6. v. 11. e pag. 5o. v. 6.
V. 26. KiMnovi. Wel Cod. manca, e l'ho supplito dall' Orig. lat.
che dice vemoueas.
V. 29, DiLiBERARE, e PROPENSARE. Orìg. lat. „ Tertio ut de consiliis
intra te deliberes et perpenses ,,; propensare equivale a
perpensare, ossia a psrpendere de' Latini, perchè i nostri
antichi barattavano spesso la sillaba per nella sillaba prò
come, profilo f per/ilo, prospettiva, e perspettiva, promutare
e permutare , ecc. onde propensare , o perpensare propria-
mente non significano /;e5a re, bilanciare innanzi, da p/-o e
pendOf ma solo pesare, bilanciare. Così pensiero, pensare
non equivalgono propriamente a ccì^italio ed a cogitare, ma
derivano da pensura il pesare, o da ;>ert5//«/v, sincopato pen-
5are, e perpensare, o propensare da /5er;;en*ar<?, esaminare,
pesare; non altro essendo il pensare che bilanciare, esami-
nare le idee per fare il giudizio. In senso generale per altro
propensare può significare anche premeditare, perchè chi
medita, esamina e pesa nella mente la cosa meditala prima
di parlare; così nel cap. xxviii a pag. 43. v. 23, a ciò che
possa mei' parlare quello di ae propensato (esaminato, pe-
sato prima _).
CAP. XIX.
Pag. 38. V. 4« FiDELi. Nel Cod. è si delli; ma nell'Orig. lat, „ amicis ei sa-
pientibus, ac peritis et inventis ^fidelibus.
(l) f^, usingatori 3 ed osingatori a pag. og. i^» So.
X i'6 X
Pag 38. V. 12. DiMORRAE FERMO per dimorerac. E' questa una conferma
che dimorare e dimoro non possono essere sinonimi d' indu-
giare e d' indugio. Neil' Orig. lat. ,, nam si ea permanent
quac dicuntur dona fortunae ecc. dove il cod. Barf^. traduce
,, et se quelli dimorano che si dicono doni di ventura.
V. 19. UM per Uìif per lo scambio dell' « in m,
V, 28. RIA isPERAKZA. Nell'Orig, lat. ,, ab omni spè (specie) mala.
Il traduttore non badando all'abbreviatura, invece di specie
lesse spe*
V. 35. Nel Cod. manca la prudenza, V ho aggiunta dall' Orig. lat.
et in longo tempore pritdentia.
V. 37. CoNViSATioNE per conversazione. Neil' Orig. lat. ,, pruden-
„ tiores semper habiti sunt, qui a multorum hominura con-
,, versationibus probantur eruditi ; et iterum cum multa
,, trahis ab antiquis, meruisti piacere de ipsis; nam senes
,, ipsi in consiliis sapientiam discunt.
v. 39. DisPRESCiA V. il detto nella nota a pag. 4 v. 24.
GAP. XX.
Pag. 39. V. 22. Nel Cod. tutto questo passo è confuso e mutilo. Nell'Orig.
lat. sta così: ,, via stulti recta est in oculis ejus: sapiens au-
tem audit Consilia; quare idem dixit." si contuderis stu'ium
in pila quasi ptisanas farris desuper pila, non auferetur ab
eo stultitia.
GAP. XXI.
V. 23. coM DEI, cioè come dei,
V. 3o. osiwGATGRi per usingatori. v. nota a pag. 3^. v. 18.
Pag. 40. V. i3. RETE. Nel Cod. è scritto drictainente dispande invece di
rete dispande ; è manifesto che lesse vede; ho restituito re-
te, L'Orig. lat. ha „ rete expandit pedibus ejus.
V. «6. DE PECCATORI. Orig. lat. ,, inuocentium laqneus est „ ma il
traduttore lesse nocenùum. f. potè esservi stato non pecca-
tori; ed il copista tralasciò la negativa.
V. 30. Nel Cod. è DiKGANNO iuvece di dicano per dicano, alla ma-
niera veneziana. Orig. lat. ,, multo melius est de quibusdam
acerbos inimicos mereri, quam eos araicos, qui dulces vi-
deantur; illos saepe veruni dicere: hos nuraquam,,. Queste
parole sono di Cicerone nel libro de Amicitìa : scitum est
enim illud Catonis multo melius etc.
v. 21. Nel Cod. è scritto lusinghei'ili e le ingannei^ili parole, e
poco dipoi le parole usingheuili; dal che si può confermare
che la lettera l di lusinga, e lunsinghevili sia l'articolo la o
/e unito al nome, sì che debbasi scrivere l'usinga, 1' usin-
ghevili,e le ingannevili parole, in corrispondenza al secon •
do articolo /é? ingannevili ecc. vedemmo già la lusanza per
r usanza a pag. 6. v. ti. così la lusinga.
)(ii7)(
GAP. XXII.
Pag. 4i. V. 7. HO '1 per non s^li, troncamento del latino illi.
(vi. Nel Coti, è presso ma debhe dire preso.
V. 9. e seguenti ; a questo periodo risponde colle stesse parole il
cod. Bargiacchi ,, se vedrà tempo non si sasierà del sangue
tuo. Pelro Alfonso disse, a li niraici tuoi non ti accompa-
gnare se puoi avere altri compagni.
•9-
GAP. XXllI.
,. AMATO. Kel GolI. è scritto ama; forse per troncamento di
amatOjCd allora dovrebbe scriversi ama, od ama'. Queste pa-
role sono prese da Gicerone nel libro degli Ufizj.
V. 25. PARI E EGUALI. Di qui è manifesta la differenza di queste due
voci cbe comunemente sono usate per slnonime. Pan si ri-
ferisce alla quaniità discreta, e numerica; eguale alla quan-
tità continua come alla grandezza ecc.
V. 28-9. LCNTAHA, cioè di lungo tempo, dal latino longum Icmpus
ed i Francesi dicono loug-temps.
V. 29. QUELLI per c/uello.
GAP. XXV.
Ps^o f,2. V. 8. mostra'. Nel Cod. è scritto mostra, ma è troncamento di ma-
si'-are^ In alcuni dialetti si mantiene dal pcpolo quest' uso
or senza accento, come mangia, per mangiare, igieni a man-
gia;or con accento „ voglio fa', voglio anda',, per fare, an-
dare; io metto un apostrofo, o segno di aferesi, piuttosto che
un accento, perchè udendo pronunziare questi troncamenti
pare più sospensione dell'altre sìllabe, che troncamento, co-
me fa, sa, faròj dirò, ecc. invece di fae, sae ecc.
GAP. XXVll.
v. 16. SUCCESSO L€KTANo;nel Cod. è solcho,f. per,, sol che luntano. Ileo-
pista tralasciò la parola successo, e forse debbe leggersi ,, suc-
cesso sol che luntano ,, luntano sta per diuturno; da longum
tempus. NeU'Orìg. lat. „ non enira potest cum eis successus
diuturnus haberi,qui nimis celeriter sunt mataritaiem ade-
pti ,,. Forse prendéno è invece di prenderò, cioè pijnderono;
a similede'Latiui, che dissero amarunt. amaveniot ed araa-
vere; così prenderouo, prendéno o prenderò, scambiando le
due lettere affini n r.
v, 18. FAKGELLO forse per sincope di fanticello, ch'è altra abbrevia-
zione d'infanticeilo, come fante d'infante, che nasce da in
negativo^ efans, fantis participio àifor.faris parlare, si
che signiQchi non parlante come indocLus, ìnsipiens cioè
non dotto, non sapiente.
)( ii8 )(
Ma riguardo a fancello, o fanciullo, parrai poter derivare
anche da un'altra etimologia, cioè dal verbo latino ancil-
lari, e mantenuta l'aspirazione, /ancj7Zari; d'onde ancilla
in latino, ed ancella, anelila, e fancilla in volgare, ^ncillari
od anculuri yolea. dire ministrare; fanicoLa,\ai vergine mi-
nistra, e diremmo noi la sagrestana del tempio, o del luogo
sacro. DI qui fancilla, e fanciulla passarono a significare
donna non maritata, perchè le ancillae erano per lo più
vergini; e ne' tempi bassi fanciulla significò anche donna
seruenle addetta a qualche ministero, giovane, o vecchia che
fosse, come presso i contadini il gai zone equivale al puer
de' latini non in senso di età giovanile, ma di servente ; e
fanciulla, o fancilla fu detta pure la garzone; donde proba-
bilmente fancello, e fanciullo si disse anche un giovinetto
non pel ministero ( che allora è detto fante, garzone ) ma
per indicarlo non ammogliato, vergine, e perciò anche gio-
vinetto (i).
(i)Quì gio^a ripetere l' osservazione giàjatta che nella lingua vol-
gare italiana mantengonsi non solamente molte parole degli antichissi-
mi linguaggi e dialetti italici^ che non furono ricevute nella eulta lin-
gua scritta, ma anche in molte delle voci latine rimaste nel popolo con"
servansi colla pronunzia le antichissime etimologie, che V uso de' lette-
rati, e de* civili parlatori latini avea ricusate, od al più ì soli gramma-
tici, od archeologi le conservarono ne' loro libri, come Festa, Marcello,
Nonio ed altri» Alle volte le stesse voci si trovano nel culto latino ado-
perate ora mantenendo l' etimologia , ora tralasciandola; p. e» si dice
ago efacio] actio e factio; actum e factum] factura ecc. ma tutte queste
yocì derivano ugualmente da ago, e nondimeno alcune in principio si
:crivono per a, altre per fa; ossia, alcune senza aspirazione, altre con
espirazione; la ragione di questa diversità non saprei ripeterla, se non
dal capriccio, direi, dell' orecchie dei popoli italici che le adoperaro-
no in tempi antichissimi, e che passate nel Lazio, e specialmente in Eo-
ma il popolo romano ( il giudizio dell' orecchie di cui era superbissi-
mo, come dice Cicerone) ne ritenne alcune secondo V etimologia, ne va-
riò idtr e, forse per distinguere i varii significati non radicali, ma ac-
cidentali. Questo medesimo capriccio si trova nell'uso delle parole de-
rivate dai greco; come da 050^ Deus, Theogonia,Theologia, quantun-
que la etimologia sia la stessa; così da ViOQ fi^i^^^j (^^ V61V pluere e
jluere, swbene la radice di filius, pluere,fluere sia la medesima.
I Latici dissero ancilla, ancillari; il volgare italiano mantiene an-
cella ed ar.cilla, ed inoltre ha J ancilla, fanciulla, fancello, fanciullo,
yon dubito che da queste voci volgari ci si discuopra V etimologia delle
latine ancììia. ed anóììàvì ed anculiari, cioè come derivate da fanicola,
fanicolaviy fancillari , poi ancilla, ancillari ; e come Poblicola da pa-
puluniy Agricola da agrum colere, così fanicola da fanum colere, la
donna che avea cura del tempio o Fano; donde poi fancolayfancula,
fancu'-La, fanciulla, fancilla, f ancella pe* soliti scambii delle lettere o ed
X "9 )(
Pag. 42. V. 18. 1 co'rniNCiPi por / cui j)viiìci\>i.
V. 20. TUO per tue.
V. 34* DisTRECTo; neirOrig. lat. ,, ila (lel>e5 osse (liscrtUis ,,; il 'ra-
dultore scmbi'a avtr letto disiricLus.
CAF. XXVllI.
Pag. 43. V. I. INA per ine, in.
V. 4* RIMUOVI ; noi Codice malica. NsU'Orig. lat. ,, pciiilus rome-
veas ea qiiae supra dixi , ,>
V. 11. MALLI p r mali.
V. 16. Nel Co.l. è: ^^iccoLLo; ma dcljljesi leggere pericollo, cioò
pericolo.
V. 23. V. il tio'to nella nota a pag. 87. v. 29. Da questo lucgo si
vede chiaro il senso del verbo propensare i>ev esaminare pe-
sare ecc.
Ivi AE per hai col solito scambio delle lettere i ed e,
V. iiy. LO DIAVOLO È BuscTARDO E 'l sfTo PADRE; COSÌ ancbe ncJl' orig.
lat. ,, Diabolus est niendax et pater ejus „ dove par che
manchi esL mendacium. JNell'eLÌiz. a stampa: lo diaiolo e
hus^inrdo, e padre di menzogna.
Pag. 44' v* *7' ^^^ P^'" ('S'^i-
V. 20. DisoRTisciESi da disortire per dividere, distribuire, distin-
guere in pia sorli. Orig. lat. ,, si prudens est animus tiuis
tribus dispensetur lemporil)us: praesentia ordina, praevids
futura, recordare praeterita ^, dal nome latino dissorlio di-
visione.
V. 22, CHE per c?ii.
V. 24. MAL PROVEDUTO parc Cile qui stia per male pi-ovidente o pre-
ce^ u, i ed e. Perchè i latini culli lasciassero V aspirazione f in funcilla
e fancillari, mentre scriueano fanura_, non può rendersene altra ragione
che la detta di sopra negli esempj di actio e factio ecc» Mi basta d' aver
protrato che nella lingua i^olgare si mantengono molte etimologie^ che
invano si cercherebbero nella lingua latina culta^ di quelle stesse parO'
le che usarono pure i Latini» Finalmente non tacerò che la prima parte
della voce poblicola^ o poplicola abbreviatura di populicola, cangiata la
p nelV ajfflne b, si trova in uso tuttavia nella così detta lingua romana
nell' 842, leggendosi poblo per populo, tra gli altri documenti, nel noto
Giuramento di Lodovico il Pio — prò divino amore et prò Christiana
poblo ecc. La lingua così delta romana o romanza era V adoperata negli
atti curiali non solamente in Italia, ma in Francia, ed in Jlemagna,
per gli atti publici ecclesiastici e civili nei secoli Vili, e IX» ed era pre-
sa dalV uso della Curia romana ecclesiastica, e manteneasi nella massi-
ma parte V ortografia latina , sebbene ogni nazione vi mescolasse parole
della propria lingua, per lo pili inflesse alla maniera romana, e lati-
no'volgare d' allora. Anche le parole publicus, publicare, ecc. mostrano
d origine antichissima la pronunzia di publas o poblus invece di po-
pulus.
II
)( l^o X
videute. Orig. lat. „ in omnia incautus iucidit ^^ Lo stes-
so che male ai^ueduto,
Pag. 44* V* 26. ELLE ; e le,
QAP. XXIX.
Pag. 45. V. I. PRENDE per prenda o prendi col solito scambio delle lette-
re a, e, I.
V. 9. GUARDASI per guardassi,
V. 1 1. esse' per essere.
V. i3. ALEGERE per elegere,
GAP. XXX.
V. 3i. QUANDO, supplito dall' Orig. lat»
V. 36. SERVEMi per serbami; scambiata Ve in a, e la p» in 6 secondo
il consueto. Or/g^. /af . „ Constans consili um servabis, non
pertinaciter ,,. Il traduttore o lesse t/oliibiliter contrappo-
sto di constans, od egli mutò la lezione traducendo voluhit-
mente; nell'Orig» lat. si distingue constans da pertinax; in
fatti altro è la costanza, ed altro la pertinacia.
GAP. XXXI.
Pag. 46. V. i4» SI CHELANo; si celano, come ce, e che, checca, e cecco.
V. 16. MA 've se ; ma ove se.
V. 19» soTHi per sozi, Ved. la nota a pag. 3. v. l4«
Ivi. istipulament'e non sono. Nel Godice è scritto isti pula mente
forse per istipulamenti, mutata la iine,o debbe leggersi
come sopra.
Pag. 47* V. 7-8. AR1NGAMENT0 E parlamento; di qui è manifesto cbe queste
due voci non son sinonime. La prima vuol dire propria-
mente r aringare od il parlare a gente assembrata per pub-
blica ragioqe ed ia pubblico; e deriva da aringiera o rin-
ghiera, dalla quale gli oratori parlavano al popolo, od a 'ma-
gistrati ; nome che viene da un vocabolo gotico ring che
significa cerchio, f. dalla figura di quel pulpito, dai Romani
detto tribunal, dai Francesi tribuna.
Parlamento più propriamente è il parlare in privato, do-
ve si discutono le questioni, ma per analogia si trova usa-
to talvolta anche per aringamento.
P^g. 47. V. 8- Proveduto per preveduto, premeditato,
GAP. XXXI I.
Pag 47» V. 9. AI pre'mal consiglio; hai preso ecc.
V. 12. DEVE* per dei^esti»
V. 14 MOLTITUpiSE GRIDATRICE. V. notu a pag. 24-20. VV. 33-1. 2. 3.
)( i^t X
Pag. 47. V. i5. cuANDO per quando come cuore e qiiore.
V. 17. CHO^TI cioè i nobili ed i grandi. V. Nota a pag. 14. vv. aG-'j;.
Ivi. E I MALI giovami; nel Cod. manca mali: l'ho rimesso dall'Ori-
ginale lat. ,,malos juvenes et stultos „ ed invece vi è scrit-
to ,, A conti e ama li giovani e mali „ perchè il copiatore
Lanfranco delle parole e mali ne fece amali A conti, cioè;
e conti e mali ^io^ani, e matti (stultos). Conti qui sta per
nobili, potenti'
v. 19. deve' per deuei, dei'et'i, detesti,
V. 20. CON volontà' Cod. l'Olutià. Orig. lat. „ voluptate sui, cupi-
ditate et feslinantia ,,.
Pag. 48. V. 5. DiAULA per diabolica»
CAP. XXXllI.
V. 12. Nel Cod. è disprescìamo, e nell' Orig. lat, „ Singula despi-
ciumus; lezione che indusse il traduttore a spiegare disprc-
sciamo; invece dovea emendare l'errore nato dallo scam-
bio della i in e fatto in questo luogo dal copista inopportu-
namente, dovendo leggersi dispiciamus; e perciò vi ho so-
stituito isaminiamo.
V. 14. LoRA. Nel dialetto Veneziano è declinalo questo pronome
cosi; loi'o e lori mascolino; lora, e loi'e femininoj come lori
sieri, lora mare.
V. 22. Voi', per i^oio, t^oglio,
V. 35. DERO per diero o dierono.
V. 17. Rimunerare. Nel Cod. per errore del Copista è scritto ri''
/wuraiv. Neir Orig. lat. „ nihilo minus tamen sunt remu-
nerandi. ,,. Cod. Barg. „ niente meno sono da essere rimU"
aerati.
CAP. XXXIV.
Pag. 49. V. 20. CHE per chi.
V. 25. Ovidio. Nel Cod. è scritto Ui^edio per Ovidio.
Ivi. Senno è a temerllo. Nel Cod. è scritto ,, se no cha te mèl-
lo ,,; neirOrig. lat. „ inimicum quamvis humilem doctì
est metuere ,,.
V. 3o. vede' per l'edere,
Pag. 5o. V. 3. DiFici, per edificii.
CAP. XXXV.
V. 6. i LiAMici. Osservai già che il popolo spesso fa tutt' un nome?
coir articolo. V. Nota a pag. 6. v. 11.
V. 8. LE RuiHA per le ruine, come le pera, le mura, le fila ecc. per
le pere, i muri, i fili e le file etc.
V. 9. PARARE per imparare, L'Orig. lat. „ qui vitat discere ,f.
cv.K XX A va.
P.ig.^o V. ^n. k MOLTI Moni invece di r in molti modi; dal latino miiUi-
iiiodiis. Orig. lat. Mnnilio muUiplex est.
Vi\'^ f)]. V. 4. BALESTRA, per bdlesLve. y come tetta, mura. Iella, ecc. Vedi
nota a pag. 5o. v. 8.
V. 18 Asio per i/q/o.
V. '2'3.. SOLANO per soleano,
V. 25 20. deve' per devesti. Orlg. lat. ,, quare illos ad tuum con-
silium vocare minime debuisti ,,.
V. 3() TUO per tua.
Pag 52. V. I I-I2. RiMAREBOREN per ìi nìareboreiio ,rimarehhorno ,rimavch'
bono, rimarrebbero; della formazione di queste desinenze
del tempo di modo soggiuntivo darò la ragione nella Ori-
gine della lingua italiana.
V. 12. TOEREBERO pev to^lìevebero.
V. i5. Nel Cod. è scritto preso per presso.
V, 'il. Orìg. lat. „ licet defensio incontinenti permittatur quibus-
dam, si fiat cum moderamine inculpatae tutelae, ut leges
dicunt.
V. 24. Nel Codice pìstojese manca qui la rubrica od il titolo del
cap. che nell' Orig. lat. dice: „ Quot modis dicatur quis
posse .,. Nel cod- Barg. ,, In quanti modi si dica potere ,,.
Così anche nell'ediz.del 1610. Nel Cod. pistojese è lasciato
lo spazio per iscriverla, ed il capitolo incomincia con lette-
ra grande come gli altri, lo non 1' ho messa, perchè si può
riguardare per una continuazione del precedente capitolo.
V. 28= DRicTURA. Orig. lat. „ posse aequilatis ; il potere à' ageui-
lezza, posse comoditatis,
V, 39 NEL EXODo; COSI nell'Orig. lat. Nel Cod. è scritto al diserto-^
emendai secondo il testo lat.
Pag. 53. V. I. viVERRAE per viverà col solito allungamento dell'e. Nel con-
tado pistoiese dicesi tutta via sarrae,mangerrae, beriaeecc.
V. 8. DEVERE manca nel Cod. ma 1' ho supplito dal testo orig. lat.
,, Alius vero posse ponitur in legibus idest dehcre ,,.
v. i3. ATORiTA. per autorità; au cangiasi in o, e l'o scambiasi anche
in a come già vedemmo in audire, odire, ^f/gusto, ogosto,
agosto ; come «rgogiio ed orgoglio, Sen<aca e Seneca, tuo
per tua etc. ( V. note pag. ^. v. io. — pag. 8. v. 4o. )
v. 21. DI ssE per dì s(\ è raddoppiata la 5, per appoggiare il mono-
sillabo precedente nella pronunzia ( per error di stampa è
rimasto nel testo di se che dovea essere nella nota.
V. 27. VOLGALE per i^olgare scambio della r colla /.
Ivi LO RETE per lo rege come loseppe, Iseppe per Giuseppe, Jano
Giano, majore, magiore, maio, magio, maggio ecc. anche
nella voce reie la i si pronunzia con allungamento.
La lettera i accanto di una vocale, e molto più tra due, si
pronunzia più o meno allungata, e quasi per due; lo che nel-
)( 1^3 )(
la paleografìa latina è accennato con fare un 1 più alto, e
nella scrittura moderna col / detto lungo; il quale nelle vo-
ci latine rimaste nella lingua italiana è pronunziato per g,
come lanus. Inno, Juba, ludiciiim, luslitia, lurare, Ictus
Incus , pej orare, pejits, major , ecc. Giano , Ginno , Giuba ,
giudicio , giustizia, giurarr^ gitto, gioco, pegiorare , peg-
gio, maggiore, ecc. ed all'opposto, altre che in latino hanno
la g si muta questa nel volgare in j come sagum,SA\o;sagit-
ta , saetta, esajetta in alcun dialetto (già mostrai che la e, e
la i si scambiano ). Da queste osservazioni vorrei inferire
che fosse lo stesso anche nell'antica pronunzia latina, spe-
cialmente nella volgare, come possonofar credere alcune vo-
ci anche della lingua eulta, come Magis da iVlajus,- Gitber-
Tii'um, forse lubcrnium da \oherc; Mai^isiei' in antiche scrit-
ture si trova mai iter, e in dialetti mastro , maieslro, mae-
stro; Gens, in dialetto napoletano e negli annali romani
del secolo XMl.j ente ecc.
Cicerone ( in Oratorie j.erfccto ) ci fa sapere che gli anti-
chi sfuggivano di pronunziare la lettera X da lui chiamata
literam ifasiiorem , per ciò invece di Axilla diceano ala
,, quam literam etiam et Maxillis et Taxillis , et Vexillo ,
et Paxillo consuetudo elegans latini sermonis evellit ,,. Da
queste parole mi sembra che non potesse svellersi in altro
modo che pronunziando majllae, injlli, i^ejtlo, pajllo , e
forse con aspirazione mahjilae etc; seppure non si volesse
che fosse la vera pronunzia questa che usiamo tuttavia di-
<:en do mascella, o massella , tassello o tassillo , vessillo, a-
scella per axilla ecc. pronunzia nella quale, tolta la X so-
no sostituite due ss o se. Peraltro stando più alle parole di
Cicerone io crederei che questa fosse la pronunzia più vol-
gare per cui rimanesse assai raddolcito il suodo di quella
lettera ingrata; ma che nel parlare più colto si svellesse af-
fatto: ,, evellit consuetudo elegans; e si pronunciasse nella
prima maniera, e si abbreviasse anche la parola, quando non
si potea far in altro modo come in ala per axilla o^ev ailla.
Ciò supposto, osservo di più che le voci terminate in conso-
nante, e specialmente in quella odiatissima,come grex, lex,
doveansi pronunziare antichissimamenle con aggiunta d'una
vocale grexe, lexe, sanguisp, oculuse, come tuttavìa si pro-
nunziano da noi leggendo in latino: Deusf', ine-, fecite^ fé»
cerunte. Ma poi s'addolcì la pronunzia latina piuttosto col
sopprimere le consonanti fìnali, dominu, feceru, del che ci
dà prova anche l'abbreviatura, o troncamento /fcere, e nel
volgareyecero, per fecerunt, dìxere per dixerunt, che per
odio della lettera X pjonunziarono probabilmente come noi
dissere, e dissero nell'uso volgare.
Or venendo al caso nostro: da Rexe dovettero pronun-
ziare i più colti Ree tolta la x , o Reje pronunziando liege.
)( ■>4 )(
(l*on(le il genitivo Regìs ; gree, o greje, qreqe, genitivo ji^rc-
i^is ecc. da lux, luxe,luce, genit. lucis ecc. Che il nominativo
o caso retto fosse nell'antichissima pronunzia volgare rege,
grege, luce ecc. nei nomi della stessa declinazione, ci vien
confermato dagli esempi di lacte, e di carne, invece di lac,
e caro', sa ti squeri invece di sanguis,ed aggiunta Te sanguene,
o sanguine, come si trova ne'vecchj scrittori della lingua ita-
liana, e come tuttavia si chiama una sorta d'alberetto as-
servito sangui neusfrutex ; come poi nella pronunzia vol-
gare si dicesse non solo nel caso retto, ma pure negli altri
lacte, carne, sanguine, patre, matre, die ecc. sarà mostrato
da me in altra occasione.
Aggiungerò solamente in quanto a ree, reje, che nelle an-
tiche scritture abbiamo reale, rejale , regale, come da lex ,
o lexe, o lege leje, lejale, legale, leale', pronunzie che dan-
no la conferma di quant' ho esposto (i).
lo non dubito che tutte queste osservazioni faranno ri-
dere i non pratici di questi studj, e non avvezzi all' esame
ed ai confronti delle pronunzie d'una medesima lingua nel
corso de'secoli, e nelle diverse parti dell'abitato; le quali
pronunzie d'antichissima origine si ritrovano tuttavia qua-
li nelle vecchie scritture, quali ne'varii dialetti italiani di-
sperse, e conservate; ad onta dei dotti, che hanno procurato
di dare alla lingua italiana una regolarità di pronunzia, e di
scrittura levandola da quelle incertezze, e disuguaglianze
in cui cela mostrano principalmente il Cod. pistojese , ed
altri anteriori al secolo XIV. ed anche molti dialetti vol-
gari a' dì nostri,
Pag. 54. v. 3. LA 'mgiura per la 'ngìura,
GAP. XXXVIII.
V. 9. ucciDENTALE per accidentale.
V. IO. DENANTHi. Nel Cod. è denanchì torse per idiotismo.
V. 17. P^Esmziovz, presentimento.
V. 26. AVENiMENTi, per Ventura, per caso.
V. 27. ADOVENiRE per divenire, Nel Contado pistojese dicesi anche
«Roventare per «//ventare.
V, 3i. Componesì da mele, e beo. Orig. lai. componitur ex melle
et bìbens»
CO ^egli Statuti dell'Opera di s, Iacopo di Pi sto] a da me pubblicati
in Pisa Vanno 1814 „ due buoni e lejali huomini della cittade di Pi-
stoia „ ii^i Cap. L Si noti che anche in questi Statuti tronfisi buono per
bona, uomo per omo, casgione , pisgione, rasgione inuece di cagione, pi-
gione, ragione', ed anche ragione; ma nel generale ^ortografia è più re-
golare ; e non mai rascione , e rascone , cascione e cascone. Dal che si
deduce che l'ortografia andatasi a sistemare, essendo scritti questi sta-
tuii da Mazzeo Bellebuoni notaro pistojese 35annìdopo il Cod. pistojese
della traduzione d i Albertano.
(( 1^5 )(
Pag. 54 vv. 3i'3a* Nel Cod. per errore del copista è bene t'enfio per beven-
do. La più probabile etimologia può dedursi da iii^o
curam habeo e Q^y o QóoOV t>obum,
V. 3a. iNEOBRiATo; cioè ine obriato (inebriato) mutata 1* u in o, da
Ù[òciìCCt}<; d'onde il latino e6r/aco5 ed il volgare ubriaco,
briaco ; quantunque briaco potrebbe derivarsi anche da
(òpiciìCyOQ fortiter clamans , composto da j3p; particel-
la intens. ed lotKYSVOO-, donde laccus Bacon s (i).
È proprio de'sopraffatti dal vino d' insolentire. In un
vaso di terra cotta, di quelli trovati dal Pripcipe di Canino
(secondo la descrizione che ne fu pubblicata in Roma) si
leggeva ubriacos, che dovett' essere nome di qualche segua-
ce di Bacco, noto essendo che ajle religioni bacchiche si
riferivano que' vasi. Onde da ubriacos ne vennero i volgari
ubriaco, ed obriaco, ed obriacato, quindi per sincope obriato,
ed ine (in) obriato, poi inebriato, inebriato f. da {jQpi^co,
V. 34. isvALiATo; cioè isvariato, dato al bel tempo, svagato, diver-
tito. In questo senso è tuttavia usato il verbo svariarsi nel
dialetto pistojese.
Pag. 55. V. 4« PONiRE per punire.
Ivi. LAScioTi per lasciotti, ti lasciò.
v. 7. DIALO per diaolo, diavolo, come diaula a pag. 48. v. 5.
Pag, 55. V. i3. OLORAEE per odorare, come olfacere, olere in latino; olire,
olezzare in volgare.
CAP, XXXIX.
Le parole che ne vengono da rispuose Mess, Melibeo, sino
a le scripture di dio fl?/ce/io, nel cod. Barg. e nell'edizio-
ni a stampa sono alla fine del cap. precedente.
yv. 26-27. LE scKiPTtjRE DI DIO. Nel Cod. pist. Le criuture ec. ho
restituito le scripture dall' Orig. Lat. „ut omnes fere di-
vinae scripturae clamant ,j. Forse nel Cod. di Soffredi tra
Dei Creaturae.
CAP. XL.
Nel cod. Barg. e nelle edi?. il Càp. incomincia da Dori-
na Prudenza rispuose di cinque modi ecc.
Pag. 56. V. 18. siGvomjL cioè potestà, lì primo Magistrato che rappresen-
tava r autorità pubblica, come i Priori ed il Gonfaloniere,
era chiamato la Signoria, che rinnuovavasi di due in due
mesi; d' onde il proverbio „ di tempo e di Signoria non ti
dar malinconia „ perchè come al mal tempo succede presto
il buono, così al mal governo d'un Seggio ne succedea pre-
sto uno migliore. Signore viene dal latino senior, col qual
nome di dignità chiamavansi i Principi ed i Sacerdoti spe-
cialmente nei tempi bassi, come nei Capitolari di Carlo M.,
di Lodovico il Pio, di Carlo Calvo ecc. ,, vigor regius et ic^
(i) Ferie è di qui anche uacca o bacca clamai^s mugicns.
)( >26 X
nioralis — mandat vobis noster senior — nos vobis damiis
Dei , et senioris Caroli fidera — si aliquis de vobis lalis
est , cui suus ( Caroli ) senforatus non placet — sciatis
etiam quia domnutn et scniorem nostrunn ^- senioralis re-
verentia — Seniores prdesbiterorum — ecc. ,, di qui dunque
si chiamarono Signori i Principi, Signorìa la potestà, e
passò questo vocabolo a denotare quel che i Latini dicenno
dominus, doralnatus, Domlnatio; ed anche si estese a ti-
tolo di condizione d' onore si di famiglia, che personale.
Ma perchè in appresso cambiato lo Stato a Governo di po-
polo, non piacque più di chiamare l'autorità pubblica col
nome di Signoria, e di Signori i componenti il magistrato,
fu sostituito quello di Priori del popolo, o degli anziani,
ma nell'uso volgare continuarono a chiamarsi la 'Signoriaf
ed i Signori. Così anche in Isparta Ysp^lTiOi ^^^^ chiamato
il senato, e ySùQ^log (senilis) honorabilis; ed i senatori
A similitudine de' Greci anche i Latini dissero Senatus
da senectus, e da senev i Senatori. Così il sacerdozio ed i
sacerdoti cristiani ebbero il nome di Praesbyteratus, e
pi'aesbyLerì f cioè Anziana to ed Anziani; d' onde volgar-
mente si dicono preti, in lingua slava Starostia e sLaro-
sLa indicano senatoria e senatore dalla voce stari weccìiio.
Pag. 55. V. 36. SERA.' 'nde per sarai inde,
l^ag. 67. V. IO. Questa è altra conferma che il libro della dilezione ...
della forma della uita fu scritto prima di questo del Con-
solamento.
Wo 22. INel Cod. è la. 'mgiura cioè la 'ngiura.
GAP. XLL
V. 29. m' ATRAE sincope da atarae, aiterae. Orig. lat. „ dante do-
,, mino ad vindictam me adjuvabit „.
V. 34* È DI VETRO. Nel Cod. è di vestro^ chome il i^elro. Forse deb-
be dire ,, è di vetro, e come il vetro .... si spezza ,,. Nel
cod. Barg. „ è tenera, e come '1 vetro si rompe ,,. Nell'O-
riginale lat. ,, Fortuna vitrea est, et cum resplendet frau-
gitur ,..
Pag, 58. v. 4' Nel Cod. maiuta; il senso porta che debbasi intendere mai
aiuta; dove mai è in senso negativo, Orig. lat. ,, Fortuna
non adiuvat, sed occupai adhaerentem sibi; scriptum est
enim: neminem fortuna occupat nisi adhaerentem sibi ,,.
V. i3. VOCI PUOI, cioè vogli poi.
y. i5/ CHo' sincope di come, cioè; ,, si truova iscricto come la ven-
tura ecc. Nel Cod. è si truovo per si truov<:/.E qui ripeterò
il già detto: che è importantissimo il mantenere nei codici
e nelle edizioni, questi scambj di lettere, quantunque sem-
brino stranile non bisogna riguardarli sempre per errori dei
X i-^y )(
copist;i; que'piimi letterati che scrlveano in volgare starano
attaccati al suono della pronunzia per essere ben capiti dal
popolo nella scrittura: molli di questi scambi ho notati, ed
altri ne noterò, come: popalo per popolo, sauza e senza ecc.
11 tener conto di tutti i baratti di vocali de'varj dialetti è
la chiave sicura per trovare 1' origine, e l' etimologia di in-
numerabili voci che sembrano lontanissime tra loro, e che
per mancanza di questa osservazione si sono attribuite ad
origine straniera, e sono stati accusati i barbari d' aver
guastata la lingua latinaj mentre che erano pronunzie d'o-
rìgine ed antichità immemorabili in Italia.
Piig. 58. v. i8. RADI per rade»
vv. 22-23, KON DIA ALCUNO BENE OD ALCUNO MALE. Orig. lat. „ errant quì
dicunt fortunara tribuere nobis aliquid boni, vel mali ,,. Nel
Cod. si legge ,, che errano choloro e che credeno che la ven-
tura non dia alcuno bene o alcuno male ,,. A me pare dal con-
testo che debba leggersi errano choloro che credeno che la
i^enlura dia ecc.
V. 28. Nel Codice: ,, la quale non è, cioè la quale non è che velie „.
Orig. lat, ,, Noli fortunam dicere caecam, et exponitur ibi
sic: noli fortunam dicere caecam, quae non est , idest quae
nihil est. „ Coerentemente a queste parole corressi: „ la
quale non è cieca, la quale non è che nulla ,,.
V. 33. VENDiCARRAE per vendicherae. Vedi nota a pag. 53. v. i»
V. 38. motrichera' e non drae. Nel Cod. è Notricherò, scambio so-
lito dell'a in o, se qui piuttosto non è sbaglio del copista;
drae per davae, contrazione tuttavia in uso.
Pag, 59. T. 5. RisPuosE E disse. Questa maniera è conforme a quella usata
da Omero àTTOIXSl^òólJjSVO^ S(P^ rispondendo disse. No-
tisi che questa frase è ovvia nelli scrittori latini del me-
dio evo; lo che vorrei piuttosto attribuire alla naturalezza
dell' espressione, che ad imitazione d' Omero, il quale l'usò
appunto guidato come i detti scrittori più da natura che dal-
l' arte,
vv. 22 23. fognasi; traspozione invece di pongasi j tuttavia usata nel
pistojese.
GAP. XLII.
V. 34. AL POTENTE. Nel Cod. ai potenti. Orig. lat. ., sed et irasci
cura potente est periculosura.
V. 35. PURO AiRiRsi per pure airarsi. Ma forse ,, puro airarsi „
signiflca il solo , il semplice , il puramente, il meramente
airarsi „. Nel dialetto pist. è tuttora ia uso puro in questo
senso; ed anche i Latini diceano merum per solo, Terent.
( Phorm. ) „ nihil habet nisi spera meram ,,. Nel Cod. è
scritto airisi cioè airissi, per airirsi,
L^dg. 60. V. 6. AiREKASi. Nel Cod. arerasi per aireras^i.
12
)( 128 )( '
GAP. XLllI.
Pag. 60. vv. 19 20. E DE LE MAGioRE VERTUDE. Scambio della ì coir e invece
di magiori ecc.
T. 23. SI coGNosciE. Nel Cod. manca si, Orig. lat. Cognoscìtur.
V. a4» ^ ^^ ^'^ • Cod. „ è la sua groria ne la quale puote andare ,,.
Orig. lat. ,, et gloria est via; qua progreditur. Ho rimesso
la ifia che manca per omraissione del copista, o del Cod. di
Soffredi. Nell'edizione del 1610 si legge: la doctriua del-
l'uomo per la pazienza si conosce ; e la sua gloria è di non
trapassarla.
V. 25. CHOVERNASR per g^overoase.
V. 3o. coNoscENTHA;nel Cod. è canoscentha; pel solito scambio del-
Vo e deir«; e col th per s.
Pag, 61. V. 4« iWTACTi E INTERI. Così leggo duc abbreviature, guidato dal-
l'Orig. lat. „ omne gaudium estimate fratres cum in tenta-
tiones varias iucideritis, scientesquod probatiofidei vestrae
patìentiam operatur; patientia autem perfectum opus habet
ut sitis perfecti,et integri in nullo deficientes ,,.
Il codice Bargiacchi dice così : ,, Frati Rarissimi ogna
allegressa extimate quando avrete tagliate le variate inten-
sione, sapienti che la patientia per bene della vostra fede
s'aopera. La pasientia ae opera perfecta, siccome voi sape-
te „ alle quali parole quasi letteralmente corrisponde 1' e-
dizione di Bastiano de' Rossi, cambiato soltanto il dialetto
del codice, di mutare la z in 5, e la e in k»
Nel Cod. pist. in questo capitolo mancano alcuni periodi
che sono neil'Orig. lat., nel cod. Barg. e nell'ediz. a stampa.
Forse mancavano nel cod. latino di SofFredi. E peraltro ben
osservabile che 1' ultima risposta di Melibeo si confronti
nell'edizione del 1610 quasi alla lettera col Cod. pistojese, e
perciò anche col cod, Barg. „ Ai^i^egna che gli afi^ersarii
miei paiano più potenti di me di persone , io sono più pO'
lente di loro d'auere', e a rispetto di me, egli son più po-
veri, e conciosiacosa che le dii^itie e le pecunie sono regi'
mento di tutte le cose, e moltitudine d'uomini legieremente
per la pecunia potrò avere, e così per cagion di persone po-
trò loro soperchiare e a necessità e povertà, e mendicagio-
ne, e morte potrò loro recare ,,. Comunque vogliasi giudica-
te di quelle coincidenze, certo si è che la traduzione del cod.
Barg. che generalmente è la stessa di quella che hanno gli al-
tri Cod. e di quella a stampa, è differente dalla contenuta nel
Cod. pistojese; ed al più per alcune coincidenze che non sem-
brano casuali potrebbe sospettarsi che quella di Soffredi fosse
stata rifatta quasi del tutto per ridurla più letterale, e meno
popolare nello stile e nelle parole. Infatti nella trad. delcod.
Barg. si trovano latinismi a josa, ortografia più sistemati-
ca, meno idiotismi. In questo luogo p. e. invece di riccliez-
ze si mantiene di^'itie com' è neil'Orig. latino.
)( 129 )(
GAP. XLIV.
Pag. 6(. vv. 28-39, GENTILE, e GENTILEZZA, cioè ìiobìle, e nobiltà,
GAP. XLV.
Pag. 6a. V. 6. lagrunare per lacrumare, o lacrimare.
V. 16. Nel cod. Barg. e nella ediz. a stampa: ,, cinque cose sono
quelle che domano lo popolo cioè la licentia, lo pianto, la
fame, la Lactaglia e lo pogo sapere di molti,,. Nel God.pist.
in questo luogo manca lo pianto, ma nel Gap. 48. a pag, 64.
vv. 9. IO. riportandosi questo medesimo passo di Salomone
colle stesse parole della pag. 62. vi è anche il pianto ; onde
pare che qui manchi per negligenza del copista.
GAP. XLVl.
Nel cod. Barg. ed anche nella ediz. a stampa questo capi-
tolo è mutilato, né oltrepassa i primi otto versi ; cioè sino
alle parole seguitiamo tanti beniy e sentiamo tanti mali,
Pag. 63. V. 3. CHOSciENZA. Nel God. pist. è chonoscienza , ma nell' Orig.
lat. è conscientia come poco dopo è ripetuto nel Cod. pist.
in questo medesimo luogo; onde corressi conscienza anche
di sopra. Probabilmente conscienza, e conoscienza erano
sinonimi.
GAP. XLVll.
▼. a5. PAVERO per poifevo.
V. 3i. PERcrsso dal latino percussus percuotiraento; questo Gap,
manca nel cod. Barg. e nell'ediz. a stampa.
GAP. XLVIII.
Pag, 64« V. io. POPOLO. Nel Cod. è scritto popalo come tuttora si pronunzia
nel distretto senese per la ragione già detta. Frequentissimi
sono gli esempj anche nell'uso popolare dello scambio dell'a
per o, come avrebbtìtno ed avrebbono, andarono e andorno ecc.
Lo scambio dell'o in a è frequentissimo nel dialetto vene-
ziano.
V. 21. E davi' disse cioè Dauid disse.
v. 23. PER LA «QUINTA ecc. questc parole segnate mancano nel Cod.
pist. ma sono un' omissione del copista ovvero del cod. di
Soffredi. L'Orig. lat. dice : „ et noverit universa ecclesia
hodie quia non in basta salvat dominus: ipsius enim estbel-
lum. Quinta vero ratione vitandum est bellum, quia in eo
maximum versatur periculum ,,.
Ivi, ECCLESIA in questo luogo non significa la Chiesa nel senso
X i3o )(
teologico, tna la moltitudine, la gente, il popolo. Nelli c*>«i2?.
dell'Op. di s, lac» è usata la voce ecclesia invece di chiesa
ch'è sincope della voce precedente, cioè c/csia,c/jzesa cangia-
ta la silla])a de in cine per le ragioni già dette. Qui nel Cod.
pist. è una laguna che si può vedere tradotta nel cod, Barc^.
e nella edlz. a stampa; comincia dopo le parole del Cod. pist.
dei usare lo consiglio d'i' medici, sino all'altre per la sexta
rascione»
C AP. XLIX.
Paw. 65. V. 25. RENDETE PROVEDETE. Nel Cod. è scrltto rendere procedere ;
ma il senso domanda che stia come è stampato.
V. "29. SERVisci . . . UBRiAZA. per sert^igi, ohlianza,
C A P. L.
Pag. 66. V. i3. Kosso per nostro.
V. 19. CA.THOLICA ; nel Cod. pist. cazoUca ; di qui è viepiù manife-
sto, che la z equivale al th. V. nota a pag. 3. v. 14.
V. 20. Carllo. Vedi Vita Ca/'o^/y]/. attribuita al Vescovo Turpino
da me pubblicata con illustrazioni. Firenze 1822. V. note a
pag. q5. e seg. dove ragionasi della santità di Carlo M.
Ve 26. Nel Codice pare che dica ed opere (abbreviato) f. debbe dire
,, ed opera, e dio ,,. Ho supplito, e dio dal Cod. Barg.e dal-
l'edizione.
V. 3o. Nel Cod. è scritto e acatnpare la morte ecc. corressi arcam-
hiare perchè poco dopo ripetendo questo passo è scritto an-
tiporre. [ pag. 67. v. 4- )
V. 32. DEI per dee, dei'e, debbe; così al verso 34 seguente.
Pag. 67. V. 9 CHI per che.
V. 28. E da notarsi assai questo che dicesi contro le armi in mano
degli ecclesiastici.
V. 3:. MASCELLATA in dialetto pist. è per guanciata; come labbrata
dar le mani ne' labbri.
V. 35» AE per hoe, ho.
V. ^o, TURO per purC'
Pag. 68. V. 2. CON paci' con pacie.
V. 3. VERRÀ per guerra dalla parola teutonica werra.
V. 7. VOiLA la uìioi» — PER MALE. Mancano nel cod. Bargiacchi, ri-
chiedendole il senso.
V. 18. PICCOLO RisPETTO.Nel cod. Barg. co' moderato spazio. Neil' e
diz. a stampa con moderato aspetto. Io credo che piccolo
rispetto in questo luogo stia per piccolo indugio. Orìg. lat.
dilatione modica postulata»
V. 24' GnJRA.TORi, Juratores praeterea erant ii qui vice alteriiis ju-
rabant. Henricus Huntidon. lib. 7, pag. 373. ,, Junior Wil-
lelmus VII. anno regni sui provocatus a fratre suo quod ju-
sjurandura non servasset, transfretavit in Normanniam.
X i3i )(
Cura ergo fvnlres simul venìssent, juratores omnem cui pam
regi imposuenint ,,. (Diicange alla voce juratores).
Né punto meno del ducilo venne in questi secoli a con-
fermarsi l'uso della inimicizia Dichiarata la guerra,
tutti i parenti de' principali sino al quarto grado vi si in-
tendeano compresi, né era lecito a vcnin di essi il ritrarse-
ne seuza vergogna, e senza perdere il diritto di successio-
ne; chiunque si trovava a sorte in compagnia loro era tenuto
d'entrare in briga .... Molti accorrevano a prendere vo-
lontariamente partito per amicizia: si assoldavan' uomini,
si ragunavauo armi da ciascheduno, e finalmente dopo inti-
mata la /i/ù/rt, lecita era ogni insidia, ed ogni violenza. Un
rogito di pace del 1288 adducesi dal Ducange in una disser-
tazione sopra Jonville, trovato in un registro della Camera
de' Conti di Parigi in cui l'uccisore giura prima a' figliuoli
dell'ucciso che gli dispiacque di quella morte, (il che mi
fa ricordare di certa memoria in un necrologio a penna:
„nota che quest' anno (era intorno la metà del declmoterzo
secolo) fu fatta pace , avendo giurato dodici uomini di Pa-
dova che il taglio della Brenta non si era fatto per danno,
ne per vergogna del dominio Veneziano ,, ) e da poi dà cen-
to lire agli amici del morto per fare una Cappella dove si
ori per 1' anima sua, e si obbliga di mandare un figliuolo ol-
\. tremare, cioè in Terra santa, che nel ritorno debba portar
lettere e testimonianze sicure d'esservi stato. E siccome fra
gli antichi settentrionali partecipavano della sodisfazione i
parenti tutti, dicendo Andrea Svenone che se ne dividea
il prezzo con certa regola fra 1' erede , gli agnati, ed i co-
gnati, così a questi tempi entravano nella pace e vi si so-
scriveano (e giurat^ano) gli aderenti ed i congiunti (F.
MaJ^ei della Scienza chiamata Cavalleresca lib. 1. cap,
3, pag. 108-9
Pag. 63. V. 34. devesse' per dei^essero.
v- 33. VI I, ADDAVAMO per a voi V ardivamo 3 come sapavamo per
sapevamo»
V. 87. AVETo per a vele.
y. 4o= DEVOTA MENTE. Così ne'cap, di Carlo Calvo. V. pag. 40. n. iX
Pag. 65. V. I. QrAMvis DIO CHE. Latinismo come eziandie che.
V. i3. E RECTOEi DE LE CHIESE cìoè Capi delle comunità degli Slati,
magistrati ecc.
V. 24- AVAKo per avecino»
V. 26. VERAcci per verace,
V. 33. KosTEi. Nel Cod. è nossi.
T. 38. E FEDELI TROVATI. Qui la vocc fedeli non è aggettivo, ma so-
stantivo in senso di persone aderenti. Mei capitoli di Carlo
Calvo è frequente la menzione dìfulelis homo , fideles re-
gni, fideliiatis promissio parlando delle persone aderenti ,
e della medesima parte. A queste contrapponevansi infide-
les, come alle pag. 345. cap. I. ( ediz. di Parigi 1623 ) „ ut
)( i32 )(
Ricuti nostri infideles^et coniunes contrarii nostri se invi-
cera confirmaverunt ad nostram contrarietatera ... .ita fi-
deles nostri se confirmant ad dei voluntatem et nostram fi-
delitalem.
l'ag. 70. V. 9. TBEGARLLi per pregarolli, pregaronli, camLiata la n coli' Z af-
fine secondo il già detto.
V. 10. CHED. "V. il detto da me nelle note alle rime di mess. Gino a
pag. 292. ult. edizione,
V. 18. E ALLORA MESS. MELIBEO LEVANDOSI DRICTO BCC. tutta questa
parlata di Melibeo risponde quasi affatto letteralmente alle
parole del cod. Barg. dal che potrebbesi non irragionevol-
mente dedurre quello che ho detto nella prefazione, e poc'in-
nanzi, cioè, che l'autore, od il riformatore della traduzione
contenuta nel cod. Barg. e nella ediz. a stampa, vedesse e ri-
formasse questa diSoffredi. Potrebbesi opporre che trattan-
dosi d'un volgarizzamento del medesimo testo latino fosse
facile il combinarsi. A ciò rispondo, che quando si vede
che nel generale trovasi tenuto un sistema di parafrasi e
liberissimo come si è quello della traduzione del cod. Bar-
giacchi ecc. non può credersi effetto di pura combinazione
il trovarsi di quando in quando letteralmente conformi le
due traduzioni , non già in una o due parole o frasi, ma in
periodi intieri, come in questo che qui voglio trascrivere
per comodità de' lettori. E allora mess, Melibeo Iettandosi
tra V altre cose disse', vero e che senza giusta cagione gran-
de ingiuria a me et a la mia donna et a la mia figliuola
faceste entrando per forza in de la mia casa , e tale cosa
facendo che meritevolmente dovresti patire morte, unde
soglio udire uoi se l'oi piace de le predicte cose la uendecta
comectere a la mia donna et a la mia uolontà. Quegli ri-
sposero: Messere noi siamo indegni di t>enire a corte di
tal signore ecc. Le piccole variazioni sono tali che trovan-
si delle maggiori da copia a copia d'un medesimo libro. Do-
po questa corrispondenza letterale , succede una reale di-
versità della frase. Or come potea avvenire questa alterna-
tiva di corrispondenza se non cbe nel caso in cui l'autore o
riformatore del volgarizzamento avesse dinanzi agli occhi
un codice dove fosse il volgarizzamento di Soffredi o ge-
nuino, od alterato ; perlochè volontariamente, o material-
mente gli venisse introdotto nella scrittura qualche perio-
do di quella di Soffredi ; senza badare od alla giacitura od
alla identità d'ogni parola. Nel Cod. pist. è scritto a?/ P-iVere
a cotal corte ; ma ho emendato di uenire come il contesto
accenna, e nel cod. Barg. si legge.
)( 1^3 )(
CAP. LI.
Pag. ^i. V. 34. rifiuta; nel Cod.è scritto /T/izfa, ma non se ne caVa senso.
Nel cod. Barg. e nell'ediz. a stampa è ,, dunque quello co-
tale guadagno, sì come danno, al postutto rifiuta ,,.
V. 3S. OGNA viRTnoE TACE ccc. Nell'Oi'ig. lat. „ lucet omnis virtus ut
fama late pateat ,,. Forse nel Cod. di Soffredi leggeasi tacet
invece di lucei. Potrebbe ancbe intendersi tace per istare
nascosta. Nella ediz. è: „ taccia quivi ogni virtù, ove la
fama largamente è manifesta ,,.
Forse la vera lezione origin. è tacet omnis uirtus atfama
late patet. Infatti ciò sarebbe detto in conferma della sen-
tenza precedente : „ bona fama in tenebris bonum splendo-
rem facit,,. Nell'ediz. a stampa ,, la buona fama nelle tene-
bre buono splendore fa ,,.
Pag. ^i. V. 3. voLE per vuoli, vuoi. Nel Cod.è scritto t^ale pe*soliti scambi
dell'o in a, e dell'e per /.
v. 7. CONCEDUTO per conceduta collo scambio dell'a, e dell'o.
V. 8. Nel Cod. manca danno per omissione dello scrittore.
v. II. MEDESMO per medesma.
V. i3. Le parole in carattere corsivo l'ho supplite dal cod. Barg.
v. 20. LA PROVINCIA ecc. sino alla fine del periodo nel Cod. pist. è
dell'imbroglio; onde ho riordinato il senso secondo l'Origi-
nale lat. che dice : „ Regnum de gente in gentem transfer-
tur propter injustitias, injurias, et contumelias. Non enim
absonum si prò injustitia et injuria et conturaeliis contra
nos illatis de loco ad locum, amissa sua substantia^ transfe-
rantur „.
CAP. Lll.
V. 32.de la. VENTURA. NeU'Orig, lat. è de la uectoriay e così a stam-
pa. Io lascio ventura perchè il senso non si oppone ; molto
più che non può attribuirsi a sbaglio del copista, perchè in
margine nella norma della rubrica da trascriversi in rosso
è scritto in nero ventura,
CAP. LllL
P.i % 73. vv. 3. a IO. PRINCIPI .... VERITALE sono suppliti dall' Orig. lat.;
scrissi truono invece di suono che è nel Cod.
V. i3. PUNGORo per pungolo, idiotismo tutta via in uso nel contado
pistojese.
1-Vjg. 74* V. IO. iNDEGNAMENTo. Nel Cod. è scritto indegno merito] ma l'O.
rig. lat. ha ,, nostram mitigaverunt iudignatiouem „.
v. 12. OMELE. Nel Cod. è scritto omelia.
V. i3. È isPEZiA A l'ira. Neli'Orig. lat. „ moUis responsio frangit
X 'H X
iram „. Lascio la lez. del Cod. invece di correggere spezza
l*ira, perchè può avere il senso di mitiga l'ira come la spe-
zie o gli aromati raddolciscono^ e temperano l'amaro, ed il
mal' odore.
Pag»74'VV. 34. e seg. 1 primi quattro versetti pare si debbano riferire al
traduttore SofFredi che scrisse questo uolgare, e dal quale
rOrig. lat. fu ima gore gaio; cioè fu per imagine recato in su
questo volgare (linguaggio) o come dicesi alle pag. 16 stra^
lactato da latino in uolghare per mano di serSoJf redi. Gii
si augura che seguiti a scrivere sempre e ognora il volgare;
lo che mostra che lo scrittore di questa lingua volgare era
tuttora in vita.
Quindi si passa a chi scrisse il libro (non il volgare) cioè
al copiatore del libro; che come dichiarasi era diverso dallo
scrittore del volgare.
Pag. ^5. V, 6. É FINO cioè ottimo.
Y. 8. FiLLicoLE dal vocat. lat, filiale.
Pag. j6. V. i5. MOLiMENTo , cioè monimento monimentum scambiata la n
con la /; per monumentum.
Pag. 77. V. 28. soRORE per sorora, d'onde poi we venne suore» Credo che le
voci sorora e suora fossero specialmente usato pe-; le ora
cosi dette monache ^ e che le sorelle dei fratelli si chiamas-
sero più propriamente sorelle, e sirocchie da sorula, e so-
rorcula dei Latini,
v. 3o. MONASTERio e monesterio, e monisterio.
Pag. 78. V. I. soRORi dal caso retto sing. sor ore.
y. 8. SAM per san.
V. i3. FONTE DOMINI Oggi forse Monte domini, se non è sbaglio della
scrittura.
r. i4« l'È FRATELLE, Non credo che /rateile fosse sinonimo di sorel-
le, ma che significasse donne addette a' frati, come le Ter-
ziare di S. Francesco, o donne di monastero diretto, e dipen-
dente dai frati dell'Ordine stesso. Forse ebbero questo nome
non dalla fratellanza o società spirituale di loro, ma ào^Jra^
tria dei Latini che era la donna del fratello o la cognata. E
noto che specialmente in que' tempi quasi tutti i conventi
de' frati, aveano vicino un monastero od una casa di donne
dell'Ordine loro, e perciò le /rateile potrebber' essere le
donne de'frati,che aveano cura de' vestimenti sacri ecc. cosi
le sedici donne erano destinate a tessere il velo di Giunone
in Olimpia, ed i fulloni od imbiancatori stavano presso i
tempi P^*^ comodo de'sacrifizj ecc. L'abitazione delle fra-
telle non era monasterio, ma casa, come pare dal dirsi che
stavano nella casa, che fue di frate Iacopo Sigoli. A Pistoja
la Badessa del Monastero di S. Pietro era chiamata la Ve-
scoi'a, e la donna del Vescovo, perchè nel giorno del solen-
ne possesso preso dal Vescovo faceasi una cerimonia che
diceasi lo sposalizio del Vescovo colla detta Badessa per
X '35 )(
simbolo dello sposalizio mistico della Chiesp pistojese. La
descriiione di questa cerimonia può leggersi uegli storici
pistoiesi.
Pag. 79. V. 4- PON TORMA Oggi Pontoimo.
Pag. 80. vv. 4 5- RiNCKiUDA. Di qui è manifesto che la lettera k si adope-
rava anco per l'aspirazione invece di h, ma come dissi a
pag. 98. nella nota pag. 6. V. i. si conobbe che non potea
equivalere alla V ma era la stessa della e; e per ciò fu adot-
tata Vh come vedesi nel Codice pistojese.
y. 45. SI RiNCKiuDA IN MoNisTERo RIUSO. Duiique le Rinchiuse erano
le dorme che oggi diciamo di Monastero con stretta clausu-
ra; a queste, e ad altre di monastero non chiuso era dato il
titolo di Donne cioè Signore da Dominae; le servigiali poi
erano chiamate suors e soj^ori. Le altre non di monastero,
.^ ma di casa comune si nominavano fratello dette anche /r«-»
tocchie dafratriculae.
DICHIARAZIONE
DEL FAG-SIMILE
PJ.° I. Carattere del Codice Pistojese
*-^ a-3. Carattere di Lanfranco Seriacopi
— 4* Carattere di SofFredi del Grazia
?— 5. Carattere delle postille nel margine del Codice
CORREZIONI E GIUNTE
J:»IVEF AZIONE.
Pag' ao t>. 29 scricti
/egf. scritti
3i ^. 38 puntautio
puntatio
38 (/. 32 attributo
attribuite
44 f'» 23 Seri
Scritta
49 (^, 99 1276
1278
58 ^^. 3o 1236
1238
64 e. 28 9 settuagesìmo
settuagesimo quarto
68 {/» ult. dai periti calligrafi padre dal perito calligrafo Gaet
e figlio Giarrè
no Giarrè padre
TESTO.
f'ag» ^ u. 18 e da cbe
leg» ed a che
8 t/. q8 sì è
si è
ne
né
9 (/, ult, tuo che
tuo sì che
i3 f. 35 degli uomini piuo
degli uomini de ire piuQ
21 p». 5 0 elli l'infinge
0 elli s' infinge
33 ('. 21 chosa fare
chosa possiamo far§
5i u, 4 ^^tr' arme
e altr' arme
ivi j^. l3 cbasiodoro
cbasiodoro
53 p». 21 di se dissq
di sse
58 p». 20 vertude
vertudìe
59 i>. 34 al potente
ai potenti
68 p». 22 a mess.
e a mess.
ll\ v* 12 e ispez^a
è ispezia
NOTE AL
TESTO.
Pa^* 118 (^t/. 21-32 Marcello, Nonio
leg. Nonio Marcello
ivi v* 38 i;^o$
Vió;
X i37 )(
AGGIUNTE
Alle pag. 3. V. Sg. della prefazione si aggiunga in nota :
,, Tra i molti esempj dell'uso delle preposizioni invece delle declina»
«ioni de' casi è da osservarsi il seguente dell'Eunuco di Terenzio nella
scena IV. dell' atto IV. v. 14.
„ Ne coniparandiis hic quidem ad illum est:
„ Ille erat honesta facie et liberali „ ecc.
esempio portato da Nonio Marcello nel libro de proprietate sermonumf do-
ve si esprime cosi nel cap. De Au/nerìs et Casibus.
»y Accusativus positus prò dativo; ignoscaraus illam rem,
j, prò , illi rei , . Plautus Amphit. velalis manibus orant: igno-
ti scamus peccatum suum. Terentius in Eunucbo; au ne comparaudus hic
33 quidem ad illum est ,,! Maniere corrispondenti all'italiano perdoniamo
peccato suo. Ed esto è mai paragonabile ad elio? Dunque anche i latini
scrittori del buon tempo dissero ignoscere peccalo, e peccatum, comparare
aliquem alicuiy e ad aliquem*
A pag. 8. della Prefazione dopo il v. 24.
Welle litanie scritte verso Tanno 780 e pubblicate dal Mabillon si leg-
ge continuamente^ invece di Tu illum juva. Tu lo juva.
A pag. 40. della prefazione in fine si aggiunga:
Quale fosse l'idea che ì dotti ed eruditi uomini aveano dello stato della
lingua volgare innanzi che Dante fiorisse può conoscersi da quanto scrisse
il chiarissimo Perticari, e da quello che sulle traccie di lui è stato aggiun-
to dall'erudito estensore dell'articolo contenuto nel primo volume del Gior-
nale di letteratura italiana intitolato V Esule (Parigi l832) dove si leg-
ge: „ Certo egli è nondimeno che Dante avvisava che per la sua forza ve-
ramente erculea,, poteva sollevare la nostra favella a somma dignità; prima
di lui era povera, piena di vezzi plebei, d' errori, di voci guaste, di co-
struzioni strane, e con uno stile mal determinato; il che si è in certa gui-
sa comprovato da quello che Dante stesso lasciò poi scritto nel suo libro
De vulgari eloquio, là dove lanciatosi sopra i più celebri toscani, Guitto-
ne d'Arezzo, Gallo Pisano, Buonagiunta da Lucca, ed altri, taccia le loro
favelle di rozze e plebee. Simile opinione portarono il Boccaccio ed il Pe-
trarca intorno alli scrittori del trecento, e dopo essi l'illustre Cardinal
Bembo, che per tal modo si esprime: era il parlar di que' tempi rozzo, e
grosso, e materiale , e molto più oli^a di contado che di città (i). Non
(i)Sidebbe aui^ertire che V autorità del Cardinal Bembo, e degli altri
cinquecentisti rapporto al giudizio intorno alla lingua volgare antica
ha poco peso, perchè essi ne giudicat^ano principalmente in paragone col"
la lingua latina classica a cui voleano rai'yicinare la lingua volgavi
X «38 X
ostante quello che abbiamo detto intorno a questa povertà della lìngua ^ e
che l'autorità di sì grandi uomini sia di gran momento , pure non deesi
credere che nei trecentisti altro non si trovi che fango e bruttura plebea ,
perchè a chi massime sa cercarle si manifestaranno ( così ) parti degno
4i eterna ammirazione; la semplicità, per esempio , la schiettezza ed un
certo candore di voci nate, e non fatte; qualità per le quali sono que' buoni
antichi anche oggigiorno dagli altri buoni scrittori italiani, distinti. A
conferma di ciò comincieremo da riportar qui un passo di quel discorso
con cui Guittone rimprovera a'Fiorentini che perdevano la patria per le
loro discordie „. ( Lettera XIV. pag. 38 Roma 1745 edizione del Botta-
ri). Sin a qui sono parole dell' autore del citato articolo. Ma pensare e
parlare così intorno alla lingua volgare d'Italia innanzi Dante prima che
fosse palese lo stato di lei pel volgarizzamento d'Albertano da me scoper-
to e pubblicato, fu cosa scusabile; ora poi come ci acquieteremo non solo
^ simili ragionari, ma a tutto quel che dicesì nel libro De uulgari eloquio
attribuito all' Alighieri? dove si leggono tra le altre cose, nel Capitolo
?lVU le seguenti parole:
j, Quod ex multis idiomatibus fiat unum
„ pulchrum, et facit mentionem de Gino pistoriense.
„ Quare autem hoc, quod repertum est. Illustre, Cardinale, Aulicum ,
it et Curiale adjicientes, vocemus,nunc disponendum est, per quod clarìus
3, ipsum est facimus patere. Primum igìtur quod intendimus, cum Illustre
,, adjicimus, et quare illustre diciraus deuudemus .... Vulgare de quo lo-
„ quimur sublimatum est magistratu, et potestate , et suos honore subli-
j, mat et gloria. Magistratu quidem sublimaturti videtur cum detotrudibus
„ Latinorum vocabulis, de tot perplexis constructionibus, de tot defecti-
„ vis prolationibus, de tot rusticanis accentihus, tam egregiumjtamextri-
jjCatum, tam perfectum, et tam urbanum videamus electum : ut CinusPi-
„ storiensis et Amicus ejus ostendunt in Gantionibus suis. Quod autem sit
_,, exaltatum potestate, videtur: et quid majoris potestatis est, quara quod
„ humana corda versare potest? ita ut nolentem, volentem ; et volentem
„ nolentem facìat, velut ipsum et fecit, et facit. Quod autem suos honore
„ sublimet in promptuest; nonne domestici sui Reges , Marchiones et
„ Comites, et Magnates quoslibet fama yiucunt ? minime hoc probation©
per farla nobile , dottai armoniosa, ed in una parola, curiale ed illustre.
Ne da questo sistema furono alieni Francesco Petrarca, Gioi'anni Boc
caccio , ed altri trecentisti e quattrocentisti, i quali seruironsi della linr-
gua volgare per trattare argomenti più a proposito a dilettare od istrui-^
re il popolo, che li scienziati; ed il Petrarca „la volgare opera sua [co*
me scriue il Gioi^io ) quasi poco durevole e di nessun momento disprezzò
sempre^ e ali* incontro sperando d'acquistarsi una gloria più certa e più
nobile si diede a comporre in lingua latina, di che riportò in Campido-
glio la gloriosa corona d^alloro „ ( Giovio nelle Immagini degli uomini
illustri). E del Boccaccio lo stesso autore scrisse: „ Con destino non dis'
simile a quello del Petrarca * , » si affaticò grandemente . .. per acqui".
starsi, scriifendo cose latine, alcuna vera lode j e ciò fece poco men ch^
in ^^a^o ,,.
(( i39 )(
3, indlget .... Quantum vero suos fiimiliares gloriosos efliciat, tìos ipsi
,j uovlmus, (jili hujus dulccdine gloriae nostrum exilium posteigamus; qùa-
„ re ipsum Illustre merito profìteri debemus ,,. Da queste parole dunque
viene a con chiudersi che il ^olgure illustre è formato non dal popolo, ma
da que'dotti che lo ricavarono dalla confusa indigesta mole di tanti rozzi
vocaboli latini, di tante perplesse costruzioni , di tante difettive pronun-
zie, di tanli contadineschi accenti, cosi egregio, cosi districato, così per-
fetto, e cosi civile ridotto, come Gino da Pistoja, e l'Amico suo nelle can-
zoni loro dimostrano. Dunque ciò fecero non il popolo, ma i dotti ; e spe-
cialmente Gino da Pistoja, e Dante ( che vuoisi sottinteso nel nome d'a-
mico di Gino ). Peraltro come si potrà tenere per vera questa opinione ve-
dendo che la tradtizione di Soifredi, fatta nella lingua popolare toscana pri-
ma del 1258 è così nitida nei suoi vocaboli, tanto chiara nelle costruzioni^
è nella pronunzia, così uniforme alla mantenuta sinadora nelle bocche dei
popolo toscano, senza contadineschi accenti; anzi conforme alla lingua
scritta di Gino , e di Dante ; ed è così egregia, così districata , così civile
da potersi in tutte le sue parti piegare a render volgare un'opera scritta
in latino? Goche mai Dante potea citare per inf^estri del volgare illustre
Gino da Pistoja e l'Amico suo in faccia d'un popolo che lo parlava prima
che incominciassero ascriverlo Gino e Dante, e gli altri di nome illustre?'
infatti nacque Gino nel 1270, forse quando Soffredi scrivea la sua tradu-
zione ; nacque Dante nel I265j quando Soffi edi era adulto, e parlava la
lingua che scrisse certamente prima dell'anno 1258, in ciii Dante contava
soli dieci anni di vita.
Il più dunque che possa concedersi si è che, sefcLene la lingua fosse la
étes3a,ciò nondimeno la classe del popolo distinto dalla plebe o dal volgo
parlasse una lingua più urbana, della quale servendosi li scrittori, e prin-
cipalmente Dante, la ripulisseio di più, ed impiegandola per esprimere
idee gentili e sublimi, la nobilitassero per la gentilezza e sublimità dei
concetti, come veggiamo avvenire nella stessa traduzione fatta da Soffredi,
in cui le stesse parole fanno diversa comparsa, adoperate ad esprimere ta-
lora idee comuni, talora cose e pensieri sublimi somministrati dall' Ori-^
ginale d' Albertano.
Da queste osservazioni vorrei dedurne due conseguenze. I. non parer
possibile che Dante ignorasse che nella Patria di Gino, è nella sua parla-
vasi, e scriveasi il volgare illustre prima del nascer suo, od almeno prima
ch'egli fosse in istato non già d' illustrarlo , ma di parlarlo appena, e di
scriverlo; come ci mostrano la Traduzione di Soffredi, ed il Testamento^
della Gontessa Beatrice, Da questa osservazione risultante dal riferito ca-
pitolo De l'ideavi eloquio può convalidarsi il sospetto di chi ebbe ed ha
per apocrifo il libro De i^ulgari eloquio che viene attribuito all' Ali.
ghìeri.
II. Goncedendo a Gino e a Dante d'aver principalmente cooperato a far
più culto il parlar volgare; non può certamente attribuirsi né ad essi y
né ad altri il vanto d' aver formato il volgare illustre nel modo dichia-
rato nel libro De uulgari eloquio^ ma solamente d'averlo nettato , scri-
vendolo, da quella negligenza uell' uso delle lingue parlate inevitabile inf
tutti i tempi, e presso tutte le genti. Se la lingua Volgare non fosse stata
)( '4o )(
dal popolo essenzialmente parlala come Gino e Dante l'adoperarono, non
poteasi chiamar lingua volgare; che nella scrittura cessò d' esser volgare ,
quando si volle ridurre Illustre, Cavdinu/.e. , Aulica , e Curiale ce ; cioè
quando si schifò di adoperare la lingua come era parlata dal popolo, di
SolTredì, da Dante, e da Gino, ed invece di ristringersi a seguitare le
pronunzie all'orecchio non ingrate, e le forme più urbane adottate dalle
maggiore e miglior parte del popolo, e sanzionate dai primi buoni scritto-
ri popolari ed illustri, si pretese di farla llliislre, Cardinale, Aulica, Cu^
viale coir inlrodurvl'parole, maniere e forme dotte, prese in gran parte
dalla dotta e classica latinità scritta, e dalle lingue siciliana , provenzale,
e francese de'secoli XIll. XIV. e XV., del che venne a formarsi la lingua
volgare illustre di cui parlasi nel libro De unipari eloquio, che fa attribui-
to a Dante, o per non sapersi il nome del vero autore, o per faigli acquistar
maggior credilo gli mise il nome di Dante chi lo compose, coli' idea di
Stabilire un sistema da esso immaginato sull'origine della lingua volgare ;
né ciò debbe parer cosa strana (in aggiunta ai dtdabj che già ne hanno
concepiti persone dottissime) sendo che, sì come dissi in principio, comin-
ciassero i dotti a cercare l'origine della lingua volgare sino dal i4Ì9 (')•
Altro dubbio della supposizione di questo libro mi viene alla mente
per le parole che leggonsi nel Gap, XUI. ,, Post haec venìamus ad Tuscos
,, qui propter ameutiam suam infroniti titulum sibi vulgaris illustris ar-
,, rogare videntur, et in hoc non solum plebeorum dementai inteutioj, sed
„ famosos quamplures viros hoc tenuisse comperimus: puta Guittonem
,, Aretinum, qui nunquam se ad curiale vulgare direxit ; Bonagiuntam lu-
j, censem, Gallura pisanum, Minum Mocatum senensem , Brunetum fio*
,, rentinum, quorum dieta si rimari vacaverit non curialia, sed munici-
j, palia tantum invenientur. Et quoniam Tusci prae aliis in hac ebrietate
j, baccantur, dignum utileque videtur raunicipalia Vulgaria Tuscanorum
j, singulatim in aliquo depompare etc. ,,
In primo luogo si ponga mente alla distinzione de' volgari curiale , e
municipale.'Danc[[ie secondo l'autore di quel libro, Guittone aretino e Bru-
netto Latini fiorentino scrissero ne'dialetti municipali, cioè aretino e fio-
rentino; come Soffredi e Gino scrissero nel dialetto municipale pistojese.
Ma come va che le lettere e le poesie in migliore stile scritte da Guittone,
la storia di Brunetto, la traduzione di Soffredi, le rime di Gino si con-
fauno con la lingua di Dante, e di tutti i migliori scrittori dall' autore di
quel libro detti Curiali? Come va che gli Statuti municipali ed altri mo-
numenti volgari MS. del trecento conservati negli atti degli Archivi pub-
blici di Firenze, di Pistoja ecc. eccettuate poche differenze di pronunzia o
di voci proprie dell'uso municipale, tutti mirabilmente s'accordano colla
lingua di Dante e di Gino intitolati maestri della lingua curiale ? Dunque
le lingue intitolate curiale e municipale degli scrittori trecentisti toscani,
(i) Il Salici ni nelle note alla Perjetta Poesia del Muratori ( Ed. del
1^24* di Venezia, Tom, 1. pag. 84 } tenne per sospetta l'opera della i^ol-
gare eloquenza di Dante s e dopo di esso il Ch, Stg' Vincenzio Follini
intraprese a dimostrarla una t^era impostura del J^rissino con lungo ra-
gionamento non per anco puhblicala^
X '4« )(
* di qiieiti del dugento si trovano essere una e medesima l'avella perctiè U
ingiia di Br(inetto,dI Dante, di Gino ecc. non ha verun altra difierenza
lalla municipale di SofTredi se non che una più costante uniformità nella
irtografia di alcune voci, che nel Cod. pistojese sono scritte a vicenda nella
3-ctese maniere municipale e curiale) lo che mostra l'uso dell'une e del*
l'altre; o piuttosto l'incertezza della preferenza, la quale flssarono poi li
scrittori; e probabilmente la maggiore regolarità che trovasi nei codici,
non derivò tutta da Gino e da Dante ec. ma dai copisti e letterati che ven-
ner poi ; di modo che que'primi letterati toscani, non crearono una lingua
curiale differente dalla municipale \ ma bensì ne regolarono la scrittura j
preferirono le parole dell'uso più civile; ed il popolo seguitò a ritener
l'una e l'altra pronunzia, o ne abbandonò l'una, ne adottò altra secondo il
bisogno, secondo il grado d'incivilimento, secondo l'orecchio che fecegli
schifare od accettare la pronunzia d'una o d'un 'altra voce di parlatori pitì
rozzi, o più delicati.
E qui torno a dire di Gùittone aretino quel che già dissi allepag. 37-38.
della Prefé Quali saranno tra le sue scritture, le genuine e proprie di lui?
se ascollinsi le parole sopra riferite, non potrebberglisi certo concedere
quelle tra le poesie e tra le prose a lui attribuite, le quali per chiarezza di
stile, per eleganza e proprietà di parole, per sublimità di concetti, ed altri
pregii lo metterebbero tra i migliori cosi detti trecentisti, sebbene non
conoscesse la lingua curiale secondo l'autore del libro De uulgari eloquio;
lo che per me vorrebbe dire che non conobbe la buona lingua volgare del
tempo suo ; per altro a me sembra piuttosto doversi conchiudere o che dal-
l'autore di quel libro non erano conosciute le dette scritture di Guittone ^
e ciò non potrebbe ammettersi se il libro fosse stato composto da Dante;
o che quelle poesie, e quelle prose non sono di Guittone aretino; di modo
che gli resterebbero solamente le altre che veramente non possono chiamar-
si né curiali y uè municipali , ma gergoni spesso non intelligibili, e pieni
di tutti i difetti che mai possono immaginarsi in un ignorantissimo , non
dirò scrittore, ma semplice parlatore. Onde a me piace conchiudere con
quella opinione stessa che già manifestai alle pag. 37-38-39. della prefa-
zione intorno alli scritti che sono attribuiti a Guittone.
Quale dunque sarà la lingua volgare illustre, cardinale ^ aulica , corti-
giana? Non altra certamente che la lingua volgare, quale la veggiamo nella
traduzione fatta da Soffredi del Grazia prima del 1278. non povera, non
piena di vezzi plebei, di errori, di voci guaste, di costruzioni strane^econ
uno stile male determinato; lingua che dagli eruditi non fu fabbricata, ma
prima ridotta alquanto più regolare ed artificiosa; poi cambiata in una lin-
gua direi per la massima parte non nata, inadatta ; e cosi in gran parte si
discostò dalla primitiva lingua vulgare per le forme e per la moltitudine
delle voci latine introdottevi dalla mania di non volersi uniformare alla
semplicità, chiarezza, e comunanza della primitiva favella volgare; dispre-
giata ne'secoli bassi dall'orgoglio de'curialisti, e de'dotti; nettata, e ordi-
nata prima del i3oo; riformata dopo il i3oo dall'orgoglio de'dotti, e sem-
pre rifiutata da'curialisti , che finalmente non poterono impedire che si
dilatasse, quantunque più o meno dai dotti a modo loro foggiata; i quali
non vollero ascoltare Cicerone ed Orazio^ non il primo che dicea: Cum eX"
X >4^ X
jeorta mihi ueritas esset, usum loquendi populo concessi, scicniiam miJr>
reser'^afì {l); e l'altro decise che appresso il popolo è lus et noi ma lo
quendi ( Ari, Poet. )
Or dov'è ora la lingua scritta del popolo? se Dante per la sua forra ve-
ramente erculea avesse sollevata la nostra favella a somma dignità, perche
prima di lui era papera, piena di uezzi plebei, d'errori , di voci f^uc'
jfe ecc.; se il parlar di quo' tempi fosse stato rozzo, g^/'O550, materiale ,
non sarebbe della nostra favella i^ero e sicuro maestro il popolo , ma sa-
rebberlo gli scenziati ,• non presso dì lui // s^ius e la norma del parlare,
ma presso di quelli, a' quali appartiene soltanto l'eleganza artificiosa, e
la scienza quando vanno daccordo col popolo, secondo che Cicerone in-
segnò: ,, Yitium vel maximum sit a vulgari genere oralionis ntque a
consuetudine comunis sensus abhorrere (de Orat. lib. i.),, Quod enim
probat multitudo hoc idem doctis probandura est: denique, hoc speci-
men est popularis judicii in quo numquam fuit cum doctis, inteliigenti-
busque dissenti© ,, ( ivi ). E nel Dialogo intitolato il Bruto „ t undamen-
tum Oraloris vides locutionem emendatam et latinam, cujus penes quos
laus adhuc fuit, non fuit rationis aut scientiae,sed quasi bonae consueta'
dinis „. Dunque anche per giudizio di Cicerone il parlare emendato e ve-
ramente latino non era parto del ragionamento artificioso, e degli scien-
ziati, ma del buon'uso, o buona consuetudine del parlare del popolo.
In quanto poi a ciò che riguarda i varii dialetti popolari d'Italia ed al
dialetto scritto e parlato più generalmente dagli eruditi, mi riserbo a trat-
tarne nell'Opera mia sull'origine della lingua italiana ; intanto mi limito
ad accennare che debbesi molto ristringere l'opinione di coloro, i quali
sono d'avviso che Dante fosse il primo, o quasi primo a mescolare col dia-
(l) Quando Cicerone dicea Populus non ìntendea di parlare d* una
moltitudine denomini qualunque'. ,, Omnis cii^itas (scrisse nella Bepub-
blica ) est constilutio populi populus autem non omnis coetus quo»
quomodo congregatus, sed coeius multiiudinis Jiiris consensu et utilità-
tis comunis sociatus (a) ,,. Perciò differii^a la lingua del popolo , da quel-
la del uolgo, e da quella de^ rustici ; il v^olgo ed i rustici erano coetus
multitudinis quomodocumque congregatus. Onde coerentemente a questa
definizione della uoce popolo dichiarò che ,, Omnes tum fere qui nec ex»
tra urbem hanc uixerant, nec eos aliqua barbaries domestica infuscave-
rat recte loquebuntur ( in Bruto). Quella parte dunque del popolo dcbbe
riguardarsi per wera e sicura maestra della buona favella, la quale si
distingue dal rimanente per l'urbanità, per l'esercizio delle sociali pre-
rogatii^e, per un congregamento utile alle cii^ili bisogne , per le prillate e
■publiche virtù, quaVera il popolo Bomano al tempo degli Scipioni e dei
Lelii y ed il Toscano principalmente innanzi le fazioni Guelfa e Ghibel-
lina, JSel medesimo senso anche i Deputati alla Correzione del Decame-
rone ajfermarono che ,, la lingua pura e propria e del popolo, et egli n'è
il vero e sicuro maestro', della lingua elegante et artificiosamente compo-
sta ne sono maestri gli scenziati, e gli studiosi di quella ,,.
(a) Queste parole son quasi alla lettera riportate da S. Agost. De Civ.
Dei lib. 12, C. 2[. V. anche Nonio M. Urbs et Civit.
)f 143 X
letto toscano, e principalmente col fiorentino scritto, vocaboli d*altri dìtt*
ietti municipali italiani, specialmente dei Lombardo e Romagnuolo; io
non pretendo negare che esule per Italia ve ne introducesse co'suoi scrit-
ti, o per abitudine presa di jìarlare qne'dialetti, od espressamente per in-
grassare il volgare fioreiitino, o per dare nel genio agli ospiti suoi, e più di
tutto per comodo della rima ; dico peraltro essere state comuni ab antico
al dialetto fiorentino, e toscano molte parole che son' ora rimaste speciali
in altri dialetti; lo che vicn confermato da'codici più antichi, i quali erro-
neamente furon per alcuni creduti essere stati scritti fuori di Toscana per-
chè vi incontrarono alcune voci inoggi lombarde, romagnuole, ecc. che
leggonsi anche negli Statuti di s. Iacopo (V. pag. 3S nota 62) e negli Sta-
tuti suntuarj ( pag. XXV. nota 23) del Comune di Pistoja fatti nel i3i3 e
nel i332-3 e, da me trascritti dagli originali e pubblicati; non meno che
nella traduzione di Soffredi, come osservai a'respettivi luoghi nelle noie,
ed altrove.
A pag. 65. V. 8. della prefazione si aggiunga :
Dopo aver composta questa descrizione vennero a mia notizia due Co-
dici della traduzione italiana del Trattato di Aìherlano della Dilezione (/ ì
Dio, e del Prossi/no', l'uno è Magliabechiano miscellaneo membranaceo dì
cui può vedersi la descrizione aggiuntavi dal Bibliotecario Ch. Sig. A!i.
Vincenzio Follini. Precedono la tavola delle materie scritte nel Codice
queste parole: „ In nomine domini nostri Ihu Xpi Annodai millesimodu-
centesimo septuagesimo quarto^ Indictione secunda XV. Januari. In que-
sta Tditione si compieo questo libro: scrìpselo Maestro fantino da san
friano ,,. Di qui e manifesto che il precedente Codice Riccardiano è una
copia di questo, o d'altro simile a questo. JNotai già che il carattere del coJ.
riccardiano non corrisponde alla data del 1*274^ essendo riconosciuto per
iscriltura del secolo XV, e che il più moderno copiatore , od altri per esso
radiò il nome dell'antico scrittore dell'apografo, Ftì[«z//zo da SanFrianOf
che il copista posteriore avea scritto ugualmente colla data del 12^4 (O*
Anche il codice magliabechiano sebbene abbia la data medesima della
scrittura ed il nome del copiatore Fantino da San Friano , non può te-
nersi per copiato certamente nel 12^4; !• perchè il carattere sembra appar-
tenere più al secolo XIV, che al XllI ossia al 12^4* !'• perchè le date non
rispondono sempre al tempo della copia del codice in cui sono scritte, ma
sovente appartengono al primo apografo da cui derivarono, come già dissi
a pag. 3o, e 3i della prefazione.
11 fatto certissimo è che questo codice magliabechiano, appartenuto al-
l'antica Accademia della Crusca, contiene la medesima traduzione che si
trova in tutti i codici da me veduti e registrati, non esclusa l'edizione ài
Eastiano de'Rcssi del 1610. Onde è ben difficile il poter decidere se questo
esclusivamente abbia servito per la predetta edizione; e non è meno certo
che differisca come gli altri, e come l'edizione del iGio dal volgarizza-
mento di Soffredi.
(i) Alle pag, 65 w, -29 dopo septuagesimo s' rjggiuuga quarto lasciata
per errore di stampa»
)( '44 K
Se qilello che generalmente contengono i codici sia anteriore o postf?^
i'ìore a questo del Codice Pistojese, mostrai non potersi determinare dalle
date cronologiche; ma per quanto appartiene allo stile, all'ortografia ed a
Varie altre qualità della dizione, parvemi essere posteriore a quello di Sof-
IVeili. Gli accademici della Crusca servironsi di questo codice, ora Maglia-
hechiano, nella IV. edizione del Vocabolario, come apparisce dall' Indicej
in una nota da' predetti accademici nel ]N.°3. della Prefazione alla IV. edi-
zione dicesi clie l'autore di quel volgarizzamento sia stato ///i^r^^a <^a Gro5-
*efo, e che lo facesse in Parigi l'anno 1-269. siccome nello stésso codice
scrisse anche Pier Francesco Cambj per nome accademico detto lo ScritO'
lato ; ma di tale affermazione non sono addotte le prove. A me fa molta
ln?raviglia che in veruno dei tanti codici, nef' quali è scritto il medesimo"
volgarizzamento d'uno, o di più dei Trattati di Albertano, sempre confor-
me alle altre copie, eccetto le solite variazioni, che &oglion' essere tra co-
pia e copia, non incontrisi neppure una volta il nome del traduttore, come
leggesi chiaramente nel Codice pistojese. Oltre di ciò, sembrami assai stra-
no che un'opera italiana, scritta originalmente in latino dal 1238 al 11^6
inclusive, che si sparse e si tradusse presso le nazioni estere, avesse da tra-
dursi la prima volta non da italiani in Italia, ma da un italiano a Parigi
nel 1269, cioè 28 anni dopo la composizione dell'ultimo trattato latino, e
Bi anni dopo la composizione del primo (V. pref. pag. Sg. ); essendo molto
probabile che Soffredi traducesse il primo trattato della Dilezione di Dio
e dell* Jinore del Prossimo assai prima del secondo tratlato del Dire e del
Tacere; e del terzo ed ultimo del Cousii^iio e del Consolamento, il quale
può credersi tradotto l*anno i2^5j l'anno 12^8 non è dichiarato per l'anno in
cui fu tradotto da Soffredi il secondo Trattato cioè del Dire e del Tacere^
ma per l'anno in cui scrisselo Lanfranco Seriacopi ; liei terzo^ del Consì-
glio ecc. non è distinto bene se l'anno 12^5 sia quello della traduzione, o
della copia ; ma sembrami certo che fosse tradotto innanzi, anche se vo-
gliasi intendere che quell'anno sia relativo alla scrittura della copia, e
perciò in qualunque modo sta fermo che non fosse tradotto dopo il i2^5.
11 primo Trattato del Consiglio nel Codice pistojese non è intiero e
non evvi perciò data veruna né della traduzione^ né della copia fatta da
Lanfranco; ma è presumibile che fosse tradotto prima degli altri due , e
perciò molto probabilmente innanzi al 1269; perchè in quel tempo non
era impresa facile tradurre e scrivere di latino in volgare un'opera di quella
importanza. Ciò premesso: suppongasi con tutta la probabilità ohe il primo
Trattato fosse volgarizzato da Soffredi, il primo degli altri, e che si dif-
fondesse verso il 1269, o dopo; nulla è più verosimile che di copia in co-
pia fosse variato al punto, che poi qualcuno verso la fine del secolo Xill si
accingesse non solo a raffazzonarlo sul testo latino, ma per ridurlo in sti-
le meno volgare, e più, anch'io dirò, curiale, v'introducesse quella dizione
che si riguardava per la più elegante, e forbita; ma nei primi codici di
questa riduzione niuno ardì mettervi il nome, e solo restò la vecchia data
del r^y^, che forse era quella della traduzione fatta da Soffredi del primo
Tratlato della Dilezione etc, ed a poco a poco, dimenticata anche questa
col nome del primo traduttore^ e negletta la versione di lui, prese voga la
X '4^' X
*^ì(luziòne come credula più illusi re, e curiale, siccome dissi alla pag, 3g
della prefazione (i).
L'jiitro codice contenente il Volgarizzamento del Trattato della Dile-
lìone di Dio e dell'Amore del Prossimo si conserva nella 1. e R. Bibliote-
ca Palatina a Firenze, ed ecco quello che scrissemi l'erudissimo sig. Giu-
seppe Molini:
AtBERTANo Trattato della, dilezione di Dio e del prossimo.
Trattato delle quattro forze di viRTmi.
Membranaceo in ^.^ del seccia XI ^ tutto della stessa mano (2).
Il presente codice è quello nominato dal Poggiali a pag. i3 del Voi. l.
del suo catalogo, ed egli lo ebbe dalla libreria Guadagni, ove era segnato
col N.o i38.
I compilatori del Vocabolario della Crusca citano l'edizione dell' Al-
bertano fatta in Firenze nel i6io per cura di Bastiano de' Rossi. Il nostro
codice contiene il solo trattato della Dilezione compreso nelle prime I25
pagine della stampa, e termina colla medesima sottoscrizione, salva qual-
che piccola diversità, cioè:
,, Qui e conpiuto il libro de la forma dela ulta il quale conpiello al-
,, bertano giudice di Brescia dela contrada di santa ghata quandelgli era
^ nela pregione di messere lomperadore federigo nela qual fu messo quan-
„ deigli era capitano di cauardo per difendere esso luogho adutilitade del
,, comune di Brescia negli anni di cristo M. ce. xxxviij del mese daghosto
,, nella undecima indictione ,,.
II volgaiizzamento è lo stesso, e nella lezione differisce sì poco il co-
dice dalla stampa, da far quasi sospettare che abbia servito per la medesi-
ma. 11 copista ha fatto per errore un solo capitolo dei due che sono a pag. yS.
Vari antichi MS. di quest'opera sono rammentati dal Mazzucchelli ,
dall'Argelati e da altri, ma il più pregevole finora è quello citato dal ....
Civ. Ciampi ( Vita di Cino Pisa i8i3 pag. 1 12) dal quale ne aspettiamo
con ansietà la pubblicazione, che poco tarderà a venire alia luce, arricchita
di note e documenti. Conservasi esso nella libreria del collegio Forteguer-
ri di Pistoja e fu terminato di scrivere nel 1278. 11 volgarizzamento è
molto diverso da quello del nostro codice^ e sembra perciò lavoro d' altro
traduttore.
(i) La copia da me troiata si potè facilmente salvare intatta perchè
restò seppellita nell* Archivio della Comunità di Pistoja, cui lo stesso
Sojfredi V avrà donata.
(2) Ha carte 87 numerate anticamente» Per ishaglio a e 3^ il copista
ha ripetuti quattro versi del principio del Cap* sg. Il Codice è ornato di
bellt: lettere iniziali miniate a colori, alcune delle quali con Jigure. La
prima pagina è fregiata d'un elegante contorno miniato, e neW iniziale
è rappresentata una torre, dentro la quale, a traverso d' un inferriata,
vedesi l'autore scrivendo la sua opera. Nel margine inferiore è figurato
un re sedente, nel quale si volle fors? rappr/sentare Federigo 11. Il Co'
dice è di bel carattere, ma non però troppo ben conservalo. Il trattato
delle flirta comincia a e. 82 tergo.
X i46 K
il piccolo trattato che vien dietro al precedente parrebbe dalla sotto-
scrizione che fo3se anch'esso tdlgarizzamcnto di altra opera del medesimo
Albertano; ma fra quelle che registra il Mazziiccbelli non ve ifi'ba alcuuft
che corrisponda colla presente, la quale principia così: ,, Queste sono quat-
tfo forze di virtudi. Quattro forze sono di uirtudi dilFinite per molti sani
luiomiiii etc. ,, Tratta di ciaschcdun? virtù in capitoli separali, ai quali
fan seguito altri quattro sul nou dovere oltrepassare i limiti del giusto nel-
l'esercizio di esse, e termina cosi: ,, si usi la forma di quelle quattro uirtudi
dimezza sole diverse qualitadi di luoghi di tempi di persone et celerà. Fi-
nito libro referemus gratia Xpo Explicit liber Albertanii. Deo gratias.
A.C.
eccovi la copia che mi domandaste dell' illustrazione al Codice del-
l'Albertano. In altro MS. miscellaneo ho trovala una seconda copia del
Trattalo delle sei parole^ più antico di qilello che vedeste.
Sono al solito ec. J, V, Giuseppe Molihi.
^^à^- 104. delle Note: si aggiunga alla jmg* 12. i^. i'^, in fine.
Nei Capitoli di Carlo Calvo dell' ediz. di Parigi del 1623. à pag. 4i5. sì
légge: Ex Capitulis Imp. Caroli anni 8^6 confirmatis in palatio Ticineusi.
f, Venatìonera nullus tara sacri ordinis (sacerdotalis) exercere praesumat,
^, ncque arma militaria pi'o qualicumque seditiotìe portare audeat.
A pag. i/ji, V. 16. dopo Guittone si aggiunga la seguente notai
in pie di pagina.
Questo foglio già messo in torchio, vidi il libro dei Discorsi Filadel'
fìci di Lorenzo Martini. Torino i832. Dove a pag. 5i si Ugge: „ Guiitone
fu il primo che scrisse in quella lingua che si parlava dal volgo, e per es-
sere una corruttela della romana 0 latina veniva appellata romanza,,. An-
che prima della pubblicazione del Codice pistojese non sarebbe stato vero
che Guittone fosse il primo a scrivere in quella lingua che si parlava dal
Volgo, che invece doveasi dire dal popolo. Ma non sarebbési neppure me-
nato buono che la lingua di Guittone fosse la lingua Romanza ; sapendosi
da ognuno che la lingua romanza, o lingua d'Ocho, o provenzale non è la
stessa che il parlare scritto da Guittone, e da altri suoi contemporanei e
maggiori d'età, sebbene contemporanei. La lingua provenzale fu detta
romanza in relazione alla lingua parlata volgarmente in Francia, che vo-
lea dire come oggi dicesi la lingua romanesca; perchè in paragone della
lingua vai gare francese raantenea molti latinismi rimasti nella Provenza
dal tempo che fil conquistala dai Romani, che la chiamarono la /'rot^i'/zc/a
per distinguerla dal resto delle Gallie, e vi tennero Legioni, Governato-
ri ecc. Lo stesso accadde nella Dacia o Valacchia dove i Romani tennero
legioni, a difesa contro le invasioni, e si formò anche lì una lingua ro-
manza che oggi chiamasi DucO'Homana, V. Grammatica Daeo-romana di
Giov. Alessio. Vienna 1826.
Né meno strano si è il vedere che l'autore dei Discorsi Filadelfici no-
verando gli Scrittori citati da Dante anteriori a se stesso nel libro\Z>e Ful-
gori Eloquio tralasci di nominare Cino da Pistoja che nel detto libro è
spesso citato, e Dante si chiama col nome di Amico di lui, piuttosto che
eoi suo proprio. Dal merito di detto libro Ved. a pag. fSj-g.
)( i47 )(
Per la somma difficoltà di potere rappresentare scrupo-
losamente l'esattezza della ortografia, e della scrittura
del testo, non è riuscito di evitar affatto delle sviste;
onde Veditore per confermare i Lettori nella fiducia
della sua diligenza, aggiunge anche le seguenti;
CORREZIONI D'ERRORI DI STAMPA NEL TESTO
E D'OSSERVAZIONI NELLE NOTE
pag. 37. ▼. ult. de te da te
pag. 5i. y. 18. e buono è buono
iV/. V. 3o. dicendiatno discendiamo
pag. 53. v.3o. gentilezza gentileza
jV/. V. 3i. si conta si confà
pag, 53. V. 28. i^endecta facendo» U ho supplito dall' Oviginale latino
iui» T. 32. e se ti e se si
pag. 54» ▼• 3i. compouesi componsi
pag. 55. V. i3. del chostarej invece di gostare per g^ustare^ come di sotto
covernasi per governasi
pft|;. 57. V. 2. eh' e eh' è
tVi. V. 22. la 'ngiura la 'mg/ura
pag. 59. y. 28. tuo dicesto; invece di tue c?/ce5te, o rf/cesf/.
iVf'. V. 33. Nel testo leggesi ai potenti; ho sostituito al potente per
accordare con lui: ciò feci per seguitare l'originale la-
tino che dice sed et irascì cum potente est periculosum^
quantunque s' incontri frequentemente l'esempio nella
lingua volgare de'trecentisti di passare dal numero plu-
rale al singolare,
pag. 60. V. 22. è ciò è e ciò è
pag. 61. V. 16. richethe ricchethe,* cioè ricch'eze
ii^ì, cesi cesi per cessi
pag. 62. V, 3i. mali e Uomini mali Uomini
pag. 63. V, 14. couscienza coscienza
pag. 65. V, i£. incuminciaro mi incuminciaro
pog. 66. v. 8. lo fede la fede
pag. 67. v. 6. nel testo è de no lasciare ecc. ma il contesto non ammette
la negativa no; onde la tolsi
pag. 79. V. ^2. raflazionamenli raffazzonamenti
pag. 81. V. I. alla pag. 24. alla pag. 240.
A pag. 142. V. 21. si aggi
unga
Che diremo dunque degli eruditi che fecero e fanno gli emendatori del-
r antichità rimodernando l'ortografia e la scrittura delle voci adoperate
4agU antichi nella pronunzia e nelle scritture? Contro di loro così scrisse
X '48 )(
Cicerone (in Oratore) ,, Atque etiam a(|UÌbusdamsero jar»eraendatur Anti-
qultas, qui haec reprehendunt; nam proli deà.m atque hominom fidem, deo-
ra/w ajuiit: ita, credo, hoc illi uesciebant:an dabat hanc licentiara consuetu-
do? . . . Quid veruni sit inlelligo, sed alias ita loquor ut coiicessum est , ut
hoc, vel prò Deùm dico, alias ut necesse est cum triura viruni,non i/irorum,
cura Sestertium nummum, non nurnmoFum . . . Quod sic loqui nasse, judi^
casse vetautj novisse jubent et judicavisse: quasi vero nesciamus io hoc ge-
nere et plenum verbum et iraminutum usitate . . . siet plenum est, sit im-
minutura; licet utare utroqne; scripsere alii ... et scripseruut esse verius
sentio, sed consuetudini auribus indulgenti libenter obsequor. . .impetra-
tum est a consuetudine ut peccare suavitatis causa Mcerei', et pomeridia-
nas quadrigas, quam postmeridiauas libeutius dixerim, /weAercw/e, quam
mehercules; non scire barbarum jam videtur, nescire dulcius; ipsum meri-
diem; cur uon medìdiem? credo quod erat iusuavius ,,.
Si applichino queste parole al caso nostra, e domandiamo perchè gli
antichi nostri nella prominzia e conseguentemente biella scrittura faces-
sero tante elisioni, tanti troncamenti, tante sincop£|[ture , od abbreviature
di sillabe? tante sostituzioni o mutazioni di lettere? Cicerone l'insegna:
irapetratura est a consuetudine ut peccare suavitatis causa liceret.
Altri al contrario con qual coraggio pretendono d' ingioiellare le no-
stre moderne scritture di parole e frasi e stile che non son più in uso;
cosi pretendendo dar legge al popolo unico e vero maestro delle lingue
parlate? Si ritenga dunque tanto dell' antico, quanto l'uso ne mantiene,
qualunque siano le prelenzioni de' dotti; si rifiuti dell'antico tutto ciò
che l'uso rifiuta. Quello che pe' Romani intendesse Cicerone, e quello che
dobbiamo intender noi per uso, o consuetudine , e per popolo 1' ho già
dichiarato in questo, libro più Tolte, e principalmente nelle precedenti
osservazioni.
\ A pag. 91. delle note y. i5. si aggiunga
V. anchè^ parole di Cicerone raedesinu) nel libi'o citato, verso lìa fitìe.
Onde concludo colle parole di Cicerone: sed hanc certe rem (locutio-
netn e/nendatam bonae consuetudini^) deteriorera vetustas fecit et Roma®
et in Grecia: confluxerunt enim et Atlieoas et in hanc urbem multi inqui-
nate loquentes ex diversis locis,- quo raagis expurgandus est sermo, et ad>*
hibendara, tamquam obrussa, ratio, quae rautari non potest, nec utendum
pravissimae consuetudinis regula ( //i Bruto).
La ragione dunque debbe esser guida , ossia il giudizio, non l'autorità*
distinguendo l'uso depravato e l'uso legittimo il quale non ammette di pre-
ftiire gli arcaismi a' vocaboli ed allo stile del parlare popolare emendato.
I INDICE
PREFAZIONE.
Antichità della lingua volgare • . » Pag. 4*
Monumenti pia antichi, o per tali riguardati sinora, della lin-
gua volgare scritta ; quando è perchè si cominciò a scriverla
generalmente in Italia . ,, il.
Iscrizioni pisane . . „ i2-i3-(4« *^ '^^S'
Iscrizione dell'arme della famiglia Lbaldini. . . . . . ,, 14. l' seg.
Testamento della Contessa Bietrlce da Capraja ,, 21.
Traduzioni francese, belgica ed inglese de' Trattati florali di
Albertano .................. 26. e seg.
Traduzione italiana . , * , ,, 3o.
Guasto dei Codici contenenti opere d' antichi scrittori fatto
dai copisti , e dagli eruditi ...,..„ 3^-. e seg.
Alterazione e Corrompimento della lingua volgare prodotta
dai Latinisti ,....,, 89. e S(.'g.
Storia del Codice pistojese; prove della sua autenticità; diffe-
renza di questo volgarizzamento da quello siuadora cono-
sciuto nei codici ed a stampa. Quale dei due volgarizzatori
abbia da credersi anteriore. Se aver si possa il sospetto che
l'uno o l'altro volgarizzatore abbia profittato d'uno de' due
volgarizzamenti. Quali siano le qualità speciali del volgariz-
zamento del Cod. Pistojese „ 4''»
Atto rogato da ScOVedi del Grazia il 20 agosto I2ji . . .4, 47-
Atti rogati da Lanfranco Seriacopi del Bene ,, 4^^"
Perizie del carattere del Cod. Pistojese ,, 4^'' ^ i9'
Confronto della Versione del Cod. Pistojese con quella degli
altri codici , e della edizione a stampa j, 53. e scg.
Quale dei due volgarizzaraeuti credere si possa anteriore . ,, 5;.
Diligenze dell'Editore in trascrivere dal Codice e stampare
la traduzione di SofFredi del Grazia ....... j, 63.
Autori principali citati da Albertano nei due trattati conte-
nuti in questo volume , ^^ 64 e -eg.
Descrizione con Osservazioni de' Codici contenenti Trattati
Morali di Albertano, veduti e conosciuti dall'editore. . „ 65.
Kote alla prefazione . „ ^5. e seg.
)( i48 X
mOlCE DE'CAWTOLI DEL TESTO EG.
Trattato DE LA DOTTRINA DEL DIRE E DEL TACERE. . . . Pa<». I.
Sopra la paraula chi se' , . . 3,
Sopra la paraula che. ......,,,....„ 6.
Sopra la paraula cui . .,...,. ^, g.
De le Cascioni « • , . , „ 1 1.
Sopra la paraula modo ,a i3.
Sopra la paraula tempo j, i5.
Trattato del consolamento e del consiglio _,, i^.
Del vero Consilio, e dei Consolamento. ....... ^^ 20.
De rimprovero de le femine „ 24.
De la scusa de le femiue » j, ìui
De la laide de le femine ,, 26*
Che cosa è la prodenza „ 28.
Quanti sono li modi di prudenza ..•.•.,., ^^ zVt
De r utilitade de la prudenza .......... ^^ ì^>i
Come si puote acquistare Ja prodenza ..•••,. ^^ 29,
Di quelle cose che sono a lo studio bisogno ..,..„ ivi
Del Consillio j, Sa,
Da cui dei adiraandare consillio. ••.••.... ^^ iVz
Sopra dimandare consillio da Dio ........... ivi
Siccome dei adiruandare Consilio da te „ 33.
Sì come dei ischifare l'ira 'ne consilii. .•••... ,^ zV/
lia 'u t' insegna ischifare 1' avariti» , e *1 dilectamento ne con-
silii 34.
Come si dee ischifare la frecta ,^ 36.
Come ti dei guardare di no manifestare lo Consilio se no per
grande necessitade. , „ iui
Chome non dei mostrare la tua volontà ai consillieri . . ,, 3^.
Come dei adlmandare consiglio d'altrui. ,, iui
Lo cui consillio si de' schifare „ 39.
Come dei ischifare lo consiglio de li usingatori , e di coloro
che mostrano una cosa , e vogliono un' altra .... , ,j ìi/i
Come dei ischifare lo consiglio di coloro che sono^ o già furo
nemici, ch'or sono amici ,» 4<^«
Come dei ischifare lo consiglio di coloro che per paura o per
amore fanno riverenza j, 4'«
Come dei ischifare lo consiglio de li uomini ebri . . . ,, iui
Come dei ischifare Consilio di coloro che consilliano secreta-
mente in cosa, e palesemente vuole un'altra, i , . j, ^1.
Come dei ischifare lo Consilio de l'uomo rio ,,.•.,, zV?
Come dei ischifars lo Consilio de' giovani ,, ii^i
Come dei esaminare lo consillio generale ,, luì
Quando il Consilio si de' prendere e aprovare ,, 44'
Quando , e jn che modo lo cousiUo si de' ritenere , . , ,j, 4^*
)( -49 )(
Quando '1 consillio, e la cosa promessa si puote e si de'tnu-
tare l'ag. 46.
De r errore del Consilio . „ 47*
Come dei isamìnare Io Consilio specialmente j» 48»
Come dei avere guardia de la persona quaiiJo se'in guerra . ,, 49»
Sopra le torri . ,,,......,, do.
De la soperbia f> H'i
Del fornimeulo ...» ,, ìui
Sopra la rascione ,,...,, 54»
De le cinque volontadi di Dìo j, 55.
De r oficio del giudice *ne la vendecta ....*... 4, 56.
De la ventura .,....„ Sy,
De la tencione ..♦.., *> Sg.
De la sofferenza . • ...«...,« 60.
De la povertà e de le ricchezze. . , • . . ^ • . , . ^^ 61.
De la necessitade ^ ....... ^^ 62.
De le mendichitadi •...•.,^ lui
Dei mali de la guerra ,, 63,
Vedi le cascioni per le quali dei ischifare la bactallia. . . j, 64.
Or sappie come la guerra si vince per la pace, e per la con-
cordia ,y 65.
Nota le cascioni per le qualilicitaraente possiamo conbactere. ,, 66.
Ds la buona nominanza *> 71.
De la ventura chesifaconperdonanzaeco'umiltàecon pietà. ,, ^2,
De 1' umiltà, e de la pietà , e de la misericordia . ...,,, n3.
Teàttàto de I.' amore e de là dilectioke di Dio e del pro-
XIMO, E d'altee cose DE LA FORMA DE LA VITA. . . . ,, ^S,
Mestamento in scriptis della Contessa Bietrice figlia del
Conte Ridolfo da Capraia ecc ,, 67»
3Note al Volgarizzamento dei Trattati Morali di Albertano ed
al Testamento della Contessa Bietrice ,, 87, e seg^
Cpfresioni ed aggiunte ..,.,.,...,, ^^ i^^^
MOMUMENTI DI ANTICA LINGUA VOLGARE ITALIANA
ILLUSTRATI E PUBBLICATI DA SEBASTIANO CIAMPI
ED OPERE DEL MEDESIMO RELATIVE ALLA STORIA
ED A NOTIZIE d' ANTICHI SCRITTORI DELLA LINGUA
ITALIANA.
Memorie della vita di Messer Gino da Pistoja. Pisa i8o8. in S.''
Lettera sopra un MS. di Rime Antiche conservato nella libreria di Casa
Forteguerri in Pistoja , al sig. Professore Canonico Giacomo Sacchetti
ecc. Pisa 1809. in 8."
Lettera all'Eruditissimo sig. Gaetano Poggiali, in cui si dà notizia d' alcu-
ni MSS. di Rime Antiche, e fra gli altri d'uno Vaticano ]N.° S^iS. in-
titolato Varìi poeti antichi \ un'altro della libreria Vallicelllana se-
gnato F. N.^ 4' Contiene la Vita Nuova e i4 Canzoni di Dante, scritto da
lacob Antonio Benalio Trevigiano in Roma l'anno i5i S.Pisa. 1809. in 8.*'
Vita e Poesie di Mess. Gino da Pistoja. Pisa i8i3. in 8.*^ Pistoja 1826. in 8.**
Statuti dell'Opera di s. Iacopo di Pistoja volgarizzati l'anno i3i3. da
Mazzeo di Ser Giovanni Bellebuoni con due inventarli del i34o. e
i4oi. ecc. Pisa 1814. in 4'*'
Statuti suntuarii ricordati da Giovanni Villani circa il vestiario delle don-
ne, i regali e banchetti delle nozze, e circa le pompe funebri ordinati dal
Comune di Pistoja negli anni i332-i333. Pisa i8i5. in 4»°
11 Sogno di Scipione voltato in Greco per Massimo Planude, e fatto vol-
gare per Mess. Zanobi da Strata. Pisa 1816. in 8.°
Volgarizzamento d'alcuni squarcii di Sallustio contenuti nello stesso co-
dice del Sogno di Scipione. Pisa 1816. in 8.**
De usa linguae italicae saltem a saeculo V. R. s. Acroasis. v. e. Scipionis
Maffei in idem Argumentum italica lucubratio. Pisis Ì1817. in 4»°
Documenti in lingua volgare dei secoli XIV e XV appartenenti a pittura ,
oreGceria, scultura etc. contenuti nell'opera intitolata,, Notizie inedite
della Sagrestia Pistojese de' belli arredi, del Campo-santo pisano e d'al-
tr'opere di disegno dal secolo Xll al secolo XV. Firenze i8ro i'i 4*°
Monumenti inediti d'un MS. autografo, e lettere inedite di Messer Giovan-
ni Boccaccio. Firenze 1827. e Milano con giunte i83o. in 8.°
Volgarizzamento de' Trattati Morali d' Albertano Giudice da Brescia con-
tenuto in un Codice scritto Tanno 1278., e fatto da Soffredi del Grazia
con una Dissertazione preliminare, e note ed illustrazioni al testo. Fi'
renze i832. in 8.°
Gli amori pastorali di Dafni e Cloe di Lcngo Sofista tradotti in italiano
dal Commendatore Annibal Caro, col supplimento tradotto dal Prof.
Ciampi, con illustrazioni e note del medesimo. Firenze 1811. Milano
1812. Crisopoli (Pisa) 1814. Firenze i83o, i833.
Saggio d'un volgarizzamento fatto circa la metà del secolo XIII ossia nel
laSo della Cronaca di Martino Polono con Osservazioni Critiche. Mila,
no 1828 per Ant. Fortunato Stella e figli (nel Raccoglitore ed a parte).
Volgarizzamento dei Trattati morali di Albertano Giudice di Brescia da
Soffredi del Graaia Notaro Pistojese fatto innanzi al 1278. Firenze 18S2
W:^/. ^
'tr finirete lcUb?o VlaW
^ truiaMbie c'bcltac? faaoM
[[bet ano g\\^vaé "bibjcfaa belacD
^frababi ftincta à^axa Tlel • <rp.
^CTCTxlv bel mcf^ b i b iccmbie dira
(lactato bx latino muolg^har(^_pma
no òi n?rfbfìFtòi'bclgmtbia iryD
Ilario bi fanto ^luoIo > efbrctD ^
larrifrmic4)o Seriacopibeibene
notaio'bi'pifì:otcLÌ^>ctoli^ a.Q:>. .
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ÌHcfr-loro <^ poflo o^i(^ fu(M-o
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Deacidified using the Bookkeeper process.
Neutralizing agent: Magnesium Oxide
Treatment Date: Dee. 2004
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